Capitolo VII: Camice nero
Da diversi anni, nella scuola, non esiste più il
bidello. O meglio: non esiste più il bidello "filmico" di una volta,
quello con il camice nero che suonava la campanella, che chiudeva il cancello e
spingeva dentro l'aula i ritardatari, che cercava di assumere un'aria burbera
ma che finiva col diventare complice degli alunni, che ossequiava il preside e
conosceva i pregi e i difetti degli insegnanti, che confortava i bocciati, che
faceva da trait d'union tra la scuola e le famiglie. Anche lui, adesso, fa
parte di quel "personale non
docente" (quasi completamente ignorato da tutte le cinematografie) e ha
perso molto del suo fascino.

In realtà, la sua presenza nel cinema è stata sempre
marginale; è entrato all'interno della storia, ma solo come elemento
scenografico, di costume. Tra l'altro, bisogna aggiungere che a prenderlo in
considerazione sono stati per lo più i registi italiani; nelle altre
cinematografie, infatti, appaiono addetti alle pulizie, inservienti,
collaboratori, ma sono tutti personaggi che hanno poco da spartire con il
bidello "all'italiana". Ed è proprio alla cinematografia italiana che
bisogna indirizzarsi se si vogliono trovare validi punti di riferimento. In
attesa di saperne di più sulla storia d'amore tra un bidello del nord e una
maestrina del sud nella Milano periferica del 1955, raccontata da Maurizio
Nichetti in Luna e l'altra (1996),
due film, in particolare, meritano attenzione: Mio figlio professore (1946) di Renato Castellani e Non ci resta che piangere (1984) di
Massimo Troisi e Roberto Benigni.
Esaminiamoli più attentamente.

In Mio figlio
professore, Orazio Belli, bidello in un liceo romano, rimane vedovo subito
dopo essere diventato padre. Con il dichiarato intento di vedere un giorno suo figlio titolare della cattedra di latino
e greco nel liceo in cui lavora, egli si sobbarca a mille sacrifici, ma accade
che, per una delusione d'amore, il giovane è sul punto di rinunciare agli studi. Un docente non
allineato con le idee politiche del regime fascista convince Orazio junior a non lasciare la scuola, ma il bidello è
costretto a separarsi dal figlio. A
Campobasso prima e a Foggia dopo, il giovane completa gli studi, si laurea e
diventa professore. Il tempo passa. Nel liceo romano arriva, in visita, un ex
professore di educazione fisica, passato alla politica. Anni prima, questi
aveva sposato una maestra di scuole serali verso la quale Orazio Belli nutriva
segreti sentimenti di amore. Ora la donna è morta e fra le tre figlie, già
signorine, ce n'è una che le somiglia in modo impressionante.
Per non fare arruolare il figlio e per realizzare il
sogno della sua vita, Belli è disposto a truccare le carte; per questo, tramite
le tre ragazze, stipula una sorta di tacito patto di "do ut des" con
l'influente uomo politico. Tuttavia, quanti si aspettavano da Orazio junior
favoritismi devono, ben presto, ricredersi. Per non ostacolare la rettitudine
morale e l'intransigenza del figlio,
Orazio Belli decide, allora, di
rinunciare alla sua soddisfazione personale e di andare in pensione,
dando per l'ultima volta il
"finis" alle lezioni del giorno e al suo lavoro.
C'è, in questo film, come si vede, un' eccezione alla
regola. Il bidello, nella duplice veste di padre e di impiegato statale che
sogna per il proprio figlio un posto più sicuro e più decente del suo, è qui,
infatti, il vero protagonista della storia; gli altri - dal preside ai
professori, dagli alunni ai politici - sono idealmente suoi subordinati,
"bidellodipendenti". Anche se la sceneggiatura scivola a volte nel
grottesco (si pensi al tentativo di Orazio Belli di far funzionare una penna
stilografica, all'inseguimento della gallina Lucrezia, all'alternarsi dei ministri in quello che allora era
chiamato il Ministero
dell'Educazione Nazionale,
all'interrogazione-farsa dell'alunna
raccomandata, ecc.), appare esemplare l'interpretazione di Aldo
Fabrizi nei panni del
protagonista con la tipica, intensa espressione del volto e con quel continuo
salire e scendere le scale.
Per quanto riguarda i docenti, Mio figlio professore opera
una netta divisione: da una parte ci sono coloro che, nonostante la miseria
delle paghe e degli stipendi, conservano la loro dignità e onestà, interamente dediti al lavoro e
incorruttibili (tra i quali, non a caso, spicca la figura del figlio del
bidello); dall'altra, i pavidi, gli opportunisti, gli esigenti, i corrotti. Al
contrario, i bidelli (è più giusto, infatti, parlare al plurale, visto che
Orazio Belli non è il solo bidello che appare nel film) sono tutti simpatici,
buoni, onesti, pazienti, affettuosi.

Protagonisti di Non
ci resta che piangere sono, invece, un maestro toscano (Saverio),
preoccupato di sistemare la sorella che è stata abbandonata dal fidanzato
americano, e un bidello napoletano (Mario), che non vuole saperne di
sacrificarsi diventando cognato dell'amico per risolverne i guai. Saverio e
Mario lavorano nella stessa scuola e un giorno organizzano una gita con l'auto.
Davanti a un passaggio a livello stupidamente chiuso, i due decidono di deviare
infilandosi in una stradina di campagna, ma un violento temporale li costringe
a fermarsi e a chiedere ospitalità. E qui cominciano le loro disavventure,
giacché si ritrovano proiettati nell'anno del Signore... 1492.
A Frittole (il borgo in cui i due sono capitati) ne
succedono di tutti i colori: innocui paesani vengono uccisi, le prediche di fra
Girolamo Savonarola provocano punizioni e stragi, le ragazze si lasciano
concupire con gli occhi durante la messa domenicale. Ospitati da una donna alla
quale è stata sterminata l'intera famiglia, Saverio e Mario pian piano si
adattano alla nuova situazione e, forti del loro senno del poi, scrivono
lettere al Savonarola, "inventano" canzoni dei Beatles e di Modugno,
danno consigli persino a Leonardo da Vinci. Ma l'anno in cui sono capitati è
anche quello in cui Cristoforo Colombo scopre l'America e Saverio intuisce che
potrebbe risolvere alla radice il problema affettivo di sua sorella, impedendo
al navigatore italiano di salpare da Porto Palos. I due, allora, si mettono in
viaggio per la Spagna, ma la loro fatica sarà vana: qualcuno, infatti, vigila
per impedire che gli intrusi nel passato facciano deviare il corso della
storia.
In questa vicenda, come è facilmente rilevabile, il
fatto che Saverio e Mario siano un maestro e un bidello appare di secondaria
importanza; nulla sarebbe cambiato se i due avessero svolto una diversa
professione. Tuttavia, la scelta fatta dai due registi autorizza a leggere Non ci resta che piangere come un film
che narra le peripezie di due operatori scolastici e, conseguentemente, ad
inserirlo in questo lavoro.
Sotto un certo aspetto, anche qui si rileva un
ribaltamento dei ruoli e una sorta di rivincita del subalterno nei confronti
del superiore. Fuori dall'ambiente di lavoro, il bidello si presenta come uno
che non è tenuto ad ubbidire alla prassi. Per questo non intende sposare la
sorella del maestro, è più restio a vestire panni medievali e a fare un passo indietro
nella storia, ha più successo con le donne (l'anziana vedova e la giovane
figlia del benestante), si spaccia per poeta e compositore, dimostra più
costanza nel dialogo con il genio (Leonardo da Vinci) che non capisce. Nella
sequenza della lettera al Savonarola questa sua "rivendicazione"
culturale è ancora più evidente. Nella divisione dei compiti, infatti, è il
maestro che assume quello di scrivano; il bidello detta le parole (quanto Totò
di Totò, Peppino e la... malafemmina
c'è in questa dettatura?), suscitando nell'amico l'ammirazione per la sua
eloquenza letteraria. Ha ragione solo in parte Paolo Mereghetti, e cioè quando scrive (in Dizionario dei Film, Baldini & Castoldi) che Non ci resta che piangere "più che
un film, appare uno scherzo improvvisato". Quando aggiunge che lo scherzo
"è poco riuscito, anche se vedere Benigni e Troisi insieme è di per sè un
piacere" sembra, infatti, che non
tenga nella giusta considerazione il vero metro di giudizio di tutti gli
scherzi: la spontaneità delle risate.