La locandina di Amore mio aiutami

 

 

 

Sorrisi all’italiana

 

 

AMORE MIO AIUTAMI

 

Italia, 1969

 

con:     A. Sordi, M. Vitti, S. Tranquilli, L. Adani, U. Gregoretti

regia:   Alberto Sordi

durata:  124’, col.

 

Un professionista romano, sicuro della fedeltà della moglie,  critica il sentimento della gelosia che, a volte, origina in alcune coppie gesti inconsulti. Quando, però, viene a conoscere che sua moglie nutre una particolare attrazione nei confronti di un avvenente professore, pur avendo la certezza che si tratta solo di amore platonico, dà in escandescenze: fa venire a casa il figlio che studia fuori città, affronta il suo rivale, impartisce ordini e divieti, cerca di convincere la moglie dell’inutilità del suo amore univoco, arriva persino a riempirla di botte.

La situazione sembra normalizzarsi quando i due decidono di recarsi in crociera, ma sulla stessa nave viaggia anche il professore “oggetto” delle attenzioni della donna. Con il riesplodere della passione amorosa tra i due amanti, ritornano i momenti di tensione nella coppia. Per  venire incontro alla moglie che lo supplica di aiutarlo, il professionista accetta, allora,  non solo una serie di umiliazioni, ma anche la dolorosa definitiva separazione. 

 

Alberto Sordi

(Roma, 1920 - 2003)

 

Inizia la sua carriera nel 1936 ricoprendo diversi ruoli nello spettacolo: attore di rivista, doppiatore (è sua la voce di Ollio), voce radiofonica (Mario Pio ed altri personaggi celebri), comparsa. Nel cinema incarna personaggi di facile presa per il pubblico e dall’umorismo tagliente. Nei primi anni 50, l’incontro con Fellini rappresenta per lui l’occasione migliore per un salto di qualità. Magistrali le sue interpretazioni ne Lo sceicco bianco (1952)  e ne  I vitelloni (1953), dove con incredibile bravura riesce a rendere efficace  la dimensione tragica e ridicola dell’italiano provinciale un po’ vigliacco e un po’ cinico, conformista e mammone che coltiva ideali irrealizzabili. Dopo aver lavorato con  Scola, Loy, Monicelli, Comencini, Dino Risi, Petri e numerosi altri registi italiani e stranieri, a partire dal 1966, con Fumo di Londra  passa al duplice ruolo di regista-attore senza rinunciare al suo consueto repertorio.

Tra i suoi film (in verità non tutti graditi dalla critica), da ricordare: Scusi lei è favorevole o contrario? (1966), Un italiano in America (1967), Amore mio aiutami (1969), Le coppie (1971), Polvere di stelle (1973), Finché c’è guerra c’è speranza (1974), Io e Caterina (1980), In viaggio con papà (1982), Io so che tu sai che io so (1982), Il tassinaro (1983), Nestore, l’ultima corsa (1994),  Incontri proibiti (1998).



Monica Vitti (vero nome: Maria Luisa Ceciarelli)

(Roma, 1931)

 

Frequenta l’accademia d’arte drammatica e debutta in teatro nel 1953 (e in seguito alla televisione). Esordisce nel cinema nel 1955, ma il suo primo ruolo significativo lo ottiene  con Le dritte (1958) di Mario Amendola. Il sodalizio (nella vita e nell’arte) con Michelangelo Antonioni  si rivela fondamentale per la sua maturazione artistica.  A partire dal 1959, infatti, Antonioni mette in atto il progetto di una trilogia -   L’avventura (1959), La notte (1960), L’eclisse (1962) - imperniata sulla crisi dei sentimenti e costruita su ritratti femminili. La Vitti darà un apporto decisivo, interpretando ruoli di grande spessore. Sarà una donna dalla psicologia enigmatica e sfuggente, mutevole e instabile: l’incarnazione femminile dell’incomunicabilità. Dopo Deserto rosso (1964) di Antonioni, che esaurisce i temi dell’angoscia e del vuoto esistenziale, cambia direzione e interpreta ruoli comici. Lavora con i migliori registi della commedia all’italiana - Monicelli (La ragazza con la pistola del 1969),  Scola (Dramma della gelosia  del 1970), Di Palma (Teresa la ladra  del 1972),  Magni (La Tosca del 1973),  Steno (Il tango della gelosia  del 1981) e  Sordi (Polvere di stelle del 1974) - in un periodo che riservava poco spazio alle donne, monopolizzato com’era da Gassman, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni. “Il suo volto, incorniciato dalla folta capigliatura bionda e dalla frangia sbarazzina sui grandi occhi chiari, diventerà così uno dei simboli del cinema italiano.” (Dizionario universale del cinema, a cura di F. Di Giammatteo).

Numerose anche le sue esperienze in campo internazionale (Il castello in Svezia (1963) di R. Vadim, Modesty Blaise, la bellissima che uccide (1966) di J. Losey, La pacifista (1971) di Jancso, Il fantasma della libertà (1974) di Bunuel. Dopo Il mistero di Oberwald (1980) di Antonioni, nel 1983, a Berlino, riceve il premio come migliore attrice con Flirt di Roberto Russo.

 

In una  pur veloce e sintetica carrellata sul cinema del sorriso non si può non rendere omaggio a due protagonisti della commedia all’italiana (la coppia Sordi – Vitti) proponendo un film “classico” della loro intesa artistica: Amore mio aiutami. Certo: si tratta di un film di consumo, uno di quei film che non fa tanto affidamento sulla situazione che si viene a creare (come avviene, per esempio, nella commedia hollywoodiana), ma sui personaggi, sulla loro capacità di giocare un ruolo di prim’ordine, di strappare il sorriso con una battuta, un gesto, un tic. Ed è questo genere di film che ci fa capire come “la commedia e il sorriso nascono  sulle disgrazie e si accrescono  sulle frustrazioni, per recuperarle entrambe in una dimensione ridanciana e smitizzata, sostanzialmente consolatoria. “ (G. Cremonini, in “Storia generale del cinema, Ed. Ellemme, vol.III, pag. 39)

 

Così la critica:

 

“La commedia all’italiana si rivela come punto d’incontro ideale tra una cultura contadina sottosviluppata e lo sfruttamento di questa da parte d’una sempre astuta industria culturale.” (G. Cremonini, “Storia generale del cinema, Ed. Ellemme, vol.III, pag. 41)

 

“ … la commedia nasce a ridosso della trasformazione sociale e culturale del paese ed ha con il boom un rapporto simbiotico e speculare, anche se si tratta di uno specchio deformante. (…) Passando attraverso il corpo di un gruppo di attori la commedia dà vita e voce a quel tipo di italiano che la storia ha mandato sempre, suo malgrado, in prima linea e che, pur maestro nell’arte di arrangiarsi, ma sostanzialmente vile, nonostante l’aspetto apparente del “miles gloriosus”, è in grado nei momenti decisivi di compiere le scelte giuste.” (G. P. Brunetta, Storia del cinema italiano, Editori Riuniti, vol. II, pag. 762)

 

“ Nelle intenzioni un ritratto impietoso di un’Italia che non sa ancora essere realmente moderna. Nella realtà un film spento, che non riesce a mettere davvero alla berlina i tabù e le false emancipazioni del costume italiano”. (Dizionario dei film, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

“Il lato comico fa parte a tutti gli effetti del tragico, la comicità implica sempre un fondo di angoscia, un giudizio amaro sul mondo, sulla società e su se stessi.” (Cinema, Dal muto ai giorni nostri, 100 anni di cinema, Il Corriere della Sera, 1994, pag. 167)