locandina del film TEMPI MODERNI

 

 

Chaplin, il genio del sorriso

 

 

TEMPI MODERNI

(Modern Times)

 

USA, 1936

 

con:     C. Chaplin, P. Goddard, H. Bergman, C. Conklin

regia:   Charlie Chaplin

durata:  89’, b/n

 

Charlot lavora alla catena di montaggio di una grande fabbrica. Il padrone, che vorrebbe ottenere tempi più stretti di lavorazione, sperimenta su di lui una macchina che dovrebbe consentire agli operai di mangiare senza sospendere il lavoro; ma la macchina si guasta e Charlot resta vittima di una serie di comiche angherie. Un giorno, estenuato dalle fatiche, Charlot viene colto da un attacco di nevrastenia e rivoluziona tutto il reparto. Allontanato dalla fabbrica, ripete meccanicamente e a vuoto i gesti cui era abituato e finisce in manicomio. Quando lo dimettono, si ritrova disoccupato. E’ il periodo della grande crisi. Avendo raccolta da terra, per caso, una bandierina rossa da segnalazione stradale, proprio mentre sopraggiunge un corteo di operai manifestanti alle sue spalle, Charlot viene coinvolto nella marea di gente e scambiato per un alfiere. Nello scontro con la polizia ha la peggio e finisce di nuovo in carcere.  Rimesso in libertà, conosce una ragazza carina e orfana che è scappata da un orfanotrofio e decide di vivere con lei in una baracca. Assunto come guardiano notturno in un grande magazzino, una notte sorprende alcuni ladri e li mette in fuga; ma viene ancora una volta  licenziato. La sua ragazza, intanto, ha trovato lavoro come cantante in un dancing; grazie al suo interessamento,  Charlot fa da cameriere nello stesso locale, combinando altri guai e ottenendo, a sua volta, successo come cantante improvvisato. Ma, quando la polizia piomba nel locale con l’intenzione di riportare la ragazza in orfanotrofio, i due lasciano casa e lavoro e si avventurano insieme verso nuove avventure.

 

Charles Spencer Chaplin

(Londra, 1889 - Corsier-sur-Vevey, 1977)

 

Figlio di un guitto del varietà alcoolizzato e di una cantante ebrea malata di nervi, Charles Chaplin trascorre un'infanzia infelice. Abbandonato a se stesso, conosce insieme al fratellastro Sidney, la miseria più nera chiedendo l'elemo­sina e dormendo per strada nel quartiere di Kennington Road.

Dopo un periodo passato nell'orfanotrofio della mendicità, riesce a guadagna­re qualcosa passando da piccoli lavori saltuari a precari inserimenti nel mondo del musical di periferia (acrobata, mimo, illusionista). Nel 1907, Sidney ottiene un lavoro nella famosa compagnia di Fred Karno e, dopo molte insistenze, fa assumere anche Charles. Con la troupe di Karno, Chaplin gira l'Inghilterra tra il 1908 e il 1909 e impara tutti i trucchi della panto­mima, le astuzie e le gag dell'attore comico, i giochi di prestigio, l'arte del fantasista. Ed è Karno a portarlo prima a Parigi e poi negli Stati Uniti. Qui ottiene i suoi primi successi e si fa notare da Mack Sennett, che lo scrit­tura per la Keystone per una serie di brevi comiche. E' la fine del 1913. Il modello ideale di Chaplin è Max Linder, ma ad Hollywood è il tempo delle "torte in faccia" e a questo genere di comicità egli deve adeguarsi. In breve tempo, però, tra­sforma la macchietta di Chas (perdigiorno inconcludente e donnaiolo) nella  maschera di Charlie (vagabondo, reietto, sempre in lotta per la sopravvivenza).

Una volta divenuto protagonista assoluto dei suoi film, crea il personaggio Charlot: una giacchetta striminzita, i pantaloni troppo larghi, le scarpe troppo lunghe, una bombetta lisa, il bastoncino di bambù, un viso ribaldo e tenerissimo tagliato da ironici baffetti cuciti addosso a un corpo di marionetta. Il pubblico non  esita a identificarsi nelle peripezie  di questo personaggio irridente l'ordine costituito, i benpensanti meschini, i poliziotti ottusi, i borghesi avidi. Dopo una seconda serie di film con la “Essenay”, Chaplin passa alla “Mutual” e provvede a rendere stabile il suo staff che comprende - oltre l'operatore Rollie Totheroh - come partner femminile Edna Purviance e come antagonista Eric Campbell. Può realizzare, in tal modo, una serie di film in cui la polemica sociale assume toni sempre più eversivi e radicali. Ormai ricco e famoso, stipula un contratto da un milione di dollari con la "First National" e riesce a costruirsi un teatro di posa personale a Los Ange­les. Poi - con Griffith, Mary Pickford e Douglas Fairbanks - fonda la "United Artists".

Meno felice la sua vita privata, compromessa da scandali, matrimoni falliti e divorzi. Dopo Mildred Harris (un'attrice di appena 15 anni) e Lita Grey (che lo accusò di ogni sorta di calunnie), sposa Paulette Goddard, ma anche questo matrimonio naufraga nel 1942. A seguito di un trionfale viaggio in Europa, ritrova la voglia di lavorare con più lena e sposa Oona O'Neill, figlia del celebre drammaturgo. Rifiuta in un primo momento la “novità” del sonoro sostenendo che esso "guasta l'arte più antica del mondo, la pantomima, e annienta la grande bel­lezza del silenzio", ma poi si adatta  alle esigenze del mercato e offre ulteriori prove della sua bravura.

Nel 1953, a causa della persecuzione maccartista, ritorna in Europa, stabilen­dosi prima in Gran Bretagna e poi in Svizzera, nella villa di Vevey sul lago Lemano, dove si ritira definitivamente con la moglie Oona e i loro otto figli. Le ultime sue fatiche saranno la pubblicazione, negli anni '60,  della sua autobiografia e la realizzazione di un vecchio progetto cinematografico: La contessa di Hong Kong (1967). Questo ultimo film non è apprezzato né dalla critica, né dal pubblico e Chaplin si limiterà, in seguito, a fare solo delle apparizioni a manifestazioni organizzate in suo onore. Nel 1972 riceve un invito a rientrare negli Stati Uniti e, nonostante avesse ripetutamente giura­to di non mettere più piede negli USA, accetta: va a ritirare l'Oscar che gli è stato assegnato con la seguente motivazione:" Per l'incalcolabile contributo dato alla trasformazione del cinema nell'arte del nostro secolo." Nel 1975, due anni prima di morire, viene nominato "baronetto" dalla regina d'Inghilterra.

Nel piccolo cimitero di Vevey, dove venne sepolto, un giorno la sua tomba fu trovata vuota; solo qualche tempo dopo si riuscì a scoprire che la bara era stata trafugata da ignoti che avevano preteso un riscatto.

Lunga la lista dei suoi film. Ricordiamo solo i più significativi: Vita da cani (1918), Un idillio nei campi (1919), Il monello (1920), Il pellegrino (1923), La febbre dell’oro (1925), Il circo (1928), Luci della città (1931), Tempi moderni (1936), Il grande dittatore (1940), Monsieur Verdoux (1947), Luci della ribalta (1952) e Un re a New York (1957).

 

Tempi moderni è l’invito che Chaplin rivolge, qualche anno prima dello scoppio della  seconda guerra mondiale,  alla società che si sta avviando verso la meccanizzazione  più completa e verso l’autodistruzione: un invito che, dopo aver strappato il sorriso,  costringe a pensare. Non è certamente casuale il fatto che il film, osannato in Francia e in Inghilterra, abbia avuto scarso successo commerciale negli Stati Uniti e sia stato addirittura giudicato sovversivo e filocomunista in Germania.

 

“Abbiamo migliorato la velocità, ma ne siamo rimasti schiavi. La meccanizzazione che apporta l’abbondanza ci ha lasciati insoddisfatti. La nostra scienza ci ha resi cinici. La nostra intelligenza ci ha resi duri e brutali. Noi pensiamo troppo e non amiamo abbastanza. E’ di spirito umanitario più che di meccanizzazione che noi abbiamo bisogno. Più che di intelligenza noi abbiamo bisogno di amabilità e di gentilezza. Senza queste qualità la vita non può essere che violenta e tutto sarà perduto.” (C. Chaplin, riportato sulla rivista  Sequenze, n.2, ott. 1949)

 

Così la critica:

 

“Una favola satirica contro la meccanizzazione e lo sfruttamento sociale tanto esilarante quanto struggente. Capolavoro assoluto proprio perché fa scaturire i concetti dalle immagini e non viceversa, Tempi moderni fonde l’umanesimo dei vagabondi con uno stile impareggiabile: rinunciando ancora al sonoro e lavorando solo sulle gag, Chaplin non presenta una sequela di comiche a tema, ma sviluppa un tema – il conflitto dell’uomo con la Storia e la Società – attraverso un congegno comico che va avanti per pura forza cinematografica.” (Dizionario dei film, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi

 

“Questo film, per certi aspetti il più grande di Chaplin, fu la prima delle sue opere che trovò divisa la critica fra sostenitori del film e apologeti del “vecchio” Charlot, le cui avventure o vicende, essi dicevano, non avevano mai assunto un carattere di così diretto riferimento alla realtà e finanche alla cronaca. Tuttavia il film, nonché non perder nulla  della sua carica satirica nei riguardi del taylorismo, dello sfruttamento della società di massa, divenne con l’andar degli anni – e lo si vide al momento della sua riedizione – più icastico, più persuasivo, esauriente. Chaplin aveva infatti toccato il nodo della questione non polemicamente, ma per via di freschissime invenzioni: basti pensare alla rappresentazione della fabbrica, e alla eccezionale trovata della “macchina per mangiare”, che anticipa simbolicamente l’intera politica dei consumi neocapitalistica. Il film riuscì estremamente dinamico e vitale: toccava argomenti acri, eppure era festoso, giovane, quasi ottimistico. Non opponendosi più a un destino tragico di solitudine, ma battendosi vigorosamente contro avversità definite, il piccolo vagabondo acquistò una forza nuova senza perdere quella che gli derivava dalla sua stessa natura.”(La storia del cinema, vol. IV, Vallardi)

 

“Il film era sonoro, ma non parlato, le canzoni composte in un linguaggio curioso in cui si mescolavano tutte le lingue. Si sarebbe potuto credere che, ispirato troppo direttamente alla situazione mondiale del  1930-32, dovesse perdere più tardi la sua attualità e la sua efficacia. Invece, riedito alla fine degli anni 1950, apparve freschissimo, senza una sola ruga, perfettamente attuale anche in un’epoca di “pieno impiego”, in cui l’automazione ha sostituito il taylorismo. Negli anni trascorsi, il film aveva anzi guadagnato in forza e omogeneità, e resta uno dei maggiori capolavori dello schermo.” (G. Sadoul, Il cinema, Sansoni)

 

“In un sistema, quello hollywoodiano, in cui la satira sociale non è consentita, se non nei modi surreali dei Marx Brothers o nei modi leggeri e inoffensivi di Frank Capra, Charles Chaplin prende di petto i problemi suscitati dalla grande crisi: lo strapotere della macchina, la disoccupazione, il capitalismo. I tempi moderni sono per lui un’epoca di stralunata follia collettiva. Il grande balletto degli accidenti e degli espedienti, in cui si risolve il film, vuole esprimere questa disumanizzazione dei comportamenti.” (Dizionario Universale del cinema, a cura di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti)

 

“In Tempi moderni una introduzione illustrava che questo era “la storia degli uomini che lottano per la conquista della felicità”, mentre il tema era annunciato, senza mezzi termini, da due significative inquadrature parallele: un gregge che viene condotto al macello, e un gruppo di operai che vanno a lavorare in una fabbrica. (…) Se la prima parte del film – che non è certo difficile riaccostare a Metropolis di Lang e A noi la libertà di Clair – svolge chiaramente l’insanabile dissidio tra la personalità dell’individuo e il meccanicismo oppressore dei “tempi moderni”, la seconda esprime, in un senso più ampio e meno contingente, la vana lotta dell’individuo contro una società organizzata sul principio dello sfruttamento del proprio simile.” (L. L. Ghirardini, Storia generale del cinema, vol. II, pp.711-712, Ellemme ed.)