Locandina Gli anni in tasca

 

 

Sorrisi  di bimbi

 

 

GLI ANNI IN TASCA

(L'argent de poche)

 

Francia, 1976

 

con:     G. Desmouceaux, P. Goldman, C. e F. Deluca, R. Golfier,  S. Marc, J. F. Stévenin, F.

            Declaeminck, T. Torrens

regia:   Francois Truffaut

durata: 105', col.

 

 

Una ragazzina (Martine) è in viaggio per la sua prima colonia estiva. Da Brunere Allichamps, un paese al centro della Francia, invia una cartolina ad un compagno. Prima di imbucarla, chiede il permesso al padre (Truffaut).

 

A Thiers, in Alsazia, un nugolo di bambini sciama per le vie del paese. A scuola, un bambino ha tra le mani la cartolina di Marti­ne. Il maestro Richet, prendendo lo spunto dalla cartolina, interroga gli alunni. Si sofferma anche sul curioso indirizzo: Francia, Europa, Universo. Arriva la moglie incinta del maestro e i due, suscitando i sorrisetti maliziosi dei ragazzi, si baciano.

Dopo la ricreazione, in un'altra aula, la maestra Chantal inter­roga gli alunni sul monologo di Arpagone, tratto da L'avaro di Molière. L'interrogazione viene interrotta dal bidello, il quale comunica alla maestra che, per interessamento del sindaco e per disposizione del direttore, Julien, un ragazzo malvestito e sporco, tipico caso di integrazione sociale, sarà inserito nella sua classe. La maestra si reca dal direttore per recriminare e, in sua assenza, un alunno dà un saggio di recitazione.

 

Julien entra nella sua casa-baracca dalla finestra. Patrick osserva a distanza. Anche Patrick rincasa: ha fatto la spesa e si prende cura del padre invalido.

 

Altre scene di vita paesana: due bambini fanno amicizia, una donna bionda affida il figlioletto alle cure di un ragazzino più grandicello, il maestro Richet e la moglie sistemano l'apparta­mento in cui sono andati ad abitare...

 

Julien esce di casa: ha dimenticato di prendere i libri e qualcu­no glieli butta dalla finestra. Per strada incontra un ragazzo in panne con la bici e parla con lui dei programmi televisivi della sera prima. Poi butta i cocci di un piatto in un tombino.

Due adulti scherzano sulla loro incipiente obesità.

 

Davanti alla scuola i ragazzi parlano di come si nasce, della loro paga settimanale. Julien è triste. La parrucchiera del paese (Nadine) accompagna suo figlio a scuola e tenta di baciarlo. Il ragazzo non gradisce e Patrick osserva con tristezza la scena. Julien si inserisce in una discussione sui programmi televisivi. Due maliziosi monelli osservano con un  binocolo una donna nuda che appare dietro una finestra. Julien se ne sta in disparte.

 

In aula, la maestra interroga gli alunni, Patrick spinge con gli occhi le lancette dell'orologio, Julien dorme. Suona la campana e i ragazzi si precipitano fuori.

 

Patrick incontra Julien che sta studiando fuori di casa: vorrebbe aiutarlo, ma si sente una voce imperiosa di donna. Julien chiede a Patrick di non farsi vedere.

 

Il piccolo Gregory e sua madre capitano nella casa del maestro Richet. Mentre la donna confida alla moglie del maestro le sue pene d'amore,  Gregory ne combina di tutti i colori: butta a terra il pane e gli spaghetti, approfitta dell'assenza momentanea della madre per inseguire un gattino, si sporge dal davanzale, precipita nel vuoto, resta miracolosamente illeso. La gente osserva atterrita e impotente, sua madre sviene.

Il maestro Richet commenta in modo negativo il fatto che nessuno ha fatto niente per soccorrere il piccolo Gregory. Sua moglie gli fa notare che i bambini sono sempre in pericolo, che hanno un angelo protettore, che sono resistenti e hanno la pelle dura.

 

E' domenica. Con la canzone di Charles Trenet "I ragazzi si annoiano la domenica" a fare da colonna sonora, si susseguono alcune scene familiari: due fratelli fanno colazione, vogliono vedere la TV e non andare a messa; la piccola Sylvie fa i capric­ci; Julien vaga per strada e ruba il tappo della macchina che Patrick sta lavando; il maestro Richet e la moglie passeggiano; la mamma di Gregory si reca ad un appuntamento con uno sconosciu­to inserzionista; due bambine vanno in giro a raccogliere soldi per la lotta contro i tumori...

La piccola Sylvie continua a fare capricci e i suoi genitori vanno a pranzare al ristorante, lasciandola sola a casa. Sylvie orchestra una sottile vendetta contro di loro: simula di essere rimasta vittima di una eccessiva punizione e chiede aiuto ai vicini: "Ho fame!" I vicini criticano la severità del padre, si industriano e le fanno arrivare un cestino di viveri.

 

Pomeriggio al cinema. Ci sono: il maestro Richet e la moglie, la madre di Gregory, la maestra Chantal con il boy friend, Julien che si è imbucato senza pagare il biglietto, i ragazzini...

 

Di nuovo a scuola: i più piccoli sono accompagnati dai genitori e dai nonni. Juliene risponde alla maestra e viene cacciato fuori dall'aula. Nel corridoio, ruba dalle tasche dei cappotti.

 

Julien incontra Patrick per strada. E' di pessimo umore e ha dei lividi in faccia.

I due fratelli De Luca, in cartoleria, rubano dei compassi. Poi, rischiando di provocare una lite tra grandi, imbrogliano un amico ingenuo facendosi consegnare da lui i soldi destinati al taglio dei capelli e sostituendosi al parrucchiere.

 

Patrick è invitato a pranzo dalla madre di Laurent, che sogna vacanze romantiche a Venezia.

Julien fa da trait d'union tra due adulti amanti. Il padre di Patrick sollecita il figlio perché vada al cinema.

 

Patrick e Bruno abbordano due ragazzine (Corinne e Ewa). Le portano al cinema e fanno delle avances. Bruno è intraprendente; Patrick si blocca.

 

La moglie del maestro ha le doglie: il maestro chiede aiuto ai vicini per chiamare l'ambulanza. In ospedale, il maestro è emo­zionato per la nascita del piccolo Thomas.

 

A scuola, uno dei fratelli De Luca regala pistole di plastica agli amici. Il bidello annuncia il ritardo del maestro e i ragaz­zi commentano con ingenuità e malizia. Il maestro Richet è felice e parla ai ragazzi del figlio che è nato durante la notte. I fratelli De Luca vengono accusati di avere  regalato agli amici giocattoli comprati con denaro non loro. I ragazzi restituiscono le pistole.

 

Patrick e Laurent studiano. Patrick compra rose "amore ardente" e le porta alla madre del suo amico, ma la donna lo liquida dicen­dogli di ringraziare papà per il gentile omaggio.

 

Il maestro Richet e sua moglie sono a casa con il neonato.

 

Piove. Julien torna a casa e viene cacciato via. Reagisce rompen­do un vetro e marinando la scuola.

 

Bruno si reca in una casa di appuntamento, ma gli viene impedito l'accesso.

 

Julien, dopo un giorno passato alle giostre, va a dormire dietro la porta della scuola. E' lì che, il mattino dopo, lo trova il bidello. Per nascondere i lividi che ha sul corpo, egli tenta inutilmente di sottrarsi alla visita medica cui vengono sottopo­sti tutti i ragazzi prima di recarsi nelle colonie estive. La madre e la nonna di Julien, accusate di sevizie, vengono arresta­te e viene tolta loro la patria potestà su Julien.

 

L'episodio suscita l'indignazione della gente e il rimorso della maestra Chantal. Il maestro, a scuola, commenta: "E' una storia terribile. Anch'io ho avuto un'infanzia infelice. Volevo crescere perché vedevo che gli adulti hanno tutti i diritti. I bambini sono infelici perché gli adulti li fanno soffrire. Tra tutte le ingiustizie quelle più ingiuste sono quelle che colpiscono un bambino. Bisogna lottare. Le cose cambiano anche se lentamente. Il governo cede solo alle minacce. Gli adulti l'hanno capito e scendono in piazza a protestare. Motivo: i bambini non sono elettori. Potrebbero chiedere: più asili nido, di arrivare un'ora dopo a scuola d'inverno. Non si tratta di diventare duri, ma più forti."

 

Nella colonia estiva, con la complicità divertita dei compagni,  Patrick e Martine (la ragazzina della cartolina iniziale) vivono la loro prima esperienza affettiva: si guardano, si sorridono, si cercano, si scambiano il primo bacio.

 

 

Francois Truffaut

(Parigi, 1932 - 1984)

 

Considerato il "ragazzo terribile" del cinema francese  per i suoi pessimi rapporti con la scuola e con le istituzioni, insof­ferente a qualsiasi disciplina, si può considerare un uomo "salvato dal cinema". Molti gli aneddoti legati alle monellerie della sua infanzia: salta la scuola per andare al cinema, ruba qualche franco per pagarsi il biglietto, fugge da casa e persino dalla prigione militare. In quest'ultima occasione è Andrè Bazin, un critico cattolico di sinistra, a toglierlo dai guai, scrivendo di lui e del suo talento e facendolo notare ai produttori. A 21 anni fa parte dei collaboratori dei "Cahiers du cinéma" e, da quelle pagine, lancia un atto di accusa al cinema francese degli anni Cinquanta. Fondamentale resta nella sua formazione l'assiduità presso  i cineclub del Quartiere Latino e la Cinémathèque Francaise, dove conosce ed apprezza il nuovo cinema americano, considerato dai più di secondaria importanza.

Dopo avere girato alcuni cortometraggi - tra i quali segnaliamo, per il suo valore di anticipazione dei temi che in seguito Truf­faut tratterà, I monelli (1957) -, si innamora della figlia di un produttore e la sposa. Grazie al suocero realizza il suo primo lungometraggio: I 400 colpi. Il film è premiato a Cannes e costi­tuisce l'inizio di un rapporto autobiografico per "interposta persona", giacché il personaggio di Antoine Doinel (interpretato da Jean-Pierre Léaud) sarà il simbolo della vita e dell'esperien­za di una generazione raccontate in una serie di film. Ammiratore di Renoir e di Hitchcock, alterna all'autobiografia il suo amore per il cinema e per un certo tipo di letteratura. Dichiara: "Mi piacciono le storie normali, ma c'è anche un ele­mento di melodramma nei miei film. Solo che al contrario di voi che dite è comodo, si può dire è coraggioso, perché c'è in giro una paura spaventosa del melodramma."

Il fatto di essere riuscito  quasi subito a garantirsi una rela­tiva indipendenza economica con la sua società di produzione "Les films du carrosse" gli dà la possibilità di parlare di quello che ama: le donne, i bambini, i libri.

Qui ci interessa citare due frasi di Truffaut a proposito dei secondi: "I bambini sono tutti dei Marlon Brando in erba, dai comportamenti ugualmente imprevedibili." "Dai bambini c'è solo da imparare e si può soltanto amarli".

Ricordiamo della sua vasta produzione i film più significativi: I 400 colpi (1959), Tirate sul pianista (1960), Jules e Jim (1961), l'episodio Antoine e Colette  di L'amore a vent'anni (1962), La calda amante (1964), Fahrenheit 451 (1966), La sposa in nero (1967), Baci rubati (1968), La mia droga si chiama Julie (1969), Il ragazzo selvaggio (1969), Non drammatizziamo... è solo questio­ne di corna (1970), Effetto notte (1973), Adele H. Una storia d'amore (1975), Gli anni in tasca (1976), L'uomo che amava le donne (1977), La camera verde (1978), L'amore fugge (1979), L'ultimo metro (1980), La signora della porta accanto (1981), Finalmente domenica (1982).

 

 

Tra tanti film sui ragazzi, Gli anni in tasca di Truffaut è, forse, il più bello in assoluto. E’ questo il motivo per il quale in questo lavoro gli riserviamo uno spazio maggiore.

Un film corale, strutturato a mosaico, con microstorie solo apparentemente slegate tra di loro.

Il titolo italiano traduce male l'originale L'argent de poche, ossia la paga settimanale dei ragazzi. Con Gli anni in tasca, probabilmente, si allude agli anni dell'infanzia che passano (si spendono) con troppa superficialità, come gli spiccioli.

Dall'analisi approfondita della vicenda (struttura), tentiamo di ricavare qualche riflessione sulla società, sulla scuola e sui ragazzi (contenuto).

 

A Thiers, in Alsazia, (ma anche in Francia, in Europa, nell'uni­verso, come viene suggerito dalle prime inquadrature) la vita scorre tra la scuola, la casa, il cinema.

Nella scuola - dove confluiscono i problemi dei ragazzi (rapporti con la famiglia, turbamenti adolescenziali), dei grandi (il maestro Richet, la maestra Chantal) e  della società (la visita medica, il rapporto società-bambini, gli emarginati) - la vecchia didattica (Chantal) si scontra con la nuova didattica (Richet /Truffaut).

A casa (bella, normale, o brutta che sia), spesso con il coinvol­gimento dei vicini e dell'intera comunità (procurato dalla bambi­na, dal pericolo, dal parto), si vivono disgrazie (l'handicap fisico, la miseria e l'alcoolismo), e gioie (la cena, la nascita di un figlio, le vacanze programmate), tensioni e affetti.

Al cinema, dove si vedono film (Zorro) e documentari, si riunisce sia la famiglia che la comunità locale; ed è qui che ci si incon­tra casualmente, ci si imbosca, ci si bacia (piccoli e grandi).  

Questi tre "centri", tuttavia, non sono visti come "compartimenti stagni", ma si completano tra di loro. E così:

- a scuola, si parla di ciò che accade in famiglia (della nascita dei bambini, dei loro diritti),  la moglie bacia il marito mae­stro, si discutono i programmi televisivi e si imita il cinema;

- in famiglia, si studia e si parla di cinema (il padre di Pa­trick);

- al cinema, si ritrovano alunni e docenti, genitori e figli.                  

 

Ma nel paese (nel mondo) accade altro: un bambino cade dalla finestra, una bambina "punisce" i suoi genitori, i ragazzi imbro­gliano, rubano, raccontano barzellette spinte, si fanno scherzi tra di loro; i grandi discutono sulla loro obesità, hanno tresche d'amore, si incontrano al bar, cercano di allacciare affetti...

 

Protagonisti del villaggio casa-scuola-cinema, restano i ragazzi, visti come alunni (capaci di recitare... a dispetto), come giudi­ci dei grandi, ingenui (si nasce sotto il cavolo) e maliziosi (la barzelletta spinta - la scena della donna nuda vista col binocolo - Corinne che guarda nella scollatura della camicetta...), alle­gri (in ricreazione) e pensierosi (lezione finale), ladruncoli (Julien e i fratelli de Luca) e generosi (la raccolta per la lotta contro i tumori)...

 

Su tutti spiccano:

Patrick: ragazzo buono  e bravo sia in famiglia (con il padre disabile) che in società (studia e aiuta a studiare Laurent e Julien), ma che si fa cogliere impreparato (Molière/ le date); che lavora, ma che si fa rubare il tappo dall'amico. La sua iniziazione affettiva passa attraverso la "cotta"  (influisce anche la mancanza della mamma?) per la madre dell'amico e le incongruenze (dal grande gesto dell'omaggio floreale, al blocco con la ragazzina al cinema). Solo in colonia (è durante l'estate che i ragazzi maturano?) riesce a dare il primo bacio, ma deve dire "grazie" alla collettività.

 

Julien: ragazzo cattivo che si inserisce con ritardo nel gruppo, che viene presentato (notare le scarpe, i pantaloni e la cartella alla sua prima apparizione) come emarginato, ladruncolo, svoglia­to, sporco, imbroglione, accattone,  abituato al pericolo (la scena del piede e delle auto), ribelle (rompe il vetro), maledu­cato (butta i cocci nel tombino - "chi se ne frega" -), che dà cattivo esempio (al ragazzo del cinema, ai fratelli De Luca, agli altri quando dorme in classe). Nonostante tutto, però, gli vengo­no riconosciute attenuanti (è anche baraccato, isolato, triste, picchiato dalla madre e dalla nonna) e pregi (tenta di studiare, ha una sua dignità, non vuole che i compagni sappiano della sua povertà, non vuole denunciare la mamma e la nonna).

 

Dietro Patrick e Julien un coro di bambini: Gregory (il bambino del gattino), Sylvie (la bambina dei pesciolini), il ragazzino ingenuo e turlupinato, i due fratelli De Luca, Laurent (il figlio della parrucchiera), Corinne e Ewa (le due ragazzine del cinema), Bruno (grande al cinema, piccolo  al bordello), Oskar (il bimbo del fischio), Martine (la bambina della cornice: all'inizio e in colonia), il ragazzo della bici rotta...

 

Analogamente, tra gli adulti emergono due docenti:

Il maestro Richet (alter ego di Truffaut?), elemento positivo a scuola (buono, disponibile, onesto, comprensivo), a casa (lavora, è accomodante, è affettuoso con la moglie e con il bambino), in società (rispetta gli altri, è generoso).                          

La maestra Chantal, criticabile a scuola (è esigente con i ragaz­zi, ha una didattica superata, è autoritaria, non vuole in classe l'alunno emarginato, non sa come comportarsi con i ragazzi), nel privato (è fragile, ha rimorsi, piagnucola), in società (il suo comportamento al cinema con il fidanzato).

Anche tra gli adulti, dietro i due maestri, un coro di donne e uomini con pregi e difetti: la moglie del maestro, la "maschera" del cinema, la parrucchiera Nadine, la madre e la nonna di Ju­lien, la ragazza in minigonna, l'insignificante moglie dell'uomo spilorcio, la moglie del commissario, la moglie cinese del carto­laio, la nonna che non ama i bambini, la donna che riceve il bigliettino, la prostituta, il bidello, il direttore della scuo­la, il vigile, il commissario, il parrucchiere, l'uomo dell'in­serzione, il cartolaio, i due uomini che scherzano sulla loro obesità, l'uomo innamorato...

 

Scene di vita di un paesino della Francia, come vorrebbe la cornice n. 2 (la "sfilata" dei ragazzi che apre il film nel paese di Thiers e lo chiude in colonia), oppure scene riscontrabili in tutti i paesi del mondo, come suggerisce la cornice n. 1 (la cartolina di  Brunere Allichamps, centro della Francia, dell'Eu­ropa, dell'Universo)?

 

 

Così la critica:

 

"Un intenso film corale, composto di tante microstorie che Truf­faut, insieme alla sceneggiatrice S. Schiffman, intreccia con raffinata e sensibile fluidità, evitando la frammentazione in sketch o episodi. Sempre più lontano anagraficamente dal mondo dell'infanzia ma profondamente partecipe al suo spirito, il regista ribadisce la lotta per la sopravvivenza dei più piccoli a cui dimostra in ogni inquadratura il suo amore, il suo rispetto e la sua fiducia: bisognosi di affetto, anarchici nei comportamen­ti, costretti a sperimentare la negazione dei propri desideri ma capaci, alla fine, di colmare il vuoto "perché hanno la grazia e la pelle dura". " (Dizionario dei film, a cura di P. Mere­ghetti, Baldini & Castoldi)

 

"... Non c'è un soggetto vero e proprio, piuttosto la volontà di appuntare giorno per giorno la cronachetta, scolastica e no, di un ricco campione generazionale. Il tono prevalente è quello umoristico, anche se il film approda a una nota tragica: la clamorosa scoperta che uno dei bambini, in apparenza cattivo e irriducibile, era torturato in casa dai familiari. Truffaut ci parla dell'infanzia come di uno stato di emarginazione, dove l'individuo è in balia della volontà, del capriccio e qualche volta della crudeltà dei grandi. (...) Il film non è visto con gli occhi dei ragazzini, piuttosto con quelli di chi li osserva per divertirsi e far sorridere il pubblico."  (T. Kezich, 1000 film, Cinque anni al cinema, 1977-1982, Mondadori)

 

“I film, io li realizzo solo sui sentimenti, soprattutto su quelli che ci rivelano quanto c’è di caduco e di doloroso in certe relazioni familiari o sentimentali. In ogni mio film io punto sempre sugli stessi conflitti fra sentimenti definitivi e provvisori e così finisco per filmare sempre gli stessi contrasti; e le stesse lacerazioni.  (…) Ecco, questa, forse, potrebbe essere la caratteristica della mia carriera, la gioia di fabbricare, di inventare, lì in studio, mentre giro. La gioia, per esempio, di fare incontrare due personaggi.” (F. Truffaut, in  G. L. Rondi, 7 domande a 49 registi, pp. 122-123, Ed. SEI)

 

“Mentre arringa sui compiti d'integrazione sociale della scuola, sui diritti dell’infanzia, di cui fornisce un ritratto gustoso e asciutto, Truffaut mostra i segni di un rapporto sempre più dissociato tra giovani e adulti, che non lascia speranze di reciproca comprensione. Dove la famiglia fallisce, però, l'uomo è in grado di trovare altrove il nutrimento sentimentale che gli necessita nella sua esistenza, questo il messaggio di speranza ancora vivo nel film.” (http://it.wikipedia.org)

“Attraverso questi personaggi, che rispecchiano chiaramente Antoine Doinel e Victor de l'Aveyron, Truffaut torna alla sua riflessione sul conflitto tra società e natura, tra educazione e libertà, che era alla base del suo film più "ideologico", L'enfant sauvage. Così, quella che sembrava essere una semplice "cronaca collettiva" rivela la sua natura di "commedia sociale" e di rappresentazione "umanista" (come l'ha definita lo stesso Truffaut), dove si scoprono, tra le pieghe di quel "delicato equilibrio tra serietà e saggezza" che l'autore si era posto come principio ispiratore del suo lavoro gli interrogativi fondamentali di sempre. François Truffaut, "l'homme qui aimes les femmes et les enfants", nella sua presentazione al film, ha usato un'espressione bellissima: "il bambino inventa la vita". È questa l'emozione più forte che il suo film riesce a dare.” (Vittorio Giacci, Cineforum n.166, luglio-agosto 1977)

“Film corale in cui Truffaut decide di rappresentare in termini volutamente leggeri, anche nei suoi aspetti più drammatici, la condizione dell’infanzia. Fra i diversi personaggi presenti nel film, due emergono in modo particolare, Patrick e Julien. Pur vivendo una realtà molto diversa sul piano sociale, piccolo borghese l’uno, sottoproletaria l’altro, i due sopportano una situazione familiare segnata da evidenti difficoltà: Patrick è orfano di madre e ha un padre invalido che deve accudire, Julien è orfano di padre e deve subire gli abusi e i maltrattamenti della madre.
La storia di Patrick è soprattutto una storia di crescita e formazione, che passa attraverso l’innamoramento e la scoperta della sessualità – vedi in particolare e su quest’ultimo motivo la scena della sala cinematografica. Privo della madre, il ragazzo cercherà di compensarne la mancanza attraverso il più classico dei transfert: innamorandosi della madre di un suo compagno. Le scene con Patrick e la signora Riffle sono fra le più riuscite dell’intero film, grazie anche al modo in cui Truffaut si affida ampiamente al montaggio degli sguardi e alle soggettive del ragazzino, evocandone così i confusi desideri. L’intreccio sentimentale di Patrick non potrà che chiudersi con un naturale scacco, ma avrà poi un suo più realistico prolungamento nell’epilogo del film e nel bacio che il bambino scambierà con un sua coetanea – dimostrando così di essere finalmente riuscito a distinguere tra l’immagine della madre e quella di una “amante”.
Ben diversa e segnata da un retroscena molto drammatico è la situazione di Julien, cui nessuna storia d’amore, per quanto impossibile, può venire a portare sollievo. Julien trascorre il suo tempo raccogliendo a terra oggetti abbandonati o perduti, vagabondando in un luna park dopo l’ora di chiusura, addormentandosi in posizione fetale davanti al portone d’ingresso della scuola. A causa della sua povertà e disperata situazione familiare – i maltrattamenti di cui è vittima – Julien è un emarginato, condannato a vivere come un piccolo clandestino. L’unico modo che ha per ribellarsi alle ingiustizie di cui è vittima sono i furti di cui si rende colpevole (in un evidente parallelo con l’Antoine Doinel de I quattrocento colpi). Julien è l’unica vera nota tragica del film, eppure Truffaut decide di mitigarla, di rappresentarla con un esplicito pudore. Mai entriamo nella casa delle torture in cui vive, mai vediamo le streghe che lo vessano – se non quando sono giustamente arrestate, in una sequenza girata come in un (falso) film verité – mai la macchina da presa si sofferma sulle ferite che segnano il suo corpo, neanche quando logica vorrebbe, come accade nella scena della visita medica ripresa interamente al di qua di una finestra.
Fra i tanti altri episodi presenti nel film vale la pena ricordare quelli relativi ai temi della difficoltà di comunicazione – la vicenda di Oscar, il bambino figlio di una ragazza francese e di un soldato americano, che non sapendo quale lingua parlare finisce con l’esprimersi solo fischiando – e del ruolo dell’educatore, incarnato soprattutto dal maestro Richet cui spetta il compito di pronunciare il discorso che sostanzialmente chiude il film e in cui ricorda ai suoi allievi che “la vita è dura ma anche bella” e li invita a diventare “forti” per potere comunque resisterle. Diventare forti, ma non duri per ricordare che la cosa più importante della vita è e deve essere l’amore: “Il tempo passa presto, anche voi un giorno avrete dei bambini. Beh, spero che li amerete e che essi vi ricambino. A dire il vero vi ameranno se voi li amerete (…) perché la vita è fatta così, non si può fare a meno di amare e di essere amati”. (Dario Tomasi, Aiace, Torino)