Giù le mani della mafia da

La nostra terra  

Puglia, oggi. Il boss Nicola Sansone finisce in carcere e le sue terre vengono confiscate e assegnate a una cooperativa locale incapace di gestirle. A coordinare i lavori arriva il bolognese Filippo (Stefano Accorsi), giovane operatore dell'associazionismo antimafia, esperto di leggi e regolamenti, ma sprovvisto di senso pratico. Più della deliziosa maestrina e dello scalcinato gruppo che compone la cooperativa, gli darà consigli e aiuti pratici Cosimo (Sergio Rubini), già fattore agli ordini del boss. Tutto va per il meglio fino a quando Nicola Sansone non ottiene gli arresti domiciliari e, in barba alla legge, ritorna a comandare. Ricatti, angherie, violenza, sudditanza, trappole, conversioni. E, come nelle storie a lieto fine, il repentino passaggio dalla provvisoria sconfitta alla vittoria finale.  

La nostra terra di Giulio Manfredonia si ispira alle esperienze delle cooperative nate sulle terre confiscate alle mafie nel sud. Ed è il “si ispira” che bisogna tenere ben presente quando si accendono le luci e si leggono perplessità nei volti di alcuni spettatori. Giudizi positivi da chi lo colloca nel filone della commedia all’italiana;  leggera delusione in chi si aspettava un film di denuncia. Nel 2008, con Si può fare, Manfredonia si era già ispirato a un’altra storia vera: ancora una cooperativa, ma di ex pazienti di un manicomio. Come dire che di materiale per strappare risate ce n’era in abbondanza; così come nelle sue due successive fatiche - Qualunquemente (2011) e Tutto tutto niente niente (2012) - con Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque. Ne La nostra terra si respira altra aria e qualche licenza filmica – gesti, battute, espressioni, macchiette, folklore, contraddizioni, storia d’amore, colpo di scena finale, ecc. – sembra fuori posto, data la delicatezza dell’argomento. Onore, tuttavia, al merito non indifferente di avere portato sullo schermo (credo per la prima volta) l’impegno delle cooperative antimafia che lottano per il riscatto delle terre confiscate alla criminalità mafiosa e rischiano sulla propria pelle l’ira di padrini e padroni. Tema che arriva sugli schermi quando i media dedicano servizi e articoli sulle farneticanti dichiarazioni di Totò Riina che minaccia Don Luigi Ciotti, reo, a suo dire, di occuparsi troppo di cose che nulla hanno a che fare con “il mestiere di parrino”.

Non è giusto, pertanto, evidenziare il trito cliché dei film sulla mafia ed ignorare ciò che di buono dice La nostra terra. Si possono dire cose importanti anche narrando favole, o strappando sorrisi. Pierfrancesco Dilberto, con La mafia uccide solo d’estate, fa ridere e pensare; Manfredonia tenta la stessa strada e persegue lo stesso obiettivo: denunciare. Ci riesce? Gli amanti del cinema d’autore nicchiano; chi va al cinema senza preclusioni si accontenta. E i diretti interessati? Ovvero: tutti quelli che nelle varie associazioni collegate con Libera sono chiamati in causa possono dirsi soddisfatti? Paolo Borsellino, a suo tempo, disse: “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”  Per questo individuò nell’omertà un pericolo da evitare e suggerì di non stancarsi di parlare della mafia: Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene!

Giulio Manfredonia, di certo, avrà tenuto presente questo invito e, a modo suo, se non altro e a differenza di altri registi, ne ha parlato.  

La nostra terra

Regia: Giulio Manfredonia

Con: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo, Iaia Forte, Nicola Rignanese

Italia, 2014

Durata: 100’, col.