
Il sorriso della stella
Italia, 1996
con: S. Orlando, P. Bauchau, R. Zacher, N.
Tamma, L. Betti, G. Moschin, N. Davoli,
F. Citti
regia: Sergio Citti
durata: 130', col.
Tre singolari saltimbanchi -
un francese, un tedesco e un italiano - stanno attraversando l'Italia con il
circo "La Mosca". Lo spettacolo che vanno replicando, per quanto sia
originale, lascia, tuttavia, indifferente il pubblico. Un giorno, arrivano a
Monte Feroce e l'intera comunità di bifolchi si ribella, perché vuole le belve
vere. I tre, per evitare il linciaggio, sono costretti a darsela a gambe. La
fuga li porta in un paese che sta preparando il tradizionale presepe vivente e
che ha dei problemi con i tre re magi, decisi a scioperare pur di ottenere un
aumento di paga. I tre saltimbanchi vengono assoldati dal parroco e concupiti
dalle donne, ma la loro intrusione è poco gradita sia dagli scioperanti, sia
dagli uomini del posto. Rischiano grosso (l'evirazione è rimandata a
rappresentazione finita), ma riescono a farla franca rimproverando l'egoismo
degli abitanti, causa principale della mancanza di amore e della conseguente assenza di bambini nelle case e nel presepe.
Durante la notte, una stella cometa li invita a intraprendere un viaggio alla
ricerca del Bambino Gesù. E così i tre si imbarcano clandestinamente su una
nave sovietica, naufragano, approdano in una spiaggia isolata (la stessa dove
fu ucciso Pasolini), incontrano sottoproletari, emarginati, videodipendenti,
ribelli, violenti... Le loro "scoperte" saranno molteplici anche per
quanto riguarda il Bambino Gesù che vanno cercando: una bambinella, due
gemelli, qualsiasi bambino, perché "tutte le volte che nasce un bambino,
nasce Gesù".
(Roma, 1934- Ostia 2005)
Figlio di un imbianchino
anarchico ed imbianchino egli stesso, approda al cinema nel 1950, quando
incontra Pasolini che faceva il maestro a Ciampino. Ispirato dai suoi
"racconti orali", Pasolini scrive
Ragazzi di vita; poi, a
partire da Accattone, lo chiama al
suo fianco come "consulente linguistico" e come aiuto regista. In
seguito presta la sua collaborazione
non accreditata anche a soggetti e dialoghi di film di Fellini, Bolognini,
Bertolucci. Nel 1971, avvalendosi della collaborazione del suo amico e
maestro, esordisce nella regia con Ostia.
Il suo cinema, pur avendo in
Pasolini un riferimento costante, si sviluppa
autonomamente e, al gusto per le battute eccessive e triviali, unisce
con toni di neorealismo minore squarci di vita proletaria, considerazioni
profonde sulla vita, sul destino e sulla morte. Il gusto per la tradizione
orale, l'ingenuità dei protagonisti, la semplicità delle sue storie e la costruzione
picaresca inducono molti critici a considerare Citti un autore naïf, ma per
Pasolini egli "si colloca tra Sandro Penna e Alberto Moravia: al primo
assomiglia "per la totale e quasi santa libertà; al secondo, per la
rapidità dell'intelligenza e il pessimismo." (Pasolini, in Ostia, Garzanti, 1970).
Altri suoi film: Storie scellerate (1973), Casotto (1977), Due pezzi di pane (1979), Il
minestrone (1981), Sogni e bisogni
(1985), Mortacci (1989), Cartoni animati (1998), Vipera (2001), Fratella e Sorello (2002).
La genesi de I magi randagi è lunga e complicata. Nel
1966, Pier Paolo Pasolini scrive un soggetto per Totò che porta come titoli
provvisori prima Il cinema e poi Ta kai ta (ovvero: "Questo e quello", in greco, da una
citazione di San Paolo). In seguito, Pasolini adatta il copione ad Eduardo De
Filippo e cambia tre volte il titolo: Circenses,
Dromenon Legomenon, Porno-Teo-Kolossal. La sua intenzione, probabilmente,
era quella di rivestire di significati intellettualistici le figure dei Re Magi.
Sergio Citti eredita l'idea e ne fa un film naïf, una fiaba di incantata
semplicità, all'interno della quale trovano posto riferimenti, simbologie e
citazioni. Ed è così che, nella splendida "cornice" del bimbo
abbandonato ai piedi dell'albero all'inizio del film e ripreso alla fine,
acquistano importanza episodi che strappano sorrisi e invitano a riflessioni
profonde. Si pensi, per esempio, al nome del circo senza belve ma con
uomini-belve ("La Mosca", perché è un insetto che si posa sulle
sporcizie dell'uomo) e a quello del paese che non ama l'arte (Monte Feroce);
alla figura del Padreterno che comanda la Celere e a quelle dei vari
"bambinelli" (la femminuccia, i gemelli); alla provenienza regionale
dei tre Re Magi professionisti (un veneto, un emiliano, un ligure) e a quella
nazionale dei tre saltimbanchi che li sostituiscono (un italiano, un tedesco,
un francese); all'ottusità dei fanatici che danno la caccia agli zingari e
presi da furore razzista si scagliano anche contro il negro, l'ebreo e il
napoletano; all'incongruenza degli avventori del bar commossi davanti alle
sequenze della "soap opera" e insensibili di fronte ad una bambina
affamata (che troverà migliore accoglienza tra le braccia della donna di un
suonatore ambulante); alle divagazioni sui presepi (da quello vivente curato
nei particolari, ma mancante del bambinello protagonista, a quello con il
carillon dei magi; da quello dolente
ricreato nella stessa spiaggia in cui fu assassinato Pasolini e popolato dagli
attori che a lui furono cari (Ninetto Davoli, Laura Betti, Franco Citti e Mario
Cipriani, lo "Stracci" de La
ricotta), a quello risplendente di luci del paesello che ha riscoperto
l'amore. E, su ogni cosa, il sorriso ammiccante di una stella cometa che
strizza l'occhio e indirizza verso mete mai definitive.
Così la critica:
"Sergio Citti non è un
naif perché è del tutto cosciente della sua operazione formale: tuttavia porta
da un mondo sottoproletario, imparlabile dalla cultura borghese, alcuni
lacerati sentimenti allo stato puro: e ciò getta sulla sua opera una luce
sconosciuta di mistero non cercato: e dà nel tempo stesso all'opera una
completezza e un'esaustività di quel certo reale che vuole esprimere - come ben
raramente succede anche nei migliori film d'autore." (Pier Paolo Pasolini
nel 1970)
"Una favola amara e
capace di strappare risate, nei suoi dialoghi a tratti ferocemente surreali,
come nella scena in cui i tre scalcagnati protagonisti Gaspare, Melchiorre e
Baldassarre, attori di strada che si ritrovano per una serie di vicissitudini
investiti del ruolo di Re Magi, entrano in un bar con il
"bambinello" (che si rivela essere una bambinella) tra le braccia e
sono obbligati a seguire una demenziale soap opera all'insegna dei frutti di
mare e del cuore. Sergio Citti, grande raccontatore di storie, conversatore
dall'impareggiabile fantasia sarcastica, spiega meglio di ogni altro il suo
film: "E' la storia di tre saltimbanchi, che attraversano l'Italia: un
francese, un tedesco e un italiano. Sono gli unici e poetici superstiti di un
circo senza belve, ma dove si parla delle belve-esseri umani. I tre dispongono
di povere attrezzature e non posseggono animali, ma evocano con i loro
personaggi le vere belve che si aggirano fameliche in quello zoo senza gabbie
che è il mondo. Vengono assoldati dal parroco di un paese, dove da vent'anni
non nascono bambini, per impersonare i Magi e, dopo svariate avventure in cui
l'Amore viene recuperato dalla gente del villaggio, ha inizio la seconda parte
del film, molto meno favolistica, e che viene pilotata da una strana stella
cometa, attraverso mari e monti, periferie terribili, spiagge desolate, campi
di emarginati e piccolo borghesi omogeneizzati." Bisogna davvero vedere
questo film per coglierne tutti gi spunti: per chi non ricorda o non sa, si
sottolinea che, nel luogo dove fu ucciso Pasolini, rinasce la vita, senza che
nel film, con grande misura, si faccia riferimento al luogo. E, tra i volti
tutti giusti della storia, c'è anche Stracci (ossia l'attore di La ricotta, Mario Cipriani), che, con
ironia del regista, interpreta l'uomo che porta la ricotta sul tavolo di una
desolata, ma allegra Torvajanica." (G. Grassi, Il Corriere della Sera, gennaio, 1997)
"I magi randagi è prima di tutto una commovente e candida (non
ingenua, consapevolmente candida) favola picaresca, che mette in scena molti
stereotipi del genere letterario cui si rifà. (...) Non importa se i tre
assumono le sembianze dei Re Magi per danaro: finiranno per credere alla loro
Missione affidata loro in sogno da un Dio che ha le sembianze popolaresche di
un uomo. La ricerca di un nuovo Messia è allora al tempo stesso religiosa e
laica, umana e metafisica, si scontra con tutte le miserie degli uomini, con il
loro degrado morale, eppure la Fede nella rinascita dell'Uomo non si
inaridisce e alla fine i Re Magi esclamano ancora in una sorta di religiosità
laica: "Tutte le volte che nasce un bambino nasce Gesù". Il
rinnovamento dell'uomo può avvenire in tanti modi, attraverso ogni corpo nuovo,
l'importante è crederci. O, per dirla con Pasolini, "non esiste la fine /
Aspettiamo / Qualcosa succederà." (...) La favola di Sergio Citti è fatta
di sentimenti essenziali, di malinconia, realismo metafisico, dolce ironia
(vedasi la sorridente irrisione alla telenovela), dichiarata utopia, amarezza
e poesia." (F. Vergerio, Film,
n.27, maggio-giugno 1997)
"Atmosfere magiche e
surreali, succhi strapaesani, echi del neorealismo si mescolano in questa
favola moderna dalla quale filtrano sapori antichi. Aromi genuini di un tempo
che sembra perduto e che se riuscissimo a recuperare ci consentirebbe di vivere
meglio." (E. Natta, Famiglia
Cristiana, n.3, 1997)
"Senza voler istituire
impossibili paragoni con Pasolini, rispetto all'amico scomparso, Sergio Citti
ha una più disinvolta disponibilità da una parte a commuoversi, dall'altra a
sorridere. Perciò il film, per quanto iterativo e un po' diluito proprio come i
racconti della nonna, si fa guardare con tenerezza." (T. Kezich, Il Corriere della Sera, gennaio 1997)