locandina del film KEEP COOL

 

Sorrisi gialli

 

 

KEEP COOL

(You Hua Hao Hao Shuo)

 

Cina,    1997

con:     J. Wen, L. Baotian, Q. Ying, G. You, Z.Yimou 

regia:   Zhang Yimou

durata:  95', col.

 

Xiao Shwai, giovane libraio balbuziente, è innamorato della bella e capricciosa An Hong. Per dimostrarle il suo affetto non teme di gridarle parole d'amore servendosi di un venditore ambulante e di occasionali  banditori. Ma An inizia una nuova relazione  con  un piccolo  boss di Pechino, il quale non gradisce l'insistenza del giovane e lo riempie di botte. Nella colluttazione viene  casual­mente  coinvolto anche il distinto intellettuale e pacifista  Lao Zhang che, avendoci rimesso un computer portatile, intende  otte­nerne il risarcimento. La protesta civile di Lao e i suoi  tenta­tivi  di mettere pace tra i due contendenti si scontrano,  tutta­via, con l'ossessiva  voglia di vendetta di Xiao che, per pareg­giare  i  conti, è fermamente deciso a tagliare la  mano  al  suo rivale.  Dopo  lunghe discussioni,  patteggiamenti,  inganni  ed equivoci, tra Xiao e Lao si rovesceranno i ruoli: chi si appella­va alla ragione viene invaso dal furore, e chi voleva  vendicarsi si ritrova a fare da paciere.

 

Zhang Yimou

(Xi’an, Cina, 1940)

 

Uno dei maggiori registi cinesi, sicuramente il più conosciuto in Italia soprattutto dopo il successo ottenuto con Sorgo rosso  (1987) e con Lanterne rosse (1991), vietato  nella Cina popolare e premiato con il “Leone  d'argento” a Venezia. Durante la rivoluzione culturale subisce un’odiosa persecuzione politica e viene relegato per due anni ai duri lavori della campagna. Dopo la rottura con la sua attrice preferita (Gong Li), alla quale era legato sentimentalmente e artisticamente, realizza Keep Cool, sperimentando nuove tecniche di ripresa e di montaggio.

Altri  suoi  film: Ju Dou (1990), La storia di Qiu Ju (1992),  Vivere! (1994), Le triadi di Shanghai (1995), Non uno di meno (1999), La strada verso casa (1999), La locanda della felicità (2001), Hero (2002), La foresta dei pugnali volanti ( 2004), Mille miglia lontano (2005), La città proibita (2007)

 

Ancora il tema della giustizia al centro della ricerca filmica di Zhang Yimou. Questa volta, però, egli si serve di una tecnica ardita (anche se completamente in funzione della trama) e dell'arma del sorriso. Nelle riprese, quasi completamen­te  girate con  la camera a mano, sta addosso  agli  attori,  li scruta e li spoglia. Il suo può anche essere un divertente grido solitario (bello e tutto da decifrare quel prestarsi al gioco interpretando la particina simbolica del raccoglitore di carta e stracci che urla al posto di Xiao Shwai un amore non corrisposto)  in  una Cina consumistica,  invasa da cellulari e biciclette, ma di certo non  devono essere stati dello stesso parere i signori della censura di Stato, se, dopo  aver  posto un veto alla  partecipazione  del  film  al festival di Cannes, solo "obtorto collo" e con qualche taglio hanno accettato che arrivasse a Venezia (1997).

 

Così la critica:

 

"Yimou  diverte,  senza  togliere alle risate quella  patina  di raffinatezza e di amara riflessione che fanno parte del suo  modo di fare cinema. Il suo film comincia con delle gag, devia presto per una spirale quasi filosofica, si riprende a tratti la  sacrosanta voglia di riderci sopra, per poi chiudere con un vogliamoci tutti bene che forse è il difetto maggiore di un film non  abba­stanza  corrosivo. (...) Il passaggio alla commedia, vissuto  come una trasformazione epocale, si accompagna a novità stilistiche, a una fotografia per lui insolita, e soprattutto all'uso ridondan­te della macchina a mano e di un conseguente montaggio  sfiancan­te,  con  passaggi a schiaffo e  inseguimenti  traballanti,  fino all'accostamento  di pezzettini sfuocati, privi di un senso  che non sia la pura confusione. (...) Yimou, comunque, politica  e tecnica  a parte, con questo film ha regalato all'ultimo  festival di Venezia  uno dei momenti più interessanti  e spassosi,  come d'altra parte tutti si aspettavano. Ma fa sempre piacere che  le attese non  siano vane."  (M. Medelin, sito Internet http.  Tempi moderni/)

 

"Fondamentalmente è una questione di stile. Zhang Yimou  continua a sperimentare modi di racconto e configurazioni di finzione  mai uguali a se stessi. (...) Mai come qui la comicità del quotidiano è  vincente. Un innamorato balbuziente, una bella  apparentemente fedifraga, un casuale incontro con un ometto prudente e ragionevole per indole, un ufficiale di polizia pronto a  dare paterni consigli  sul  vivere civile fuori di galera.  C'è un labirinto verbale,  pretesco  a volte, che smarrisce. Il  pensiero cinese ignora il "no". E di questo la visione cinese di Zhang si nutre. Su questo si costruiscono le sequenze di inquadrature, su questo procede  la comicità. Il contrasto tra la durezza di uno scontro all'ultimo  sangue  e la subitanea risoluzione in un nulla di fatto,  riprendendo dopo una pausa come se nulla fosse avvenuto. Ignorare  il "no" è una forma di pensiero analogico che sta  alla base del raziocinio cinese." (M. Repetto, Film, anno IV, n.  33, maggio-giugno 1998)

 

"Divertentissima  commedia  dai toni leggeri ed amari  al  tempo stesso,  Keep Cool taglia tutti i ponti con la precedente  produ­zione di Zhang Yimou, non solo da un punto di vista contenutisti­co e di ambientazione, ma, ed in modo preminente, dal lato tecni­co e quindi, come più che logica conseguenza, in termini di  resa visiva."  (C. Cimmino, sito Internet reVision)

 

“Grande ironia e qualche risata.”  (P. Farinotti, Dizionario di tutti i film, Ed. Esedra)

 

“Al tempo di Lanterne rosse (1991) si parlò di realismo. Quella di Zhang Yimou sarebbe stata una descrizione, poetica ma fedele, di non si sa quale verità umana e sociale della Cina. Poi, con una dichiarazione esplicita, proprio Zhang rivelò che tutto nel film - gli usi, i riti, i ruoli, lo stesso onnipresente rosso del titolo - era pura invenzione d’autore. Ora, con Keep Cool capita qualcosa di simile, anche se di segno opposto. Il regista, dunque, avrebbe abbandonato il realismo - e addirittura il “neorealismo” di La storia di Qiu Ju (1992) -, ma ancora a scopo di verità sociologica. La Cina, questo su per giù è il ragionamento, sta cambiando: abbandona Karl Marx e anche Confucio, a vantaggio di modelli di vita occidentali. E lui, Zhang - solerte testimone del tempo -, andrebbe in giro per Pechino con la sua macchina da presa per documentare, raccontare, magari anche criticare... Naturalmente, sia Lanterne rosse che Keep Cool non nascono nel vuoto. Per quello che si può intuire da lontano, in senso geografico e in senso culturale, il primo si lega a un mondo che privilegia l’immobilità, la tradizione, la famiglia intesa come universo chiuso. Il secondo, invece, rimanda al movimento, all’innovazione, all’individuo. Insomma, par di capire che davvero questo strano racconto senza (un vero e proprio) racconto sia stato scritto e girato ben dentro un Paese che cambia, che deve fare i conti con un passato la cui memoria s’attenua e con un presente nel quale si mescolano alla rinfusa biciclette e telefonini, computer e karaoke. Non a caso, in una particina illuminante, nel film appare lo stesso Zhang. Tirando un carretto stracolmo di ciarpame e vecchie cose, attraversa lo schermo - ossia, un enorme spiazzo vuoto sovrastato da gelidi grattacieli -, quasi fosse l’ironico robivecchi d’una storia e d’una cultura millenaria. D’altra parte, tutto questo spiegherà forse la diversa atmosfera e il diverso “materiale culturale” in cui e con cui i due film sono stati costruiti. Di certo, però, non spiega il loro fascino, verrebbe da dire la loro poetica d’autore. Zhang, infatti, è autore in senso profondo. Il suo cinema non è specchio banale della banalità sociologica: è creatore d’un suo proprio mondo. Come tale, cioè come poetica e come cinema, merita d’essere guardato. E da guardare c’è davvero tanto, in Keep Cool. Fin dalle prime inquadrature, la macchina da presa (pressoché sempre tenuta in mano) ha il ruolo d’un grande occhio curioso. Il movimento è nervoso, contratto, spesso iperbolico. Continui riflessi di luce ce ne svelano la presenza. Suggerendoci la materialità delle lenti, il “filtro” dei cristalli, ci rammentano che il suo spazio non è quello stesso dei personaggi e degli ambienti, insomma del film, ma che è a esso solo contiguo. E tutto questo finisce per darci l’impressione che siamo proprio noi a reggerla, questa macchina da presa in movimento continuo, che siamo proprio noi a osservare il mondo attraverso il suo grande occhio curioso. Le inquadrature di Keep Cool, appunto, sono zeppe di primi piani in grandangolo, e insieme però (nella prima parte) sono “attraversate” da improvvisi piani totali. Il disorientamento così prodotto viene più d’una volta rafforzato da immagini di particolari ingranditi fino a non essere più riconoscibili, sgranati a tal punto e montati con un tale ritmo da trasformarsi in puro colore e in movimento astratto (nella splendida sequenza in cui Xiao Shuai viene assalito e brutalmente picchiato, per esempio). C’è qui una felicità creativa dell’occhio che non si può ridurre alla miseria intellettuale dello specchio sociologico, e neppure a questioni pur serie come il rapporto tra libertà e potere, tra individuo e apparato. Zhang potrà anche essere testimone della realtà del suo Paese, ma ben più importante è questa sua capacità unica d’inventare cinema: una capacità che supera d’un balzo confini geografici e culturali, e che vale per se stessa. Certo, per goderne fino in fondo la genialità, occorre che anche il nostro occhio si lasci andare a quella felicità creativa. Occorre, soprattutto, far giustizia della pigrizia critica, abituata a controllare, domare, devitalizzare tutto quello che è davvero nuovo. Catturati dalle immagini di Keep Cool, dunque, non ci passa proprio per la testa di domandarci chi mai sarà a prevalere nella Cina che cambia, se Confucio su Marx o Marx su Confucio o il karaoke su entrambi. E nemmeno facciamo gran caso al finale con tutta evidenza edulcorato su richiesta della censura (ma separato genialmente dal resto del film con un “nero” che dura qualche lunghissimo attimo). Ci interessa molto di più tener dietro a Zhang nella costruzione d’una vicenda che vive solo delle e nelle immagini, immersa in un’iperbole e in un caos di movimento e colore” (Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 1/3/1998)

 

“Discoteche bluastre indiavolate, telefonini e cercapersone innumerevoli, casino, frastuono, fretta, nervosismo, gente sempre attaccata alla bottiglia d'acqua minerale come negli Stati Uniti, gangster in limousine, computer e software, protagonista tutto in jeans con testa rasata e collana d'oro, ragazze eleganti pazze per lo shopping e la griffe, grattacieli, risse continue, luci fluorescenti e musica forte, violenza: Pechino appare più caotica e consumista di Hong Kong o Singapore in Keep Cool (Stiamo calmi) di Zhang Yimou, in concorso alla Mostra mutilato da sette tagli (il più vistoso è segnalato da qualche attimo di nero), alterato da un coatto finale conciliante, alla fine autorizzato dalla censura e già uscito nei cinema in Cina. Il regista cinese meraviglioso (Lanterne rosse, Sorgo rosso, Ju Dou, Vivere, La storia di Qiu Ju, La Triade di Shangai) dice d'aver voluto raccontare come si vive oggi a Pechino, fra tradizioni residuali, modernità squilibrata, fame di soldi esasperata, e di esser stato realista, di non aver esagerato. Sarà. Nel ritratto di città, la cristallizzazione sarcastica è portatrice d'un messaggio edificante evidente (stiamo calmi, dialoghiamo anziché aggredirci) e di verità non ostentate: i dislivelli sociali, a imitazione dell'Occidente, devono essersi molto accentuati, se nel film c’è chi vive con 30 yuan, chi vive con 100 e chi con 50.000 yuan, chi fa lavori precari servili, chi sta bene con il commercio e chi è ricco con il crimine; l'amministrazione delle leggi non dev' essere equa, se i protagonisti vogliono farsi giustizia da soli con metodi arcaici (il taglio della mano), come gli storici banditi raddrizzatori di torti. Nel film destinato al pubblico cinese, interessante, significativo e divertente più che bello, Zhang Yimou adotta i toni della commedia comica; gira sempre con la macchina a mano, i cui sussulti contribuiscono a dare a Keep Cool e a Pechino un pertinente ritmo inquieto, frammentato, affannato; sceglie un commento musicale invadente che mescola pop cinese e canzoni melodiche alle note del vecchio inno delle Guardie Rosse. Lo sconcerto, l'ironia e forse la malinconia per il Paese mal cambiato si esprimono attraverso una storia buffa: un negoziante di libri (Xiao Shuai) deciso a riconquistare l'amore d'una ragazza bella, elegante, sexy (Qu Ying) che gli ha preferito un losco proprietario di locali notturni, da quest'ultimo viene malmenato, fatto picchiare; vuole vendicarsi, mentre un ricercatore che nella rissa ha avuto distrutto l'amato computer vuol vendicarsi di lui e d'un cuoco aggressore; la sentenza finale del saggio poliziotto suona: “Se perfino gli Stati riescono a dialogare, perché non dovreste riuscirci voi?”. (Lietta Tornabuoni,  La Stampa, 3/9/1997)