Introduzione
di
Gianpiero Gamaleri
Le due grandi "agenzie formative"
del nostro tempo, le sole che investono tutta la popolazione, almeno nel
periodo educativo, si parlano poco. La scuola, da una parte, la televisione
dall'altra si ignorano o fingono di ignorarsi. Entrambe plasmano la mente dei
giovani, seppure con metodi decisamente antitetici, ma raramente accettano di
avere un dialogo tra loro.
Le ragioni di questa incomunicabilità sono
facilmente intuibili. La scuola soffre, motivatamente, di un complesso di
inferiorità. L'influenza che la televisione sembra esercitare in una sera (un
grande concerto rock, un avvenimento sportivo, uno sceneggiato avvincente)
corrisponde, nella scuola, ad un lavoro lungo, paziente, costellato di tutte
le difficoltà che nascono dal parlare a persone effettivamente presenti, con i
loro problemi, i loro dubbi, i loro sentimenti. Inoltre, mentre il messaggio
televisivo è coinvolgente e gratificante - nessuno guarda la televisione per
dovere, ma perché gli piace o ne è catturato - il percorso scolastico è
faticoso, obbliga a un percorso step by step, gradino dopo gradino, attraverso
spiegazioni, studi, verifiche, successi e insuccessi, soddisfazioni e
delusioni. Pietro Prini ha definito la scuola come un ambiente in qualche
misura "claustrale", cioé fatto anche di silenzio e riflessione, con
tutta l'austerità che questo termine riecheggia.
C'è subito da aggiungere, però, che quello
che viene metabolizzato dalla mente dei ragazzi tra le pareti scolastiche e
nell'attività di studio che lo accompagnano "si fissa" con un
mastice incommensurabilmente più solido delle "sensazioni"
televisive, che quasi sempre passano attraverso il nostro sistema percettivo
come acqua sul vetro, anche per il loro incalzare che non concede spazi di
riflessione. E che la scuola sia un'occasione irripetibile di presa di
coscienza e di approfondimento è provato dal fatto che quando si diventa adulti
la si ricorda molte volte come un'occasione perduta che l'inesorabile incalzare
degli impegni e del tempo non ci consente di recuperare.
Questa incomunicabilità scuola-televisione
è tanto più grave nel momento in cui tutti ci rendiamo conto che la sfida
formativa del nostro tempo consiste proprio nella conoscenza dei "nuovi
alfabeti": l'alfabeto delle immagini e l'alfabeto delle comunicazioni
elettroniche che operano in tempo reale. E tale conoscenza - sia chiaro - non
dev'essere tale da scalzare i saperi tradizionali, ma da conciliarsi con essi,
cogliendone gli elementi di continuità: dai vecchi ai nuovi alfabeti.
Nel solco di queste considerazioni si situa
il rapporto tra cinema e scuola e, in particolare, il tema di questa pregevole
raccolta di Italo Spada Interno aula. Il mondo della scuola nell'universo
cinema. Il cinema, potremmo dire, è la parte più creativa della televisione, è
l'essenza della fiction, cioé del prodotto di fantasia - una fantasia spesso
strettamente legata alla realtà, anzi ancor più significativa della realtà
perché volta a rilevarne il senso profondo e generale attraverso un mix di
ragionamento e di emozione.
Portiamo due esempi di due periodi molto
diversi. Addio Mister Chips! (Goodbye, Mr. Chips), del 1939, regia di Sam Wood,
con gli impareggiabili volti di Robert Donat e di Greer Garson: la vita di un
professore di un college inglese dalla sua prima lezione fino alla morte, le
sue gioie e i suoi dolori familiari, ma soprattutto la sua dedizione completa
alla scuola, ai "suoi" ragazzi. Un film, una storia semplice, ma dai
tratti tanto delicati, che ha segnato profondamente la giovinezza di chi non è
più giovane. E una pellicola ben più recente, L'attimo fuggente (Dead Poets
Society), del 1989, regia di Peter Weir, che ci ha fatto conoscere Robin
Williams ma che soprattutto ci ha posto di fronte all'eterna dialettica tra
autorità e libertà nell'adolescenza, quando la sete di conoscenza e di
giustizia è allo stato puro e non ammette compromessi, fino anche al sacrificio
supremo.
La scuola, dunque, può entrare a pieno
titolo nel cinema e, attraverso esso, nella fiction televisiva: come non ricordare il Diario di
un maestro, un serial tra invenzione e documento, con l'indimenticabile Bruno
Cirino, che ci ha lasciati troppo presto, e i suoi ragazzi, autentici allievi
di una scuola di Pietralata.
Al flusso di questi ricordi episodici ed
emozionali mette ordine questa "racolta ragionata" di Italo Spada,
che si aggiunge del resto al precedente volume di questa collana intitolato Il
cinema senza rughe, che, per riprendere il sottotitolo, presentava I ragazzi
protagonisti in 100 anni di produzione filmica. Così due soggetti un po'
trascurati, i giovani e la scuola, vengono posti nella giusta luce.
Ma, come dicevo, l'operazione è ancora più
ambiziosa. Si tratta di due tessere di un grande mosaico: quello che tende a
rappresentare il punto di conciliazione tra due grandi arti, l'arte di educare
e l'arte di rappresentare con i moderni strumenti della comunicazione.
Tra le ambizioni di questo lavoro, e
naturalmente del Comitato Cinema Ragazzi, c'è dunque anche quello di suonare un
campanello d'allarme perché oggi più che mai una realtà sottorappresentata
rischia di non esistere o comunque di essere ben poco incidente. E la scuola
questo non può permetterselo senza tradire la sua missione.