Mafia e sorriso

 

 

TANO DA MORIRE

 

Italia, 1997

 

con:      attori non professionisti

regia:    Roberta Torre

durata: 78' (col.)

 

"Questa è la storia di Tano Guarrasi. Una storia cantata, ballata e suonata. Sono trascorsi neanche dieci anni dalla morte di Tano e la sua storia è già un mito. Nel corso del tempo, la vicenda realmente accaduta e i personaggi realmente esistiti si sono mescolati con credenze magiche e superstizioni popolari. Nei quartieri di Palermo le gesta di Tano sono ormai leggenda. Una leggenda mafiosa. Sarà la gente dei quartieri di Palermo a rac­contarvi questa storia. Attori presi dalla strada, persone che hanno realmente conosciuto Tano Guarrasi e anche i suoi parenti stretti. E vi racconteranno questa storia cantando, ballando e suonando. Tano Guarrasi, uomo d'onore della famiglia di Passo Rigano, era noto per il suo carattere violento e passionale, oltre che per le sue quattro sorelle, rimaste zitelle per tutta la vita a causa della sua tremenda gelosia. Tano viene ucciso per mano di un Killer mandato dai corleonesi durante la sanguinosa guerra di mafia del 1988. E questo fa parte ormai delle tristi cronache di quegli anni. Una delle sue sorelle, Franca Guarrasi, donna prosperosa e indomita quanto il fratello, aveva sempre fatto molto parlare di sé a causa del suo carattere allegro e della sua rimarcata passione per gli uomini importanti. Così, quando Tano muore, lei, benché ultraquarantenne, decide di spo­sarsi. Si dice che Tanino, ben deciso a tutelare la verginità della sorella anche dall'aldilà, sia tornato a prendersela pro­prio il giorno delle nozze... E questo, invece, fa parte ormai del Mito." (dalla Scheda filmica)

 

Roberta Torre

(Milano, 1962)

 

Abbandonato l’interesse per gli studi di filosofia, si diploma alla scuola di cinema di Milano. Si fa notare prima con il suo "saggio" di diploma Cronica e poi con il documentario  Tempo da buttare (1990) che ottiene il premio per la migliore realizzazione visiva al “Fringe Film Festival” di Edimburgo. Nel 1991, in occasione di un viaggio di lavoro, arriva a Palermo e ne resta tanto affascinata da decidere di trasferirsi definitivamen­te in Sicilia. E' qui che inizia la sua produzione di docufic­tion in video e in pellicola. A Palermo fonda anche una piccola società di produzione (Anonimi & Indipendenti)  e, in collabo­razione con il Comune, indice i concorsi di cortometraggi Ses­santasecondi. Malgrado la sua provenienza nordica, Palermo la adotta e instaura rapporti di amicizia “con la reggista, che la pensa come la gente". Tano da morire è il suo primo lungometraggio. A Venezia, dove è stato presentato nel settembre del 1997, pur avendo provocato discussioni, ha ottenuto un buon successo di critica e di pubbli­co. Ha ottenuto tre “Nastri d’argento” nel 1998 (regia, cast femminile non protagonista e musica).

Altri film: Sud Side Stori (2000), Angela (2002), Mare Nero (2006).

 

In una ministoria del cinema che si è interessato alla mafia (un elenco di oltre un centinaio di prodotti) si possono distinguere almeno cinque momenti, tenendo presente che non si tratta di compartimenti ben definiti e separati tra di loro nei temi e nel tempo, bensì strutturati come una sorta  di vasi comunicanti che si trasmettono idee, schemi, novità.

Il  primo momento è quello dell’iconografia, durante il quale il cinema vede nell'argomento mafia una possibile miniera di  idee e si accosta al soggetto in modo superficiale e aned­dotico, senza un’adeguata preparazione storica e culturale del fenomeno. La conseguenza naturale è la produzione di film iconografici, oleografici e mistificanti. Lo schema segue il filone romantico- avventuroso, con finali puntualmente positivi e consolatori che ubbidiscono a moralismi elementari e grossolani.

 

Il secondo momento è caratterizzato dai tabù del silenzio e della paura. Il regime fascista ha tutto l'interesse a proclamare che la mafia (grazie al deciso intervento del prefetto Mori) è stata eliminata, e che pertanto è arrivata l’ora di dire ai registi: "basta con questi briganti". Se proprio si vuole parlare di qualcosa si trovino argomenti costruttivi, giacché “i panni sporchi si lavano in casa”.

In questo contesto si collocano anche il veto che l’allora ministro della cultura Pavolini mise sul progetto di Luchino Visconti (che, dall’omonima novella di Verga, intendeva realizzazione il film L'Amante di Gramigna),  l’accusa di apologia di reato a chi anche indirettamente esaltava la delinquenza, la censura preventiva dei copioni (come nel caso de I fuorilegge di Aldo Vergano), la strumentalizzazione dell'argomento per affermare la fun­zione dello Stato (come avvenne per In nome della legge di Germi).

 

Il terzo momento è quello in cui si presta più attenzione ai dati storici. Siamo agli inizi degli anni Sessanta e i registi, prendendo coscienza della loro funzione storico-sociale, fanno più attenzione alle testimonianze, ai luoghi, ai personaggi. Qualcuno, con l'intento di dare una visione realistica del fenomeno, prospetta persino l'idea di fare partecipare alla realizzazione gli stessi protagonisti e i parenti dei mafiosi. Anche gli uomini di cultura (Sciascia, su tutti) vengono invitati a collaborare. Qualche esempio di questo cinema: Salvatore Giuliano di Rosi,  Morte di un bandito di Amato, Il giorno della civetta di Damiani,  A ciascuno il suo di Petri,  ecc.

 

Il quarto momento può essere individuato nell’americanizzazione del tema della mafia. Calcando  la mano sugli effetti spettacolari e sulle emozioni forti, si realizzano film kolossal buoni per ogni latitudine e in grado di battere qualsiasi record di incassi. E se  Francis Ford Coppola sforna le tre parti de  Il padrino per un totale di sette ore di film, la RAI cede alla tentazione dell’interminabile “saga"  de La piovra.

 

Oggi  - e siamo al quinto momento – si tentano nuove vie. Concedendo meno spazio alle sequenze spettacolari (inseguimenti, attenta­ti, sangue e violenza), si dà più rilievo alla psicologia dei personaggi attraverso un’accurata indagine intro­spettiva. Sono cambiati anche i protagonisti: le vittime e i giudici, più che i mafiosi;

ma è tutto il nuovo cinema italiano che si sta indirizzando verso questa strada. Si tenta, cioè, una denuncia senza isterismi, dove non è assicurato il lieto fine e non si lascia lo spettatore senza speranza. Qualcuno lo definisce “cinema colto”, ma forse è  meglio vederlo come un cinema di impegno civile, dove, invece di impartire lezioni dalla cattedra,  si racconta e si lascia meditare.

E’ su questa linea che si inseriscono, tanto per fare qualche esempio,  Il giudice ragazzino di De Robilant, Testimone a rischio di Pasquale Pozzessere e  Le mani forti di Bernini.

 

da "Il parere degli attori":

 

"Mi sembra uno scherzo. La reggista è un cervellone, io la cono­sco bene... Le persone che mi guardano dicono che da panettiere faccio il grande boss, e questo mi piace. Sto prendendo fiducia perché, se la fortuna ci assiste, vorrei essere a Domenica in, con accanto Mara Venier..." (Ciccio Guarrino, Tano nel film, panettiere).

 

"Roberta mi può venire figlia. Sono contento che io rimarrò nel tempo, ma vorrei che nel mio tempo sareste rimasti pure voi... La reggista ha un caratteraccio! Questo anche perché è lombarda... Però alla fine è una brava ragazza, vah... La fortuna ama tutti noi, ma non si fa sposare da nessuno!" (Enzo Paglino, cognato di Tano nel film, elettricista)

 

"Il mio personaggio lo impressionerò moltissimo. Non un film sul punto doloroso della Sicilia... perché non sono tutte lacrime, ma ci si diverte anche. C'è pure un lato comico della mafia." (Mimma De Rosalia, Franca nel film, infermiera)

 

"M'hanno tinto i capelli e mio marito ancora non l'ha visto. Dopo venti anni che ero bionda!" (Adele Aliotta, Rosa nel film, casa­linga)

 

"Penso che la reggista la pensa come noi. Ci piacciono le situa­zioni siciliane... Io faccio la sorella. Mia sorella fa l'altra sorella. E solo questo sappiamo, non sappiamo chi è buono e chi è cattivo; sappiamo un concentrato. Certo, però, che per me lo potevano trovare un marito migliore!" (Maria Aliotta, Caterina nel film, casalinga)

 

"A casa, ogni volta che torno, è una tragedia, e tutti mi sfotto­no. E comunque, se mi dicono di andare in America per un film, io scappo di casa..." (Annamaria Confalone, Modesta nel film, casa­linga)

 

Così la critica:

 

"Una storia minima di criminalità, che ieri sarebbe finita nei racconti dei cantastorie. Ma i cantastorie non esistono più, sostituiti dal cinema, dalla tv, dai cd che hanno portato da lontano nuove mode e nuovi miti: il rock e il rap, il kitsch (forme dove predomina il cattivo gusto) il trash-movie (il cinema spazzatura), i fumetti underground (pubblicati dal sottobosco dell'editoria). Da lontano - da Milano - è arrivata anche Roberta Torre (classe 1962) che ha travasato la storia di Tano in un musical dove rock, rap, kitsch, trash e underground si fondono con quel teatro dei poveri che è la sceneggiata napoletana (le musiche sono di Nino d'Angelo), con la tammuriata, con le defor­mità surreali dello Zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco (e infatti la fotografia è di Daniele Ciprì), con il valzer e la canzone strappacuore. In questa commedia musicale goliardica e casereccia i rituali della mafia si tramutano in un balletto grottesco che sbeffeggia e deride la Piovra. Passando dallo schermo allo scher­no.” (E. Natta, Famiglia cristiana, n. 40, 1997)

 

“Una storia vera (Tano Guarrasi, appartenente alla famiglia del Borgo Vecchio, fu ucciso nella sua macelleria alla Vucciria il 27 ottobre 1988) ma raccontata in forma di musical e interpretata da non attori. In questo modo il film evita i troppi cliché sull’argomento, come la retorica dei buoni e la spettacolarizzazione del crimine, per confrontarsi con la quotidianità della mafia: non ipotesi interpretative ma attenzione antropologia ad un mondo sconosciuto su cui tutti credono di sapere tutto (con più di un debito verso l’ultimo Sciascia). In questa logica diventano fondamentali le canzoni e i numeri musicali perché impediscono ogni tentazione intellettuale e danno concretezza al “volto surreale e grottesco della mafiosità”, così come fa la regia reinventando in chiave modernissima procedimenti “fuori moda” (sovrimpressioni, inserti pop, luci al neon, split screen. Straordinario il lavoro musicale di Nino D’Angelo che ha scelto uno stile per ogni composizione (dalla cerimonia mafiosa alla maniera di Saturday Night Fever alla samba femminista sugli uomini d’onore che “dormono a casa e fuori fann’ammore”, dal Rap ‘e Tano alla tammuriata sugli spioni) aggiungendo così nuovo spessore al film.” (Dizionario dei film, a cura di P.  Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

 “Divertente satira che riesce a mescolare un argomento mafioso, abusato da televisione e cinema, in una chiave originale.” (P. Farinotti, Dizionario di tutti i film, Ed. Esedra)