
(Modern Times)
con: C. Chaplin, P. Goddard,
H. Bergman, C. Conklin
regia: Charlie Chaplin
durata: 89’, b/n
Charlot lavora alla catena
di montaggio di una grande fabbrica. Il padrone, che vorrebbe ottenere tempi
più stretti di lavorazione, sperimenta su di lui una macchina che dovrebbe
consentire agli operai di mangiare senza sospendere il lavoro; ma la macchina
si guasta e Charlot resta vittima di una serie di comiche angherie. Un giorno,
estenuato dalle fatiche, Charlot viene colto da un attacco di nevrastenia e
rivoluziona tutto il reparto. Allontanato dalla fabbrica, ripete meccanicamente
e a vuoto i gesti cui era abituato e finisce in manicomio. Quando lo dimettono,
si ritrova disoccupato. E’ il periodo della grande crisi. Avendo raccolta da
terra, per caso, una bandierina rossa da segnalazione stradale, proprio mentre
sopraggiunge un corteo di operai manifestanti alle sue spalle, Charlot viene
coinvolto nella marea di gente e scambiato per un alfiere. Nello scontro con la
polizia ha la peggio e finisce di nuovo in carcere. Rimesso in libertà, conosce una ragazza carina e orfana che è
scappata da un orfanotrofio e decide di vivere con lei in una baracca. Assunto
come guardiano notturno in un grande magazzino, una notte sorprende alcuni
ladri e li mette in fuga; ma viene ancora una volta licenziato. La sua ragazza, intanto, ha trovato lavoro come
cantante in un dancing; grazie al suo interessamento, Charlot fa da cameriere nello stesso locale, combinando altri
guai e ottenendo, a sua volta, successo come cantante improvvisato. Ma, quando
la polizia piomba nel locale con l’intenzione di riportare la ragazza in
orfanotrofio, i due lasciano casa e lavoro e si avventurano insieme verso nuove
avventure.
Charles Spencer Chaplin
(Londra, 1889 - Corsier-sur-Vevey,
1977)
Figlio di un guitto del
varietà alcoolizzato e di una cantante ebrea malata di nervi, Charles Chaplin
trascorre un'infanzia infelice. Abbandonato a se stesso, conosce insieme al
fratellastro Sidney, la miseria più nera chiedendo l'elemosina e dormendo per
strada nel quartiere di Kennington Road.
Dopo un periodo passato
nell'orfanotrofio della mendicità, riesce a guadagnare qualcosa passando da
piccoli lavori saltuari a precari inserimenti nel mondo del musical di
periferia (acrobata, mimo, illusionista). Nel 1907, Sidney ottiene un lavoro
nella famosa compagnia di Fred Karno e, dopo molte insistenze, fa assumere
anche Charles. Con la troupe di Karno, Chaplin gira l'Inghilterra tra il 1908 e
il 1909 e impara tutti i trucchi della pantomima, le astuzie e le gag
dell'attore comico, i giochi di prestigio, l'arte del fantasista. Ed è Karno a
portarlo prima a Parigi e poi negli Stati Uniti. Qui ottiene i suoi primi
successi e si fa notare da Mack Sennett, che lo scrittura per la Keystone per
una serie di brevi comiche. E' la fine del 1913. Il modello ideale di Chaplin è
Max Linder, ma ad Hollywood è il tempo delle "torte in faccia" e a
questo genere di comicità egli deve adeguarsi. In breve tempo, però, trasforma
la macchietta di Chas (perdigiorno inconcludente e donnaiolo) nella maschera di Charlie (vagabondo, reietto,
sempre in lotta per la sopravvivenza).
Una volta divenuto
protagonista assoluto dei suoi film, crea il personaggio Charlot: una
giacchetta striminzita, i pantaloni troppo larghi, le scarpe troppo lunghe, una
bombetta lisa, il bastoncino di bambù, un viso ribaldo e tenerissimo tagliato
da ironici baffetti cuciti addosso a un corpo di marionetta. Il pubblico
non esita a identificarsi nelle
peripezie di questo personaggio
irridente l'ordine costituito, i benpensanti meschini, i poliziotti ottusi, i
borghesi avidi. Dopo una seconda serie di film con la “Essenay”, Chaplin passa
alla “Mutual” e provvede a rendere stabile il suo staff che comprende - oltre
l'operatore Rollie Totheroh - come partner femminile Edna Purviance e come
antagonista Eric Campbell. Può realizzare, in tal modo, una serie di film in
cui la polemica sociale assume toni sempre più eversivi e radicali. Ormai ricco
e famoso, stipula un contratto da un milione di dollari con la "First
National" e riesce a costruirsi un teatro di posa personale a Los Angeles.
Poi - con Griffith, Mary Pickford e Douglas Fairbanks - fonda la "United
Artists".
Meno felice la sua vita
privata, compromessa da scandali, matrimoni falliti e divorzi. Dopo Mildred
Harris (un'attrice di appena 15 anni) e Lita Grey (che lo accusò di ogni sorta
di calunnie), sposa Paulette Goddard, ma anche questo matrimonio naufraga nel
1942. A seguito di un trionfale viaggio in Europa, ritrova la voglia di
lavorare con più lena e sposa Oona O'Neill, figlia del celebre drammaturgo. Rifiuta
in un primo momento la “novità” del sonoro sostenendo che esso "guasta
l'arte più antica del mondo, la pantomima, e annienta la grande bellezza del
silenzio", ma poi si adatta alle
esigenze del mercato e offre ulteriori prove della sua bravura.
Nel 1953, a causa della persecuzione
maccartista, ritorna in Europa, stabilendosi prima in Gran Bretagna e poi in
Svizzera, nella villa di Vevey sul lago Lemano, dove si ritira definitivamente
con la moglie Oona e i loro otto figli. Le ultime sue fatiche saranno la
pubblicazione, negli anni '60, della
sua autobiografia e la realizzazione di un vecchio progetto cinematografico: La contessa di Hong Kong (1967). Questo
ultimo film non è apprezzato né dalla critica, né dal pubblico e Chaplin si
limiterà, in seguito, a fare solo delle apparizioni a manifestazioni
organizzate in suo onore. Nel 1972 riceve un invito a rientrare negli Stati
Uniti e, nonostante avesse ripetutamente giurato di non mettere più piede
negli USA, accetta: va a ritirare l'Oscar che gli è stato assegnato con la seguente
motivazione:" Per l'incalcolabile contributo dato alla trasformazione del
cinema nell'arte del nostro secolo." Nel 1975, due anni prima di morire,
viene nominato "baronetto" dalla regina d'Inghilterra.
Nel piccolo cimitero di
Vevey, dove venne sepolto, un giorno la sua tomba fu trovata vuota; solo
qualche tempo dopo si riuscì a scoprire che la bara era stata trafugata da
ignoti che avevano preteso un riscatto.
Lunga la lista dei suoi
film. Ricordiamo solo i più significativi: Vita
da cani (1918), Un idillio nei campi (1919), Il monello (1920), Il pellegrino
(1923), La febbre dell’oro (1925), Il circo (1928), Luci della città (1931),
Tempi moderni (1936), Il grande dittatore (1940), Monsieur Verdoux (1947), Luci
della ribalta (1952) e Un re a New York (1957).
Tempi moderni è l’invito che Chaplin
rivolge, qualche anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale,
alla società che si sta avviando verso la meccanizzazione più completa e verso l’autodistruzione: un
invito che, dopo aver strappato il sorriso,
costringe a pensare. Non è certamente casuale il fatto che il film,
osannato in Francia e in Inghilterra, abbia avuto scarso successo commerciale
negli Stati Uniti e sia stato addirittura giudicato sovversivo e filocomunista
in Germania.
“Abbiamo migliorato la velocità, ma ne siamo rimasti
schiavi. La meccanizzazione che apporta l’abbondanza ci ha lasciati
insoddisfatti. La nostra scienza ci ha resi cinici. La nostra intelligenza ci
ha resi duri e brutali. Noi pensiamo troppo e non amiamo abbastanza. E’ di
spirito umanitario più che di meccanizzazione che noi abbiamo bisogno. Più che
di intelligenza noi abbiamo bisogno di amabilità e di gentilezza. Senza queste
qualità la vita non può essere che violenta e tutto sarà perduto.” (C. Chaplin,
riportato sulla rivista Sequenze, n.2, ott. 1949)
Così la critica:
“Una favola satirica contro la meccanizzazione e lo sfruttamento
sociale tanto esilarante quanto struggente. Capolavoro assoluto proprio perché
fa scaturire i concetti dalle immagini e non viceversa, Tempi moderni fonde l’umanesimo dei vagabondi con uno stile
impareggiabile: rinunciando ancora al sonoro e lavorando solo sulle gag,
Chaplin non presenta una sequela di comiche a tema, ma sviluppa un tema – il
conflitto dell’uomo con la Storia e la Società – attraverso un congegno comico
che va avanti per pura forza cinematografica.” (Dizionario dei film, a cura di P. Mereghetti, Baldini &
Castoldi
“Questo film, per certi aspetti il più grande di
Chaplin, fu la prima delle sue opere che trovò divisa la critica fra
sostenitori del film e apologeti del “vecchio” Charlot, le cui avventure o
vicende, essi dicevano, non avevano mai assunto un carattere di così diretto
riferimento alla realtà e finanche alla cronaca. Tuttavia il film, nonché non
perder nulla della sua carica satirica
nei riguardi del taylorismo, dello sfruttamento della società di massa, divenne
con l’andar degli anni – e lo si vide al momento della sua riedizione – più
icastico, più persuasivo, esauriente. Chaplin aveva infatti toccato il nodo
della questione non polemicamente, ma per via di freschissime invenzioni: basti
pensare alla rappresentazione della fabbrica, e alla eccezionale trovata della
“macchina per mangiare”, che anticipa simbolicamente l’intera politica dei
consumi neocapitalistica. Il film riuscì estremamente dinamico e vitale:
toccava argomenti acri, eppure era festoso, giovane, quasi ottimistico. Non
opponendosi più a un destino tragico di solitudine, ma battendosi vigorosamente
contro avversità definite, il piccolo vagabondo acquistò una forza nuova senza
perdere quella che gli derivava dalla sua stessa natura.”(La storia del cinema, vol. IV, Vallardi)
“Il film era sonoro, ma non parlato, le canzoni
composte in un linguaggio curioso in cui si mescolavano tutte le lingue. Si
sarebbe potuto credere che, ispirato troppo direttamente alla situazione
mondiale del 1930-32, dovesse perdere
più tardi la sua attualità e la sua efficacia. Invece, riedito alla fine degli
anni 1950, apparve freschissimo, senza una sola ruga, perfettamente attuale
anche in un’epoca di “pieno impiego”, in cui l’automazione ha sostituito il
taylorismo. Negli anni trascorsi, il film aveva anzi guadagnato in forza e
omogeneità, e resta uno dei maggiori capolavori dello schermo.” (G. Sadoul, Il cinema, Sansoni)
“In un sistema, quello hollywoodiano, in cui la satira sociale non è
consentita, se non nei modi surreali dei Marx Brothers o nei modi leggeri e
inoffensivi di Frank Capra, Charles Chaplin prende di petto i problemi
suscitati dalla grande crisi: lo strapotere della macchina, la disoccupazione,
il capitalismo. I tempi moderni sono per lui un’epoca di stralunata follia
collettiva. Il grande balletto degli accidenti e degli espedienti, in cui si
risolve il film, vuole esprimere questa disumanizzazione dei comportamenti.” (Dizionario Universale del cinema, a cura
di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti)
“In Tempi
moderni una introduzione illustrava che questo era “la storia degli uomini
che lottano per la conquista della felicità”, mentre il tema era annunciato,
senza mezzi termini, da due significative inquadrature parallele: un gregge che
viene condotto al macello, e un gruppo di operai che vanno a lavorare in una
fabbrica. (…) Se la prima parte del film – che non è certo difficile
riaccostare a Metropolis di Lang e A noi la libertà di Clair – svolge
chiaramente l’insanabile dissidio tra la personalità dell’individuo e il
meccanicismo oppressore dei “tempi moderni”, la seconda esprime, in un senso
più ampio e meno contingente, la vana lotta dell’individuo contro una società
organizzata sul principio dello sfruttamento del proprio simile.” (L. L.
Ghirardini, Storia generale del cinema,
vol. II, pp.711-712, Ellemme ed.)