
Sorrisi tzigani
(Black Cat, White Cat)
con: B. Severdzan, S. Todorovic, altri attori
non professionisti
regia: Emir Kusturica
durata: 120', col.
Sulle sponde del Danubio,
affollato di barche, di traffici e di mascalzoni, vive Matko, uno zingaro in cerca del colpo che
gli cambi la vita. Suo padre (Zarje) è proprietario di un cementificio ed ha
più fiducia nel nipote Zare, che nel
figlio buono a nulla. Quando Matko crede di aver fiutato un affare, si fa
prestare i soldi da Grga Pitic, amico di suo padre, magnate delle discariche e
simpatico patriarca fanatico di Casablanca. Sprovveduto e pasticcione com’è,
Matko combina solo dei pasticci: commuove e convince Pitic “inventandosi” la morte del padre, si fa
fregare come un pollo dal losco ras Dadan, rimane invischiato nella lotta tra i
clan, combattuta con prepotenze, colpi di pistola e scherzacci pesanti. Dadan,
per rifarsi del danno subito, propone a Matko un matrimonio “riparatore” tra il giovane Zare e Afrodita, sorella nana rimastagli sul
groppone. Ma Zare è innamorato di Ida, una bella e focosa barista e la minuta
Afrodita sogna di essere rapita dal nipote "gigante" di Grga. Durante
la festa del matrimonio forzato, a dispetto dei grandi che pensano solo alla
convenienza e alla realizzazione dei loro piani, ne accadono di tutti i colori
e, alla fine, dopo rocambolesche fughe, inseguimenti e sparatorie, i giovani
sapranno gabbare gli adulti e far trionfare l'amore.
(Sarajevo, 1955 )
Serbo di lingua materna e
musulmano di religione, rifiuta di definirsi serbobosniaco perché si sente
“francojugoslavo". Allievo di Otakar Vavra, si forma a Praga, nella
"scuola cecoslovacca" degli anni '60. Nel 1978, con il suo film di
diploma, si aggiudica un premio al festival di Karlovy Vary, ma in Europa si
parla di lui, per la prima volta, nel 1981, quando con Ti ricordi di Dolly Bell vince a Venezia il Leone per la migliore
"opera prima". Oggi tutti gli riconoscono il merito di avere
esportato la cinematografia iugoslava, "sommersa" e poco conosciuta
in Italia.
Il suo secondo film - Papà è in viaggio d'affari (1985) -
viene premiato prima al Festival di Pola per la migliore sceneggiatura e per
l’interpretazione dei due attori principali adulti (con le "Arene
d'oro") e poi al Festival di Cannes con la Palma d'oro. Altri premi li
ottiene con Il tempo dei gitani
(1989) (premio per la regia a Cannes), con Arizona
Dream (1993) (Orso d'Argento a Berlino) e con Underground (1994) (Palma d'oro a Cannes).
Altri film: La vita è un miracolo (2004), Episodio Blue Gipsy di All the Invisibile Children (2005), Promise me this (2008)
Gatto(a) nero(a), gatto bianco, nato come un documentario sul gruppo di musicisti
gitani "Muzika Akrobatika" (lo stesso che aveva suonato in Underground), è stato girato in Serbia,
a 40 chilometri da Belgrado. Pur premiato a Venezia solo con il “Leone
d’argento”, può considerarsi il vero vincitore morale della Mostra 1998 (la
stessa che ha visto la discussa affermazione di Come ridevano di Gianni Amelio).
"Sono
tornato a raccontare i gitani perché è il solo popolo che non cambia mai, che
sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare, i soli
che mantengano intatta la loro storia, che vivano nel presente la loro memoria,
che tutti tentano di distruggere e che pure sempre sopravvivono, che vivono
nell'illegalità senza farsi corrompere, che attraversano la miseria e la
ricchezza con la stessa allegra indifferenza. Sono eterni e indistruttibili
come le comunità di insetti che seguono il disegno arcano e geometricamente
perfetto della loro specie. Sono l'ultimo popolo capace di vivere immersi nei
colori e nell'eccesso del kitsch.." (E. Kusturica in "Zingari, quel popolo che non cambia mai" di N. Aspesi, La Repubblica, 12/IX/'98)
Gatto nero, gatto bianco, film pieno di idee e di trovate, si presenta come
un allegro “divertimento” di Kusturica sulla vita degli zingari. Le invenzioni
della tecnica, le lotte western-mafiose dei prepotenti, le schermaglie d’amore
surreali e grottesche, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte, le cose
belle e le cose brutte della vita, lo stesso cinema “classico” (significativamente
presente con la citazione di Casablanca)
sono da lui presi in considerazione per strappare il sorriso, per
sdrammatizzare. Le immagini chiave, in tal senso, sono da individuare nella
presenza degli animali che fanno capolino, tra una sequenza e l’altra: i due
gatti che assistono increduli e spauriti alle tresche degli uomini e l’enorme
maiale che sgranocchia pazientemente la carrozzeria di un'auto mentre intorno
si spara, ci si insegue, si perpetrano
inganni.
Così
la critica:
“Il film più sfrenato e
sensuale del ’98, il più elettrico e debordante, com’è da sempre nello stile
del suo autore, è anche il più sottilmente allarmante, quello che passata
l’euforia lascia addosso un brivido remoto ma persistente. (…) Anche il
complicato intreccio con vagoni rubati e rivenduti, ricatti, ruberie, matrimoni
combinati, amori clandestini consumati al riparo di enormi girasoli, morti
nascosti per non rovinare la festa, un maiale gigantesco che divora una
carcassa d’auto, anche questo susseguirsi frenetico di invenzioni testimonia
un’inventiva, una vitalità, uno slancio senza pari. Eppure qualcosa suona
ostinatamente male. Non falso, ma vuoto, forzato. Come se tanta allegria
coprisse qualcosa. Come se quest’Arcadia gitana, trasparente allegoria della
Jugoslavia di oggi (e proprio “Oggi” dice significativamente la didascalia
iniziale del film), questa landa pittoresca popolata di banditi armati fino ai
denti ma inoffensivi, fosse anche un augurio, il sogno di una società diversa.”
(F. Ferzetti, Il Messaggero, 14
/XI/’98)
"...la vitalistica,
smodata, estrema allegria di un film coloratissimo, rumoroso, picaresco,
agitato, grottesco, qualche volta persino poetico, è l'altra faccia di un
dualismo per cui nella ex-Jugoslavia tutti hanno la pistola facile come nel West
ai bei tempi, il denaro è la molla di ogni gesto e i clan sono prepotenti e
l'un contro l'altro armati." (I. Bignardi, La Repubblica, 12/XI/'98)
“Gatto nero, gatto bianco è un’altra scoppiettante e fantasmagorica
favola surreale ambientata fra zingari allegri e fracassoni che sembrano usciti
dal regno di Cartoonia e che danno vita a una specie di colossale musical
all’aria aperta, sottolineato da stupende musiche tzigane e scandito da una
suggestiva e colorita coreografia. Film di dirompente fantasia che lascia
trasparire un sottile e divertente messaggio di pace dopo i giorni dell’ira
nell’ex Jugoslavia. Un messaggio che si può cogliere nelle continue citazioni
di Casablanca, dove Humphrey Bogart e
Claude Rains salutano con calore la loro nascente amicizia. Ma ci sono anche
metafore più cifrate. Per esempio, il ripetersi di una scena estemporanea che
fa un po’ da refrain a tutto il film,
in cui un grosso maiale sta rosicchiando la carcassa di un’auto abbandonata sul
ciglio di una strada. Se in quel rottame non è difficile scorgere la ex
Jugoslavia, c’è da chiedersi chi sia il maiale. L’Onu? Gli Usa? I paesi
europei? Il mercato globale?” (E. Natta, Famiglia
Cristiana, n.48, 1998)
“Mettiamola così: un Kusturica minore vale
sempre più di molti film “normali” che circolano per i cinema del mondo.
Ripetendo un paragone artistico che usammo già da Venezia, vedere Gatto nero
gatto bianco dopo l'immenso Underground è come passare dalla
Cappella Sistina al tondo Doni: cambiano le dimensioni, ma è sempre Michelangelo.
Il confronto tra il sommo Buonarroti e il bosniaco Emir vi sembrerà esagerato,
ma sapete com'è: nel cinema, accanto a tanti venditori di saponette, c'è anche
qualche artista, e Kusturica è uno di questi. In Gatto nero gatto bianco,
suo sesto lungometraggio, Emir ha fuso la tematica del Tempo dei gitani
(1989) con l'episodio delle nozze in Underground (1995), e li ha come
compressi, girando un'opera molto compatta che per lui, abituato alle
sceneggiature aperte e alle riprese senza fine, è a tutti gli effetti un
“piccolo film”. Dopo una lunga premessa che serve a definire le tre famiglie su
cui si impernia il film, Gatto nero gatto bianco racconta un matrimonio
riparatore (ma per motivi economici, non morali...) all'interno della comunità
gitana che ancora vivacchia, libera e agitata, nelle terre dell'Europa
centrale. (...) Tra nozze mal combinate e morti nascosti in soffitta che si
riveleranno ancora vivi, il film va avanti per 2 ore a ritmo frenetico, pieno
di musica, di strilli, di trovate scenografiche e di animali che fanno da coro
alle umane vicende (strepitoso il maiale che, lungo il film, si mangia a poco a
poco un'automobile). Rinunciando del tutto alla narrazione classica, a favore
dell'affastellamento di gag e di personaggi, Kusturica si rivela più che mai
debitore della letteratura fantastica sudamericana, oltre che delle tradizioni
dei natii Balcani: un Marquez trasportato in una Jugoslavia illusoriamente
pacificata. Sì, perché sullo sfondo la guerra c'è sempre, se non altro nel
vitalismo persino nevrotico con cui i rom tentano di affermare la propria
identità, di fronte a un'Europa che non li vuole più.” (Alberto Crespi, l'Unità
8/11/1998)
“Il singolare titolo del
film, che in una corretta traduzione dall’originale diventerebbe “gatta nera,
gatto bianco”, trova un’efficace interpretazione all’interno del sistema che
unisce i personaggi più giovani. Infatti Zare è bruno di capelli, di carnagione
scura, lento e sognatore, mentre Ida è bionda, di pelle decisamente più chiara,
sempre in movimento, molto pragmatica e sveglia. Ancora più deciso è il
contrasto tra la piccola e indomita Afrodita e Grga Jr., il gigante spilungone
e idealista. Bella la prima coppia, decisamente bruttina la seconda. Ma proprio
nell’antiteticità degli amanti, nell’attrazione tra gli opposti, risiede il
carattere straordinario del sentimento d’amore che unisce i protagonisti. Personaggi che hanno tuttavia una
caratteristica che li accomuna. Si tratta della tenera ingenuità e della
dolcezza di cui sono disponibili nei confronti del mondo. Zare appare
addirittura come una figura naïve, mentre la piccolissima Afrodita viene
significativamente soprannominata “Bubamara”, coccinella. L’ambiente naturale, prezioso giacimento
di metafore, è il luogo in cui entrambe le coppie si dichiarano. Zare e Ida
nella sequenza dell’amore tra i girasoli, quindi in mezzo al fiume con la
camera d’aria utilizzata come salvagente che rappresenta una felice condizione
di isolamento dalle insidie del mondo. Il colpo di fulmine tra Grga Jr. e Afrodita
avviene nel bosco, luogo archetipico dell’universo fiabesco, di cui i due
rappresentano il mito rovesciato di Cenerentola e del Principe Azzurro.
Tutti i personaggi dei giovani denotano inoltre una naturale propensione alla ribellione. Abitanti di un mondo che
vuole essere la complessa allegoria di un moderno Far West, essi trovano nel
loro atto di protesta contro le leggi degli adulti un barlume di possibilità di
non diventare dei criminali. Nella visione del film i Balcani di oggi vengono
rappresentati come un mondo in cui regna la corruzione e dove la microcriminalità, spezzettata e spesso
esercitata individualmente, costituisce il solo modello di sopravvivenza.
Emblematica, in tal senso, la scena in cui una ragazzina imita il film Strade
di fuoco di Walter Hill, attribuendo all’immaginario di matrice occidentale
una matrice d’ispirazione assai diffusa tra i giovani dell’Europa dell’est.
Quella descritta dal film è una società dove regna la tradizione: è la nonna di
Ida ad affermare che andare contro la tradizione porta male. Una società dove
trionfa l’educazione all’immagine esteriore: la nonna di Ida dice alla ragazza
che non deve farsi vedere dalla gente mentre sta piangendo. Ma soprattutto si
tratta di una società profondamente patriarcale, dominata dall’imposizione dei
padri sui loro eredi, dove l’unico obiettivo è quello di sistemare
materialmente i propri figli attraverso un matrimonio d’interesse. Ma spesso e
volentieri proprio i personaggi che sono apparentemente più deboli arrivano a
farsi beffe dei più forti, li mettono in una luce ridicola, sovvertendo
l’ordine del mondo. E le vittime di un tale sovvertimento sono gli appartenenti
alla generazione di mezzo. Oltre alla simpatia nei confronti dei giovani, il
film è caratterizzato anche dalla simpatia verso gli anziani. Gli adulti in attività vengono, infatti, rappresentati
come ossessionati unicamente dagli affari e dalle speculazioni. Si instaura
così un rapporto privilegiato tra nipoti e nonni che salta una generazione di
adulti falliti o ipocriti. I vecchi, che appartengono in modo romantico al
passato, non muoiono mai veramente, sono sempre pronti a risorgere, come accade
ai due vecchi amici uniti da un legame che costituisce l’incipit del racconto.
Sarà proprio uno dei nonni a nascondere in una fisarmonica il denaro ricavato
dalla vendita della cava per garantire un futuro a Zare e a Ida in viaggio sul
fiume della vita. Come a dire che è nell’arte, nella musica e nella poesia, che
risiede la vera ricchezza.” (Umberto Mosca, Aiace,
Torino)