Sorrisi tzigani

 

 

GattO nerO, gatto bianco

(Black Cat, White Cat)

 

Jugoslavia, 1998

 

con:      B. Severdzan, S. Todorovic, altri attori non professionisti

regia:    Emir Kusturica

durata:  120', col.

 

Sulle sponde del Danubio, affollato di barche, di traf­fici e di mascalzoni, vive  Matko, uno zingaro in cerca del colpo che gli cambi la vita. Suo padre (Zarje) è proprietario di un cementificio ed ha più fiducia nel nipote Zare, che  nel figlio buono a nulla. Quando Matko crede di aver fiutato un affare, si fa prestare i soldi da Grga Pitic, amico di suo padre, magnate delle discariche e simpatico patriarca  fanatico di Casablanca.  Sprovveduto e pasticcione com’è,  Matko combina solo dei pasticci: commuove e convince Pitic  “inventandosi” la morte del padre, si fa fregare come un pollo dal losco ras Dadan, rimane invischiato nella lotta tra i clan, combattuta con prepotenze, colpi di pistola e scherzacci pesanti. Dadan, per rifarsi del danno subito, propone a Matko un matrimonio “riparatore”  tra il giovane Zare e  Afrodita, sorella nana rimastagli sul groppone. Ma Zare è innamorato di Ida, una bella e focosa barista e la minuta Afrodita sogna di essere rapita dal nipote "gigante" di Grga. Durante la festa del matrimonio forzato, a dispetto dei grandi che pensano solo alla convenienza e alla realizzazione dei loro piani, ne accadono di tutti i colori e, alla fine, dopo rocambolesche fughe, inseguimenti e sparatorie, i giovani sapranno gabbare gli adulti e far trionfare l'amore.

 

Emir Kusturica

(Sarajevo, 1955 )

 

Serbo di lingua materna e musulmano di religione, rifiuta di definirsi serbobosniaco perché si sente “francojugo­slavo". Allievo di Otakar Vavra, si forma a Praga, nella "scuola cecoslovacca" degli anni '60. Nel 1978, con il suo film di diploma, si aggiudica un premio al festival di Karlovy Vary, ma in Europa si parla di lui, per la prima volta, nel 1981, quando con Ti ricordi di Dolly Bell vince a Venezia il Leone per la migliore "opera prima". Oggi tutti gli riconoscono il merito di avere esportato la cinematografia iugoslava, "sommersa" e poco conosciuta in Italia.

Il suo secondo film - Papà è in viaggio d'affari (1985) - viene premiato prima al Festival di Pola per la migliore sceneggiatura e per l’interpretazione dei due attori principali adulti (con le "Arene d'oro") e poi al Festival di Cannes con la Palma d'oro. Altri premi li ottiene con Il tempo dei gitani (1989) (premio per la regia a Cannes), con Arizona Dream (1993) (Orso d'Argento a Berlino) e con Underground (1994) (Palma d'oro a Cannes).

Altri film: La vita è un miracolo (2004), Episodio Blue Gipsy di All the Invisibile Children (2005), Promise me this (2008)

 

Gatto(a) nero(a), gatto bianco, nato come un documentario sul gruppo di musicisti gitani "Muzika Akrobatika" (lo stesso che aveva suonato in Underground), è stato girato in Serbia, a 40 chilometri da Belgrado. Pur premiato a Venezia solo con il “Leone d’argento”, può considerarsi il vero vincitore morale della Mostra 1998 (la stessa che ha visto la discussa affermazione di Come ridevano di Gianni Amelio).

 

"Sono tornato a raccontare i gitani perché è il solo popolo che non cambia mai, che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare, i soli che mantengano intatta la loro storia, che vivano nel presente la loro memoria, che tutti tenta­no di distruggere e che pure sempre sopravvivono, che vivono nell'illegalità senza farsi corrompere, che attraversano la miseria e la ricchezza con la stessa allegra indifferenza. Sono eterni e indistruttibili come le comunità di insetti che seguono il disegno arcano e geometricamente perfetto della loro specie. Sono l'ultimo popolo capace di vivere immersi nei colori e nell'eccesso del kitsch.." (E. Kusturica in "Zingari, quel popolo che non cambia mai" di N. Aspesi, La Repubblica, 12/IX/'98)

 

Gatto nero, gatto bianco, film pieno di idee e di trovate, si presenta come un allegro “divertimento” di Kusturica sulla vita degli zingari. Le invenzioni della tecnica, le lotte western-mafiose dei prepotenti, le schermaglie d’amore surreali e grottesche, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte, le cose belle e le cose brutte della vita, lo stesso cinema “classico” (significativamente presente con la citazione di Casablanca) sono da lui presi in considerazione per strappare il sorriso, per sdrammatizzare. Le immagini chiave, in tal senso, sono da individuare nella presenza degli animali che fanno capolino, tra una sequenza e l’altra: i due gatti che assistono increduli e spauriti alle tresche degli uomini e l’enorme maiale che sgranocchia pazienteme­nte la carrozzeria di un'auto mentre intorno si spara, ci si insegue, si  perpetrano inganni. 

 

Così la critica:

 

“Il film più sfrenato e sensuale del ’98, il più elettrico e debordante, com’è da sempre nello stile del suo autore, è anche il più sottilmente allarmante, quello che passata l’euforia lascia addosso un brivido remoto ma persistente. (…) Anche il complicato intreccio con vagoni rubati e rivenduti, ricatti, ruberie, matrimoni combinati, amori clandestini consumati al riparo di enormi girasoli, morti nascosti per non rovinare la festa, un maiale gigantesco che divora una carcassa d’auto, anche questo susseguirsi frenetico di invenzioni testimonia un’inventiva, una vitalità, uno slancio senza pari. Eppure qualcosa suona ostinatamente male. Non falso, ma vuoto, forzato. Come se tanta allegria coprisse qualcosa. Come se quest’Arcadia gitana, trasparente allegoria della Jugoslavia di oggi (e proprio “Oggi” dice significativamente la didascalia iniziale del film), questa landa pittoresca popolata di banditi armati fino ai denti ma inoffensivi, fosse anche un augurio, il sogno di una società diversa.” (F. Ferzetti, Il Messaggero, 14 /XI/’98)

 

"...la vitalistica, smodata, estrema allegria di un film colora­tissimo, rumoroso, picaresco, agitato, grottesco, qualche volta persino poetico, è l'altra faccia di un dualismo per cui nella ex-Jugoslavia tutti hanno la pistola facile come nel West ai bei tempi, il denaro è la molla di ogni gesto e i clan sono prepo­tenti e l'un contro l'altro armati." (I. Bignardi, La Repub­blica, 12/XI/'98)

 

Gatto nero, gatto bianco è un’altra scoppiettante e fantasmagorica favola surreale ambientata fra zingari allegri e fracassoni che sembrano usciti dal regno di Cartoonia e che danno vita a una specie di colossale musical all’aria aperta, sottolineato da stupende musiche tzigane e scandito da una suggestiva e colorita coreografia. Film di dirompente fantasia che lascia trasparire un sottile e divertente messaggio di pace dopo i giorni dell’ira nell’ex Jugoslavia. Un messaggio che si può cogliere nelle continue citazioni di Casablanca, dove Humphrey Bogart e Claude Rains salutano con calore la loro nascente amicizia. Ma ci sono anche metafore più cifrate. Per esempio, il ripetersi di una scena estemporanea che fa un po’ da refrain a tutto il film, in cui un grosso maiale sta rosicchiando la carcassa di un’auto abbandonata sul ciglio di una strada. Se in quel rottame non è difficile scorgere la ex Jugoslavia, c’è da chiedersi chi sia il maiale. L’Onu? Gli Usa? I paesi europei? Il mercato globale?” (E. Natta, Famiglia Cristiana, n.48, 1998)

 

Mettiamola così: un Kusturica minore vale sempre più di molti film “normali” che circolano per i cinema del mondo. Ripetendo un paragone artistico che usammo già da Venezia, vedere Gatto nero gatto bianco dopo l'immenso Underground è come passare dalla Cappella Sistina al tondo Doni: cambiano le dimensioni, ma è sempre Michelangelo. Il confronto tra il sommo Buonarroti e il bosniaco Emir vi sembrerà esagerato, ma sapete com'è: nel cinema, accanto a tanti venditori di saponette, c'è anche qualche artista, e Kusturica è uno di questi. In Gatto nero gatto bianco, suo sesto lungometraggio, Emir ha fuso la tematica del Tempo dei gitani (1989) con l'episodio delle nozze in Underground (1995), e li ha come compressi, girando un'opera molto compatta che per lui, abituato alle sceneggiature aperte e alle riprese senza fine, è a tutti gli effetti un “piccolo film”. Dopo una lunga premessa che serve a definire le tre famiglie su cui si impernia il film, Gatto nero gatto bianco racconta un matrimonio riparatore (ma per motivi economici, non morali...) all'interno della comunità gitana che ancora vivacchia, libera e agitata, nelle terre dell'Europa centrale. (...) Tra nozze mal combinate e morti nascosti in soffitta che si riveleranno ancora vivi, il film va avanti per 2 ore a ritmo frenetico, pieno di musica, di strilli, di trovate scenografiche e di animali che fanno da coro alle umane vicende (strepitoso il maiale che, lungo il film, si mangia a poco a poco un'automobile). Rinunciando del tutto alla narrazione classica, a favore dell'affastellamento di gag e di personaggi, Kusturica si rivela più che mai debitore della letteratura fantastica sudamericana, oltre che delle tradizioni dei natii Balcani: un Marquez trasportato in una Jugoslavia illusoriamente pacificata. Sì, perché sullo sfondo la guerra c'è sempre, se non altro nel vitalismo persino nevrotico con cui i rom tentano di affermare la propria identità, di fronte a un'Europa che non li vuole più.” (Alberto Crespi,  l'Unità 8/11/1998)

 

Il singolare titolo del film, che in una corretta traduzione dall’originale diventerebbe “gatta nera, gatto bianco”, trova un’efficace interpretazione all’interno del sistema che unisce i personaggi più giovani. Infatti Zare è bruno di capelli, di carnagione scura, lento e sognatore, mentre Ida è bionda, di pelle decisamente più chiara, sempre in movimento, molto pragmatica e sveglia. Ancora più deciso è il contrasto tra la piccola e indomita Afrodita e Grga Jr., il gigante spilungone e idealista. Bella la prima coppia, decisamente bruttina la seconda. Ma proprio nell’antiteticità degli amanti, nell’attrazione tra gli opposti, risiede il carattere straordinario del sentimento d’amore che unisce i protagonisti. Personaggi che hanno tuttavia una caratteristica che li accomuna. Si tratta della tenera ingenuità e della dolcezza di cui sono disponibili nei confronti del mondo. Zare appare addirittura come una figura naïve, mentre la piccolissima Afrodita viene significativamente soprannominata “Bubamara”, coccinella. L’ambiente naturale, prezioso giacimento di metafore, è il luogo in cui entrambe le coppie si dichiarano. Zare e Ida nella sequenza dell’amore tra i girasoli, quindi in mezzo al fiume con la camera d’aria utilizzata come salvagente che rappresenta una felice condizione di isolamento dalle insidie del mondo. Il colpo di fulmine tra Grga Jr. e Afrodita avviene nel bosco, luogo archetipico dell’universo fiabesco, di cui i due rappresentano il mito rovesciato di Cenerentola e del Principe Azzurro.


Tutti i personaggi dei giovani denotano inoltre una naturale propensione alla ribellione. Abitanti di un mondo che vuole essere la complessa allegoria di un moderno Far West, essi trovano nel loro atto di protesta contro le leggi degli adulti un barlume di possibilità di non diventare dei criminali. Nella visione del film i Balcani di oggi vengono rappresentati come un mondo in cui regna la corruzione e dove la microcriminalità, spezzettata e spesso esercitata individualmente, costituisce il solo modello di sopravvivenza. Emblematica, in tal senso, la scena in cui una ragazzina imita il film Strade di fuoco di Walter Hill, attribuendo all’immaginario di matrice occidentale una matrice d’ispirazione assai diffusa tra i giovani dell’Europa dell’est.


Quella descritta dal film è una società dove regna la tradizione: è la nonna di Ida ad affermare che andare contro la tradizione porta male. Una società dove trionfa l’educazione all’immagine esteriore: la nonna di Ida dice alla ragazza che non deve farsi vedere dalla gente mentre sta piangendo. Ma soprattutto si tratta di una società profondamente patriarcale, dominata dall’imposizione dei padri sui loro eredi, dove l’unico obiettivo è quello di sistemare materialmente i propri figli attraverso un matrimonio d’interesse. Ma spesso e volentieri proprio i personaggi che sono apparentemente più deboli arrivano a farsi beffe dei più forti, li mettono in una luce ridicola, sovvertendo l’ordine del mondo. E le vittime di un tale sovvertimento sono gli appartenenti alla generazione di mezzo. Oltre alla simpatia nei confronti dei giovani, il film è caratterizzato anche dalla simpatia verso gli anziani. Gli adulti in attività vengono, infatti, rappresentati come ossessionati unicamente dagli affari e dalle speculazioni. Si instaura così un rapporto privilegiato tra nipoti e nonni che salta una generazione di adulti falliti o ipocriti. I vecchi, che appartengono in modo romantico al passato, non muoiono mai veramente, sono sempre pronti a risorgere, come accade ai due vecchi amici uniti da un legame che costituisce l’incipit del racconto. Sarà proprio uno dei nonni a nascondere in una fisarmonica il denaro ricavato dalla vendita della cava per garantire un futuro a Zare e a Ida in viaggio sul fiume della vita. Come a dire che è nell’arte, nella musica e nella poesia, che risiede la vera ricchezza.” (Umberto Mosca, Aiace, Torino)