Locandina La vita è bella

                                                                                                                        

Pianto e riso

 

 

LA VITA E’ BELLA

 

Italia,     1997

 

con:       R. Benigni, G. Cantarini, N. Braschi, S. Bustric, G. Durano, G. Lojodice

regia:     Roberto Benigni

durata:   123 ', col.

 

Alla fine degli anni Trenta, in un’Italia fascista paludata e goffamente militaresca, due giovani (Guido e Ferruccio) approdano in una città di provincia con la speranza di realizzare i loro sogni. Nell’attesa di aprire una libreria, Guido Orefice trova lavoro come cameriere nello stesso Grand Hotel dove lavora suo zio; Ferruccio, che si diletta a scrivere poesie, va a fare il commesso in un negozio di stoffe. Per una serie di fortuite coincidenze Guido si innamora di Dora, una maestrina repressa dall’ambiente borghese in cui vive e poco entusiasta del suo imminente matrimonio con un ex compagno di scuola, legato al partito fascista e  con una prevedibile  brillante carriera davanti a sé. Con un ardore d’altri tempi, lo stesso giorno in cui Dora sta per festeggiare il più grande errore della sua vita, Guido riesce a tirare fuori la sua “principessa” dai guai e corona il suo sogno d’amore. Passano gli anni e Dora e Guido, che sono riusciti ad aprire una loro cartolibreria al centro della città e hanno dato alla luce un bambino (Giosuè), vivono felici. Ma l’Italia entra in guerra e Guido, che ha lontane origini ebraiche, resta vittima dell’odio razziale che non risparmia nemmeno suo zio e suo figlio. Dora, da parte sua, non riuscendo a trattenere i suoi cari, si unisce spontaneamente ai deportati e finisce anche lei in un campo di concentramento. Nell’atmosfera cupa di tristezza e misfatti, Guido escogita allora un piano per impedire almeno al suo bambino di prendere coscienza della tragedia che sta vivendo: gli dice che si tratta di una finzione, di un grande gioco collettivo nel quale si guadagnano punti nascondendosi all’avversario, sorridendo. E’ così che il piccolo Giosuè attraversa  le tenebre della nostra più recente storia, senza rendersi conto delle cose brutte che gli succedono intorno, convinto di avere vinto il premio di un carro armato e di potere riabbracciare, dopo la mamma, anche suo padre che invece si è fatto scoprire dal nemico e  si è avviato alla fucilazione facendo il buffone.

 

 

Roberto Benigni

(Misericordia, Castiglion Fiorentino (AR), 1952)

 

Inizia a lavorare come attore di teatro esibendosi  nelle cantine romane, ma ottiene notorietà con Tele-Vacca, una trasmissione televisiva surreale e provocatoria. Il suo esordio come attore cinematografico  avviene nel 1977, interpretando, in  Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci,  la parte del giovane disadattato e politicamente deluso.

Nel 1979, Marco Ferreri gli affida il ruolo di un maestro simpatico e anticonvenzionale in Chiedo asilo. Agli inizi degli anni Ottanta,  Renzo Arbore lo vuole nel gruppo dei buontemponi della trasmissione televisiva L’altra domenica con il compito di critico cinematografico sui generis. Dopo altre divertenti apparizioni – in Il pap’occhio (1980) di Renzo Arbore e ne Il minestrone (1980) di Sergio Citti – passa alla regia e dirige  “a quattro mani” Tu mi turbi (1982) con Giuseppe Bertolucci e il godibilissimo Non ci resta che piangere (1984) con Massimo Troisi. Una volta cementato il suo sodalizio con Vincenzo Cerami, realizza film di successo: Il piccolo diavolo (1988),  Johnny Stecchino (1991),  Il mostro (1994), Pinocchio (2002), La tigre e la neve (2005).

I maggiori riconoscimenti li ottiene con La vita è bella, tratto dal libro La parola ebreo di Rosetta Loy:  Gran Premio della giuria a Cannes, 2 European Film Awards, 5 Nastri d’argento,  8 David di Donatello, 7 Nomination per gli Oscar,  3 Oscar.

 

Un film bello, il più bello in assoluto del toscanaccio irrive­rente, del clown incontenibile, del pagliaccio che salta addosso a Berlinguer e Veltroni, a Raffaella Carrà e ad Enzo Biagi. Si dice che deve buona parte del suo successo alla genialità di Vincenzo Cerami; ma anche dietro De Sica c'era Zavattini e dietro Fellini c'erano Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. E con ciò? Da quando la collaborazione sminuisce i meriti? Meriti che gli spettatori individuano benissimo, perché il pubblico sarà pure becero in certi atteggiamenti, dozzinale e menefreghista quando diventa massa, violento e razzista allo stadio, ma è anche riflessivo e filan­tropo quando qualcuno riesce a toccarlo nella mente e nel cuore.  Ed è proprio alla mente e al cuore che arriva questa storia ambientata nel 1938 e che vede come protagonista il cameriere e libraio Guido Orefice, innamorato pazzo di una maestrina  borghese ("principessa" cadutagli dal cielo) il quale, essendo costretto a pagare la sua origine ebrea con la deportazione da Arezzo a un campo di sterminio, riesce a risparmiare al figlio Giosuè la presa di coscienza degli orrori dell'olocausto, inventandosi un tragicomico gioco a punti dove è in ballo l'esistenza stessa. E' vero: c'è un po' di Spielberg (Schindler's list), abbastanza Lubitsch (Vogliamo vivere) e molto Chaplin (a proposito del quale è da incorniciare l’idea di rendergli omaggio ricopiando sul braccio di Guido Orefice lo stesso numero di matricola che marchiò il barbiere ebreo de Il grande dittatore);  ma c'è anche molto Benigni. Non riconoscere questo - come ha fatto qualche critico - significa non tanto staccarsi da una "situazione culturale e politica che è già tanto mielosa da soddisfare il bisogno nazionale di zuccheri"  (cfr. Il foglio del 3/1/98), bensì giudicare per partito preso, "con sottile perfidia" e grettezza. Si dirà: chiariamo prima quali dovrebbero essere gli elementi indispensa­bili per potere dire che un film è bello e poi esprimiamo il giudizio. Ebbene, se il valore di un film sta nella bella idea,  nell'originalità del soggetto, nell'intelligente stesura della sceneggiatura, nel ritmo incalzante, nella sapiente scansione delle scene, nella buona interpretazione di protagonisti e comparse, nella funzionalità della colonna sonora, ecc., allora è da ciechi non ritrovare tutti questi elementi ne La vita è bella. Con l'aggiunta, se si vuole (visto che, da un po' di tempo a questa parte, viene snobbata da alcuni registi) della validità del messaggio. Sarà pur vero che Truffaut ha detto una volta "se avessi voluto dare un messaggio avrei scritto un telegramma", ma i messaggi, nel cinema come in tutte le altre arti, partono e arrivano comun­que, autori volenti o nolenti. E per averne una prova basterebbe osservare attentamente quanto avviene alla fine de La vita è bella: gli spettatori - con ancora impresse negli occhi le imma­gini del piccolo Giosuè che si butta in braccio alla madre mentre grida felice "abbiamo vinto" -  ridono e piangono, parlano di ebrei e di nazismo, riflettono e discutono sulla bellezza della vita, nonostante il periodico industriarsi di alcuni imbecilli per deturparla.

 

“Comico e tragico? Sono un problema solo teorico. Nei fatti, sono praticamente la stessa cosa. L'importante è innamorarsi di una storia e volerla raccontare. Io questa storia l'ho amata da morire, e il film l'ho fatto con un amore grandissimo. Posso solo augurarvi di amarlo altrettanto. (...) E' che l'Olocausto è una tragedia che ha dimensioni irraggiungibili, che non ha eguali nella storia di questo secolo e forse in tutta la storia umana. Quando ho deciso di fare questo film, ho smesso di pensare a qualsiasi altra cosa. (...) Mi sono reso conto, per quanto incre­dibile possa sembrare, che molte persone ne sanno poco o addirit­tura niente." (Roberto Benigni,  La Repubblica, 19/XII/1997)

 

"E perché direte voi far ridere di una cosa tanto tragica, del massimo orrore del secolo? Ma perché questa è una storia sdramma­tica, un film sdrammatico. Perché la vita è bella, e anche nell'orrore c'è il germe della speranza, c'è qualcosa che resiste a tutto, a ogni distruzione. Mi viene in mente Trockij, e tutto quello che ha subito: chiuso in un bunker a Città del Messico aspettando i sicari di Stalin, eppure, guardando la moglie nel giardino, scriveva che, malgrado tutto, la vita è bella. Ridere ci salva, vedere l'altro lato delle cose, il lato surreale e divertente, o riuscire a immaginarlo, ci aiuta a non essere spezzati, trascinati via come fuscelli, a resistere per riuscire a passare la notte, anche quando appare lunga. E si può far ridere senza offendere nessuno; c'è tutto un umorismo ebraico molto spericolato a questo proposito. " (Roberto Benigni, La vita è bella, Einaudi)

 

Così la critica:

 

"Nel film, come nel libro della Loy (e come in un altro indimen­ticabile film, Arrivederci ragazzi di Louis Malle) la parola ebreo irrompe nell'universo infantile quasi per manomissione degli adulti, arrivando a separare, a marchiare, a violare una incor­rotta interezza, la sognante unità delle relazioni e degli affet­ti che ogni bimbo pratica, prima che arrivi qualcuno o qualcosa a interrompere l'idillio con la vita, a indicare i buoni e i catti­vi, i normali e i differenti. (...) Di questa ingenuità il Guido Orefice del film, padre del bimbo Giosuè ma bimbo egli stesso per come guarda la vita, si fa implacabile tutore. Ne è l'eroe: eroe del giocoso, del gioioso, del comico che non si arrende neppure di fronte alla mostruosa evidenza dello sterminio. E riesce a farsene beffe perfino a un passo dalla morte, nella sensazionale scena (che fa, giuro, piangere e ridere insieme, in una gran confusione di muscoli e ghiandole) in cui Guido si congeda dal figlioletto, e dalla vita, scimmiottando il passo dell'oca davanti al mitra del suo carnefice. Lasciando al bambino l'illusione, incoercibile, che la vita è sostenibile, con le sue inumane nefandezze, solo se la si gioca." (M. Serra, La Repubblica, 18/XII/1997)

 

"Il sogno di ogni comico: far ridere e piangere insieme. Benigni ci prova con una storia apparentemente impossibile, difficile, rischiosissima, ambientata in un campo di concentramento. (...) Benigni in un campo di concentramento è come Totò all'inferno: da schiantare dal ridere. Una storia strepitosa in cui la risata sgorga dalla lacrima." (Venerdì di Repubblica - Cinema, 5/XII/1997)

 

"Benigni e il suo gruppo si sono cimentati nell'ardua impresa di mettere in parallelo, prima, e poi di sovrapporre e d'intrecciare l'universo della vitalità, - di cui l'attore è quasi la fisi­ca, antonomastica incarnazione - con l'universo della distruzio­ne e dell'annientamento. Se è possibile dirlo in modo così schematico, il risultato è uno spettacolo strano e straniante, in cui il comico e il tragico stanno tutt'e due dentro la stessa esperienza e può accadere di ridere e di piangere nello stesso istante." (A. Asor Rosa, L'Unità, 18/XII/1997)

 

"La vita è bella racconta sotto forma di commedia l'avventura di un ebreo molto chapliniano nel campo di sterminio di Auschwitz; il più riuscito perché, distaccandosi dalle esangui formulette comiche del Mostro , rivela la crescita di un regista che fino ad ora sembrava aver privilegiato il versante dell'attore. Anti­cipiamo la domanda dei lettori: si ride? Sì, nonostante quel tema. Come si rideva, del resto, vedendo Vogliamo vivere di Lubitsch o Il grande dittatore di Chaplin. Paragoni impegnativi ma non del tutto incongrui, anche se l'interessato fa bene a schermirsi rivendicando umilmente l'adesione a quei modelli nobili (tra i quali spunta l'amico scomparso Troisi, citato in due sequenze)." (M. Anselmi, L'Unità, 18/XII/1997)

 

"Un atto di coraggio antico. Portare un grande comico dentro una immensa tragedia, i campi di sterminio. E provare come Charlot a far ridere fra le lacrime, la scommessa più difficile, la libera­zione assoluta dal dolore e dalla morte attraverso il gioco." (C. Maltese, Venerdì di Repubblica, 2/I/1998)

 

"Il tentativo, invero, acrobatico, è di coniugare il frù frù di Lubitsch che percorre la prima parte (magari con l'occhio al grottesco antinazista Vogliamo vivere) con la spoglia eloquenza di Rossellini nella raffigurazione del lager: ma cuciti insieme dal filo rosso di una follia tutta benignesca, magari corroborata dall'attraversamento dell'universo di Fellini. Ho messo così in fila una serie di nomi che possono costituire altrettanti legit­timi riferimenti per chi ama chiedersi che cosa c'è a monte di un'opera riuscita." (T. Kezich, Il Corriere della Sera, 19/XII/1997)

 

"Benigni ci regala una storia, scritta con Vincenzo Cerami, e un film a mio parere il suo più bello e maturo, necessario, che brilla per la fedeltà a se stesso anche sulla soglia dell'infini­to dolore e che per questo può tendere la corda dell'acrobata sulla voragine dell'inferno e farcelo attraversare, tenendoci tutti sulle sue esili ma possenti spalle. La pietas artistica di Benigni è tale da permetterti di affacciarti sull’universo concentrazionario nazista senza impazzire. E nell'assumere su di sé, come individuo particolare, l'urgenza di raccontare, usa una parabola poetica, la parabola del padre che vuole salvare il figlio piccino dall'orrore, a prezzo della più inaudita menzogna." (M. Ovadia, Il Corriere della Sera, 19/XII/1997)

 

"Come ci si salva dalla distruzione? In un modo solo: restando quel che si è. Fermamente, ostinatamente. Come fa appunto Benigni volgendo in comico, a profitto del bambino, l'orrore. E' anche una rivincita. La macchina di morte dei nazisti nega l'evi­denza del rispetto per la vita umana trasformando gli uomini in bottoni e saponette? Lui nega l'evidenza di quella distruzione mostrandone il lato assurdo e paradossalmente - terribilmente - comico. Il vero comico deve inquietare, ha detto lui stesso. Chiaro e definitivo. Ma se la seconda parte, nel lager, va tanto a fondo, è perché la prima dà vita a una storia d'amore leggera e vitale come l'aria." (F. Ferzetti, Il Messaggero, 19/XII/1997)