
Sorrisi
estivi
Italia, 1995
con: S.
Orlando, S. Ferilli, E. Fantastichini, L. Morante, L. Alberti, C. della Seta, P.
Natoli, P.T. Cruciani, A. Ponziani
regia: Paolo
Virzì
durata:
108’, col.
Sandro Molino, collaboratore de L'Unità, è in vacanza a
Ventotene con la sua famiglia. In crisi con se stesso e con il mondo intero,
egli non riesce ad aggrapparsi più a quei vecchi valori che la sua coscienza
sta mettendo in discussione. Anche sua moglie Cecilia sta attraversando momenti
di contraddizione che le procurano suscettibilità e scontrosità nel rapporto di
coppia e disagio nel gruppo degli amici di sinistra. Un giorno d'agosto, sbarca
sull'isola l’intera famiglia dei Mazzalupi e va ad installarsi proprio nella
villetta vicina a quella dei Molino. I Mazzalupi, pur ostentando ricchezza, non
riescono a nascondere grossolani difetti tipici di chi non ha cultura ed
educazione. Su tutti, spicca Ruggero Mazzalupi, proprietario di un negozio di
armi da caccia e da pesca in un quartiere popolare romano, l'Appio Latino,
personaggio odioso che, lasciatosi alle spalle la sua provenienza sociale, si
crede Padreterno e insidia la cognata Marisa. Tra le due famiglie è subito rivalità: non totale, in verità (giacché tra
Marisa e un ospite dei Molino e tra i giovani delle due opposte fazioni nascono
attrazioni d'amore), ma quanto basta
per fare nascere dispetti e disprezzi reciproci. A complicare la vacanza ci si
mette anche un Vucumprà, maltrattato dai Mazzalupi e difeso dai Molino. Poi la
fine delle ferie e il ritorno alla normalità, con qualche ferita in più nello
spirito e un senso di insoddisfazione generale nell'aria.
Paolo Virzì
(Livorno, 1964)
Frequenta come "pessimo attore" il Teatro
Filodrammatico di Livorno e nel 1984,
poco più che ventenne, si trasferisce a Roma per frequentare i corsi di
sceneggiatura e regia al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Allievo di grandi maestri (Furio Scarpelli, Gianni
Amelio, Suso Cecchi D'Amico), indirizza
i suoi interessi verso quelle commedie di personaggi che prediligono storie tra
dramma e bozzettismo. Alla fine degli anni Ottanta scrive soggetti e
sceneggiature per il cinema e la televisione. La sua firma appare nei film di
Gabriele Salvatores (Turné), Roberto
Giannarelli (Centro storico), Felice
Farina (Condominio), Giuliano
Montaldo (Tempo di uccidere) e Alberto Negrin (Una questione privata). Esordisce dietro la macchina da presa nel
1994 con La bella vita, presentato a
Venezia nella sezione “Panorama del cinema italiano". Con Ferie d’agosto ottiene maggiori consensi
da parte della critica, ma nel 1997, quando presenta a Venezia il suo terzo
film (Ovosodo), vince il premio
speciale della giuria ed entra prepotentemente nel numero dei giovani registi
toscani di talento. Altri suoi film: Baci
e abbracci (1999), My name is Tanino
(2002), Caterina va in città (2003),
N. – Io e Napoleone (2006), Tutta la vita davanti (2008)
Nel percorso scelto da Virzì già con La bella vita (quello del film bozzetto drammatico imperniato su
tre personaggi in cui i momenti comici o brillanti sono oscurati dall'atmosfera
cupa che avvolge una classe in piena crisi), Ferie d'agosto rappresenta una seconda tappa che, pur
estendendo la vicenda ad un numero maggiore di personaggi, lascia inalterata la visione amara della
società. Della sua prima esperienza egli aveva detto: "Volevo provare a
testimoniare un malessere che non trovava più spazio nei film, quello della
gente comune, degli operai, in un momento storico in cui si sentono
particolarmente abbandonati al loro incerto destino, con una commedia buffa,
amara, romantica”. Anche dietro il tono
ironico della storia corale di Ferie
d'agosto c’è l’amarezza di una
classe sociale piena di difetti e "il tentativo di fare un affresco del
carattere degli italiani, dicendo cose gravi in un modo spiritoso” anticipa di
tre anni la sua terza “inquadratura”: quel “campo lunghissimo” che in Ovosodo coinvolgerà un intero quartiere,
una città, una regione.
"Ferie d'agosto è un film che aspira ad essere un ritratto ironico
del carattere degli italiani: spero che possa avere la buccia" di una
commedia brillante e la sostanza di un dramma esistenziale, ovvero di qualcosa
che ha a che fare con l'infelicità della gente, con l'amore non corrisposto o
quello che - quando lo è - trova il modo di farsi dispettoso, non rende felici
le persone, le mette nei guai. (...) Ne viene fuori, probabilmente, l'immagine
di un paese arretrato, malamente percorso dalle smanie del "nuovo".
E' in fondo questa la riflessione sull'Italietta in epoca di maggioritario: una
sinistra che rischia di retrocedere ad élite intellettuale, gente sensibile,
scontenta e un po' snob, che si contrappone ad una nuovissima destra più ruvida
e godereccia, disperatamente protesa al benessere, ma vittima dell'ignoranza e
della smemoratezza. In Ferie d'agosto
questi universi lontani si annusano, si sfiorano, si scontrano e potrebbero
finire forse con lo scoprire una curiosa forma di rispetto reciproco... Un film
in cui vorremmo imprimere un carattere vispo e scanzonato, persino farsesco,
ma che non crediamo suggerisca conclusioni rasserenanti. Mi sembra anzi che
prefiguri un paese rozzamente diviso, minacciato di razzismo, ammalato di
infelicità, Una commedia che cova germi di tragedia." (Paolo Virzì, L'Unità Cinema, n.19)
Così la critica:
"E' il film in cui
Virzì si confronta coscientemente con il genere, infilandoci qua e là notazioni
personali (la connotazione politica dei personaggi, ad esempio) ma lasciandosi
anche guidare dagli schemi che ogni genere deve giocoforza rispettare. Qui,
apparentemente, la struttura della commedia all'italiana c'è tutta. C'è la
narrazione corale, ma più concentrata che in Ovosodo, imperniata com'è su due famiglie contrapposte; c'è la
mano felice e leggera nel ritrarre, con pochi tratti ironici, i personaggi;
c'è lo studio antropologico sempre presente nella nostra commedia migliore; c'è
il tema della vacanza, da sempre caro al genere. Ma c'è, anche qui, un'amarezza
di fondo e un sottotesto politico che spostano lievemente il
discorso." (A. Crespi, L'Unità, Cinema, n.19)
“Quello che non è riuscito all’ultimo Monicelli riesce
a Virzì e al suo cosceneggiatore Francesco Bruni: raccontare l’Italia di questi
anni, senza molti personaggi con cui identificarsi, riflettendo sulla
degenerazione antropologica dell’Italia, dove destra e sinistra hanno
perso molti dei loro valori e l’omologazione ha fatto più vittime di quanto non
si creda. La struttura è quella classica (e perfettamente oliata) della
commedia all’italiana figlia di Age e Scarpelli senza le indulgenze di ieri, ma
la vera forza del film è l’interpretazione di tutti, con la Morante e
Fantastichini finalmente liberi da ruoli malinconici o torvi. La piccola
Martina, interpretata da Agnese Claisse, è anche nella vita figlia della
Morante.” (Dizionario dei film, a
cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Ferie d'agosto ha il merito di far notare, a mio parere, come i
problemi diventano guai quando non li si conosce o si fa finta di conoscerli:
analizzare atteggiamenti pubblici e privati è sempre una cosa positiva, per
evitare brutte sorprese bisogna capire il tempo in cui si vive." (Silvio
Orlando, L'Unità Cinema, n.19)
“Stiamo attenti, signori
critici, a non prendere troppo dall’alto un film come Ferie d’agosto, opera
seconda del toscano Paolo Virzì. Si corre lo stesso rischio in cui inciamparono
molti recensori dei primi anni ‘50 di fronte a Domenica d’agosto di
Luciano Emmer, modello dichiarato del giovane autore di La bella vita. Se
ci viene la voglia di dire, come allora, che il film è bozzettistico,
manierista e non spiega le vere cause dei conflitti sociali, riflettiamo che
nel 2010 (e magari prima) i giovani studiosi ravviseranno in queste scene da
una vacanza (come è appunto accaduto per il film balneare di Emmer) un ritratto
sufficientemente veritiero, spiritoso ed eloquente della società italiana
d’oggi: avviata sempre più a dividersi (lo pretende il voto maggioritario) nelle
due opposte tribù di quelli che leggono e quelli che guardano la Tv, quelli che
si preoccupano della fame nel mondo e quelli che hanno in mente solo il loro
“particulare”, quelli che ancora sperano nella politica e quelli per cui (come
diceva Flaubert) “vendere e comprare è lo scopo della vita”. (Tullio Kezich,
Il Corriere della Sera)
Ferie
d'agosto di Paolo Virzì (come già Selvaggi
di Carlo Vanzina) trasferisce al cinema quella divisione degli italiani in due
blocchi nemici che pareva sparita dai tempi di Don Camillo e Peppone, che
adesso invade giornali, televisioni e contrapposizioni elettorali, che viene
estesa ad ogni scemenza trasformando il Paese in un teatrino parodistico. Ma la
commedia, naturalmente, si nutre di stereotipi, di luoghi comuni, di idee
ricevute: il regista, autore anche del soggetto e (con Francesco Bruni) della
sceneggiatura, descrive all'inizio quelli di sinistra come li vedono o li
immaginano quelli di destra, e quelli di destra come li pensano o li temono
quelli di sinistra. (Lietta
Tornabuoni, La Stampa)