Locandina

 

 

Totò, principe del sorriso

 

 

TOTO’, PEPPINO E LA… MALAFEMMINA

 

Italia, 1956

con:      Totò,   P. De Filippo, V. Crispo, T. Reno, D. Gray, N. Manfredi, M. Castellani 

regia:   Camillo Mastrocinque 

durata: 118', b/n

 

I fratelli Capone (Antonio, Peppino e Lucia) hanno due crucci: il loro vicino, l’odiato Signor Mezzacapa, e il nipote Gianni che, innamoratosi di una soubrettina milanese, sta tralasciando gli studi. Nei confronti del primo architettano una serie di dispetti; per salvare il nipote dalle grinfie di quella che considerano una “malafemmina” decidono, invece, di scrivere una lettera e di inviarla  alla donna, con una somma di denaro che dovrebbe “consolarla per la perdita dell’uomo che ama”. Sotto la dettatura di Antonio, Peppino scrive, tra l’altro: “Veniamo noi con questa mia addirvi, una parola: Addirvi  (…) Questa moneta servono perché voi vi consoliate del dispiacere che avrete perché dovete lasciare nostro nipote (…) Vi mandiamo questo perché il giovanotto è studente che studia e si deve prendere una Laura, e che si deve tenere la testa al solito posto, e cioè sulla testa. (…) Salutandovi indistintamente, i fratelli Capone, che siamo noi.” Il tutto, condito da riflessioni sulla punteggiatura e da citazioni di latinorum, quali: “Punto e punto e virgola. (…) Punto! Due punti! Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Che non dica che noi siamo provinciali, siamo tirati … Abbondantis in abbondandum… Punto. Punto e virgola. Punto e un punto e virgola.”

Non ricevendo risposta alla loro lettera, i Capone decidono di recarsi a Milano,  intabarrati come cosacchi, portandosi dietro le provviste per la loro sopravvivenza e una lanterna a olio per orientarsi nella nebbia, giacché  a Milano “quando c’è la nebbia non si vede”.  Inevitabilmente, si cacciano nei guai e finiscono in un locale di lusso e in compagnia di alcune donnine allegre. Alla fine, però, scopriranno che l’amore tra i due giovani è sincero, acconsentiranno al matrimonio e si consoleranno insegnando al pronipotino come tirare sassi contro Mezzacapa.

Camillo Mastrocinque

(Roma, 1901 - 1969)

Laureato in architettura, si avvicina al cinema nel 1924 come scenografo e aiuto architetto. In questa veste, partecipa anche alla realizzazione del kolossal Ben Hur (1925) di Fred Niblo. Dopo un lungo tirocinio teatrale e cinematografico in Francia, ritorna in Italia e debutta con un’approssimativa antologia di pezzi d’opera in Regina della Scala (1937).  I film che realizza negli anni che precedono la seconda guerra  mondiale se, da una parte, mettono in evidenza la sua abilità e il suo mestiere di regista, dall’altra difettano di ritmo: Voglio vivere con letizia (1938),  Don Pasquale (1940), Mariti / Tempesta d’amore (1941), La maschera e il volto (1942).

Dopo la guerra cambia decisamente  registro, appare anche come attore in film di Marcello Pagliero, di Lucio Fulci e di Pietro Germi (In nome della legge del 1949) e si dedica alla  realizzazione di film comici commerciali di scarso valore, raggiungendo la considerevole media di 4 film a stagione. Per uscire fuori dalla mediocrità non gli valgono né il tentativo di rifare nel 1947 un famoso film di Nino Martoglio, irrimediabilmente perduto durante la guerra (Sperduti nel buio), né una serie di film interpretati da Tognazzi, Rascel, Carotenuto, Vianello, Macario, Walter Chiari e, soprattutto, Totò e Peppino De Filippo. Infatti, se si parla ancora oggi di Totò all’inferno (1954), Siamo uomini o caporali (19545),  La banda degli onesti (1956),  Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), ecc. il merito va attribuito più alla bravura degli interpreti che alle sue capacità di regista. Negli anni sessanta, dopo aver  realizzato qualche lavoro per la televisione, conclude la sua carriera con La più bella coppia del mondo (1968).

Toto, Peppino e la… malafemmina, probabilmente, non sarebbe stato quel film divertente che è se non avesse potuto contare su due o tre sequenze memorabili: la lettera, l’arrivo a Milano, l’incontro con il vigile urbano. Fatta eccezione per Uccellacci e uccellini di Pasolini, tutti i film di Totò, d’altronde, vivono di battute singole, di gesti da marionetta, di qui pro quo, di lapsus. E’ come se si dicesse che ci vuole poco per strappare una risata. In effetti, non è così semplice, giacché dietro le battute si cela sempre spirito di osservazione, intelligenza, perspicacia. Ci vuole pure, è bene precisarlo, che da parte di chi ascolta ci sia una sorta di distensione psicologica, che si allenti il rigore critico. Cosa che, nei riguardi di Totò, purtroppo, accadde solo dopo la sua morte.

 

Così la critica:

 

“…un gioiello di comicità surreale con l’esilarante scena della dettatura della lettera.” (Dizionario dei film, a cura di P.Mereghetti, Baldini & Castoldi)”

 

“La critica lo considerò per molto tempo – nonostante gli oltre novanta film realizzati nel corso della carriera – soltanto un macchiettista e un fantasista da spettacolo minore, uno di quei “buffi” che non avevano veri titoli di nobiltà (anche se Totò, quasi in risposta, teneva a qualificarsi come Sua Altezza Imperiale Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focas Comneno di Bisanzio). L’errore di prospettiva a lungo commesso nei riguardi del Totò cinematografico (in teatro i consensi erano stati comunque unanimi, anche se non sempre avallati da “grandi firme” – ciò che invece non era accaduto per Petrolini -) è aver giudicato schematicamente i suoi film come prodotto globale (di regia) piuttosto che considerare il suo apporto individuale e sostanziale di attore. Fu spesso miope la ostinazione a giudicarlo nell’insieme di una produzione che poteva sembrare abborracciata e minore, ma era invece da valutare il suo personaggio – come ora è stato finalmente riconosciuto – che oltrepassava i limiti del teatro e della scena per diventare eccezionale e addirittura unico”. (M. Verdone, Storia del cinema italiano, Tascabili Economici Newton)

 

“Già per Totò lo spostamento a Milano fa saltare tutte le coordinate linguistiche e geografiche, tanto da far sì che, per rivolgersi ad un vigile urbano, la lingua adottata sia questa: Noio volevons savoir l’indiriss… (…) Totò viaggia lungo l’Italia, va a Parigi, in Spagna, o in Africa e la sua parola non conosce ostacoli. E, quando non basta la parola, si comunica ufficialmente usando la lingua scritta con pieno rispetto delle regole sintattiche e ortografiche: “Questa moneta servono – è il testo della lettera che Totò e Peppino inviano alla  Malafemmena del nord che cerca di insidiare la virtù del loro nipote – perché voi vi consoliate del dispiacere che avrete perché  dovete lasciare nostro nipote… Vi mandiamo questo perché il giovanotto è studente che studia e si deve prendere una Laura, e che si deve tenere la testa al solito posto, e cioè sulla testa. Punto e punto e virgola.” (G. P. Brunetta, Storia del cinema italiano, Editori Riuniti, p.311)

 

“Il comico dev’essere al di fuori del tempo. La sua forza, che i latini chiamavano vis comica se non sbaglio, consiste nel sapersi calare nello spirito tanto di Aristofane o di Molière, quanto in quello di un autore moderno. Il comico è uno, dai greci a noi. C’è uno stile, un modo di porgere, una carica interiore che è sempre quella. Ma oltre a questo, se anche il comico agisce col desiderio di dare un senso umano alle cose che fa e che porge alla gente, per aiutarla a vivere, allora sarà lecito affiancare al suo nome l’aggettivo grande, oppure ottimo.”(Totò, Serio discorso di un attore comico, intervista con A. L. Lucano in Rivista del cinematografo, n.1, gennaio 1966)

 

“…Totò, clown del genio napoletano, servito quasi sempre da impiegati del catasto umoristico: Totò antichissimo e moderno, erede di Scarpetta, osceno e crudele, umanissima marionetta, mimo eccentrico e irripetibile. (Dall’anatomia metafisica, aggiungono i raffinati.) Quanti film ha fatto Totò? Non si contano. Sono in gran parte mediocri ma quasi sempre c’è, in ciascuno di essi,  un guizzo, un momento, una scenetta, una sequenza in cui lampeggia la sua geniale buffoneria: il principe de Curtis diventa Pulcinella.” (La storia del cinema, Vallardi, vol.1, pag.360)