Capitolo VI: Docenti decenti e
indecenti
Come s'è già detto, il cinema non ama le vie di mezzo;
analogamente è scarso o nullo il suo interesse per i docenti che hanno una
vita normale, che entrano in classe e svolgono la loro lezione, che non sono
né odiati né amati dagli alunni, che non sono né aguzzini né vittime.
La società rispetta gli insegnanti perché essi
ricoprono un importante ruolo nella formazione dei giovani, ma il cinema,
sempre alla ricerca di storie e di personaggi non comuni, non guarda in faccia
nessuno; da ciò la distinzione manichea nell'individuazione dei loro pregi e
dei loro difetti.
I pregi che contraddistinguono i docenti decenti sono:
la bontà, la coerenza, l'altruismo, la saggezza, la giustizia, il coraggio,
l'onestà, la perseveranza. I professori sono amati dagli alunni perché scendono
dalla cattedra, smettono di spiegare e di interrogare, rivoluzionano i
programmi tradizionali, si preoccupano dei problemi dei giovani, dimostrano con
i fatti ciò che sostengono a parole, non temono il coinvolgimento
personale.
In un film russo del 1947 - L'educazione dei sentimenti (Sel'skaja ucitel'nica) di Mark
Donskoj - un'insegnante di San Pietroburgo si trasferisce in un villaggio
della Siberia per seguire il fidanzato deportato per motivi politici. E' sola e
deve guadagnarsi, con il pane, anche la fiducia di chi non capisce la sua
scelta. A poco a poco, mettendo soprattutto in pratica le lezioni di speranza e
di coraggio che impartisce ai suoi scolari, ella diventa un punto di riferimento
per tutti, alunni e contadini, e quando
la vita, con la morte dell'uomo che ama, le darà la peggiore delle delusioni,
saranno i suoi ex alunni a ripagarla andandola a trovare per dimostrarle la loro riconoscenza.
Un altro professore buono è quello interpretato da
Vittorio De Sica in Domani è troppo tardi
(1949) di Léonide Moguy; egli opera con tatto e saggezza a favore di due alunni
innamorati e riesce ad infondere coraggio nella ragazza che, stanca delle
maldicenze e dell'incomprensione, sta per commettere l'imperdonabile errore di
suicidarsi.

Buono e altruista è anche il professore che in Pensaci Giacomino! (1936) di Gennaro
Righelli sposa la figlia del bidello, innamorata di Giacomino. Il suo
"matrimonio" con la ragazza, argomento ghiotto di maldicenze e
pettegolezzi paesani, in realtà è solo
un gesto di bontà per salvare il rapporto tra i due giovani e per dare alla
creatura che nascerà un nonno che faccia le veci del padre. Giacomino sa bene
come stanno le cose e, in un primo momento, accetta il gioco delle parti; ma,
quando per paura e per tornaconto sta per lasciare madre e figlio al loro
destino, allora deve fare i conti con il professore buono che diventa anche
coraggioso e che non teme di impartirgli una lezione di onestà e di coerenza.

Altrettanto buono, onesto e coraggioso è il professor
Malek del bel film cecoslovacco di Jiri Krejcik Il principio superiore (Vyssi princip) del 1960. La vicenda è
ambientata nel giugno del 1942. Dopo l'attentato che costò la vita al Reichprotektor
Heydrich, scatta la repressione nazista e tre alunni del liceo di Koutenetz vengono ingiustamente
accusati e arrestati dalla Gestapo durante gli esami di maturità. Il terrore e la paura impediscono alle
autorità civili e scolastiche di manifestare il loro dissenso e i tre ragazzi
sono condotti alla fucilazione. Solo il professore di latino, coerente ai
principi etici della non violenza ai quali ha sempre fatto riferimento nel suo insegnamento (e per i quali è stato
soprannominato dagli alunni
"Principio superiore"), alza la sua voce pronunciando davanti alla
scolaresca una condanna chiara e netta della tirannide nazista.

Anche il protagonista del film di Andrej Michalkov
Koncalovskij, Il primo maestro (Pervyj
ucitel) del 1965, dà prova di coerenza e di coraggio. Delegato dal Komsomol
a svolgere un intervento di preparazione politica e culturale in un isolato
villaggio del Kirgizstan, il giovane insegnante Dujsen si impegna a favorire il
progresso e l'uguaglianza secondo i principi predicati da Lenin. Siamo nella
Russia ancora "feudale" del 1923 e i vecchi proprietari terrieri (i
"baj") non gradiscono che i contadini vengano scolarizzati; per
questo, alla morte di Lenin, bruciano la scuola faticosamente costruita dal
maestro, gli violentano la fidanzata, diffidano gli alunni. Ma ci vuole ben
altro per scoraggiare Dujsen; sfidando i
potenti ("Se volete che io mi fermi, uccidetemi!", dice loro),
abbatte un albero e ricomincia a costruire una nuova scuola.

Docente a modo suo è la supplente del Maestro Gao, costretto
ad assentarsi dalla scuola per assistere la madre malata. E’ una ragazzina di
13 anni e si chiama Wei Minzhi. E’ la protagonista del film Non uno di meno (1998) di Zang Yimou che
ha trionfato a Venezia ’99. La vicenda
si svolge in un villaggio della Cina. Il maestro Gao parte e raccomanda alla
sua giovanissima supplente che in sua
assenza tutti gli alunni devono frequentare la scuola. Al suo rientro vuole
ritrovare la classe al completo, "non uno di meno". Ma ecco che, una
mattina, Zhang Huike, un bambino di 10 anni tanto intelligente quanto vivace,
non si presenta in classe. Motivo: al fine di aiutare in qualche modo i suoi
familiari pieni di debiti, è andato in città per trovare un lavoro. La
scrupolosa maestrina diventa, allora, intraprendente e va alla ricerca del
piccolo che intanto si è perso nel caos della metropoli. Wei Minzhi non demorde
e arriva a coinvolgere nella ricerca il presidente della stazione televisiva.
Alla fine - potere della TV - Zhang viene ritrovato e i due fanno ritorno a
casa, per il sollievo e la gioia dell'intero villaggio.
La droga, la delinquenza e la mancanza di principi
morali mettono a dura prova la pazienza dei docenti americani. Le scuole periferiche
di New York e di Philadelphia somigliano alle praterie del selvaggio west: in
esse solo i docenti coraggiosi - come
Richard Dadier del già citato (cap. IV) Il
seme della violenza (The Blackboard Jungle) (1955) di Richard Brooks -
riescono a spuntarla.

Ovviamente, ci si può imporre anche con la dolcezza.
Senza fragore, ma con identico coraggio, si propone, infatti, anche la fragile
insegnante di Su per la discesa (Up the
Down Staircase) (1967) di Robert Mulligan, che ingaggia una
lotta apparentemente impossibile contro
il razzismo, la droga e il teppismo di New York. Le basterà la riconoscenza di
un solo allievo a restituirle la fiducia e a farle capire che i suoi sforzi
non sono stati del tutto inutili.
Ad analoga conclusione (e alla decisione di non
lasciare la scuola nonostante le delusioni accumulate) arriva anche LouAnne
Johnson, ex marine che ha sempre sognato di insegnare, protagonista del film Pensieri pericolosi (Dangerous Minds)
(1995) di John N. Smith.

In contrapposizione ai pregi, il cinema mette in
risalto anche i difetti dei docenti e, a seconda se vuole denunciare spocchia
o dabbenaggine, frustrazione o
inettitudine, cattiveria o sadismo, usa
toni ironici, inclementi, amari, duri.

In Anni facili
(1953) Luigi Zampa aveva già denunciato lo squallore di un docente fallito
che, diventato portaborse di un politico, finisce in prigione per colpe non
sue.

Passano gli anni e un altro docente, il professor
Luciano Sandulli, protagonista del film di Daniele Luchetti Il portaborse (1990), rivive la stessa
esperienza. Ma ha più amor proprio o, forse, è più smaliziato e, prima di
sprofondare nel marcio della politica, trova il coraggio di compiere un gesto
di ribellione.
Ribelle a modo suo è anche il paranoico professore
Michele Apicella che, in Bianca (1983)
di Nanni Moretti, spia la vita degli altri, picchia gli alunni, giudica la
nuova generazione a partire dalle scarpe, si autoaccusa di tre omicidi rimasti
impuniti.

Particolarmente interessata al tema del professore
ingenuo, ignorante, inetto e fallito è la cinematografia italiana degli anni
Sessanta e Settanta.
Ne L'imprevisto (1961)
di Alberto Lattuada un professore rapisce con la complicità di un'allieva senza
scrupoli il neonato di un industriale spacciandolo per il figlio della moglie
che aveva obbligata a simulare una gravidanza; ne Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri un insegnante fallito
finisce col diventare calzolaio; in Professore
venga accompagnato dai suoi genitori (1974) di Mino Guerrini gli studenti
del liceo Manzoni di Roma devono sopportare un preside inetto e un professore
dittatore; in Tutti a squola (1979)
di Pier Francesco Pingitore un professore
ingenuo, che legge il libro "Cuore" mentre nella sua scuola gli
alunni si drogano e maneggiano pistole, finisce in carcere per un equivoco; in E' arrivato mio fratello (1985) di F.
Castellano e G. Pipolo, infine, il frustrato insegnante Ovidio, dopo l'improvviso
arrivo del fratello gemello che fa il pianista in un night, si ritrova con l'
esistenza scombussolata.

Più che di frustrazione si dovrà parlare di momentanea
delusione per i docenti ex-Sessantottini che arrivano in cattedra in Auguri professore di Riccardo Milani (1997) e in Caterina va in città di Paolo Virzì
(2003). Nel primo film, il Prof. Lipari è
un'insegnante sui quarantacinque anni che crede nel proprio lavoro e cerca di
rinnovarlo con un po' di fantasia. Il rapporto con gli studenti però è reso
difficile dal fatto che sta vivendo un momento di crisi e di confusione sul
piano privato e professionale. Fuori della scuola gli viene rubata l'auto
acquistata venti anni prima col primo stipendio, e il furto è un brutto colpo.
Inoltre, all'improvviso, si trova di fronte come nuova collega Luisa, che era
stata sua alunna agli inizi della sua carriera. L'auto rubata e l'apparizione
di Luisa fanno scattare nella mente di Lipari i ricordi del passato: tutta la
sua vita dalle elementari all'università, le speranze dei genitori, gli
insegnanti troppo superficiali, le differenze sociali tra un alunno e l'altro.
E poi, da insegnante, la volontà di mettersi al servizio dei più svantaggiati,
gli anni della contestazione, l'attaccamento per l'alunno Triglia, l'incontro
con Luisa, che era figlia del sindaco. Mentre riflette, Lipari vede che Luisa
entra subito in sintonia con i ragazzi, e allora cerca di sfuggirle, quasi
impaurito. In preda al nervosismo, non riesce a gestire le situazioni ed entra
in lite con i genitori. Luisa finisce la supplenza e va via, lasciandolo nel
pieno della confusione. Ma prima di allontanarsi, Luisa ricorda a Lipari tutto
l'arricchimento che ha ricevuto da lui, i ragazzi si rendono disponibili alle
sue richieste. Lipari allora ritrova fiducia e il coraggio di guardare al
futuro.
Nel secondo, il Prof. Giancarlo Iacovoni,
professore di ragioneria con ambizioni
letterarie, non sembra avere dubbi quando, voltando le spalle ai parenti
“burini” e trascinandosi dietro la semplice e arrendevole moglie (Agata) e la
figlia adolescente (Caterina), decide di trasferirsi da Montalto di Castro a
Roma. Non sa ancora, l’insoddisfatto e frustrato intellettuale che vorrebbe
fare sentire la sua voce al mondo intero, in quale trappola si sta cacciando.
Non lo sa, ma lo scoprirà ben presto, quando per lui e per la sua famiglia
inizierà un altro viaggio, quello all’interno di una società falsa, dove i
personaggi indossano maschere e recitano ruoli imposti dal tornaconto, dal
perbenismo, dagli interessi, dall’arrivismo. Ciascuno a suo modo, pagherà lo scotto
di un miraggio sociale e culturale che svanisce appena si tenta di afferrarlo
e, su tutti, la tredicenne Caterina, voce narrante fuori campo. Attraverso
l’esperienza di questa ragazzina apprendiamo quanto sapevamo già; e cioè che le
differenze tra il paese e la città non riguardano solo il paesaggio e la
diversa aria che si respira, ma anche l’esistenza che vi si conduce, le
contrapposizioni tra tranquillità e caos, innocenza e perversione, rettitudine
e inganno, destra e sinistra. Con la scontata conclusione che i privilegiati e
gli esclusi esistono dappertutto e che è pericoloso uscire dal guscio della
propria provenienza, giacché – come dice Verga in “Fantasticheria” -
“allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli
altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di
meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace
ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui”.
Più squilibrati, squattrinati, malati e delusi che cattivi e indecenti, appaiono, invece,
gli insegnanti della cinematografia straniera.
E così in Addio
Mr. Harris (The Browning Version) (1951) di Anthony Asquit, un professore
misogino, poco amato da colleghi e alunni, solo dopo che ha deciso di
abbandonare l'insegnamento per motivi di salute avverte un po' di calore umano
intorno a sé; in I professori non
mangiano bistecche (Confidentially Connie)
(1953) di Edward Buzzell il figlio di un ricco allevatore di bestiame,
pur di continuare ad insegnare e a conservare la sua indipendenza dal padre
invadente, preferisce tirare la cinghia rischiando di far mancare alla moglie
incinta le nutrienti bistecche ordinatele dal medico; in Una settimana in vacanza (Une semaine de vacances) (1980) di
Bertrand Tavernier un docente in crisi cerca di fare chiarezza sulla sua vita;
in Teachers
(1984) di Arthur Hiller un'avvocatessa si trova ad indagare in una scuola dove
gli insegnanti sono più negligenti degli alunni; in Innocenza ( 1986) di Villi Hermann
una professoressa, a causa dell' interesse morboso del sindaco locale,
finisce al centro di gelosie, rivalità, scandali e inchieste; in Dolce
Emma, Cara Bobe (Edes Emma, droge Bobe) di Istvan Szabo (1991), infine, due insegnanti di russo, costrette ad
imparare l'inglese per tutelare il loro posto di lavoro, per sopravvivere
decidono di ripiegare su "occupazioni meno nobili", come quelle della domestica e della prostituta.
Trattazione a parte meritano, invece, due insegnanti
indecenti, volutamente estrapolati dal precedente elenco. La loro indecenza si
fonde con la cattiveria e a poco serve sforzarsi di comprendere il loro
comportamento appellandosi alla mentalità del tempo, a vecchi ordinamenti che
facevano sembrare la scuola molto simile alla caserma militare, alla
disgregazione morale che nel dopoguerra non risparmiava ceti e categorie.

Il primo è quel professore sadico (soprannominato
dagli alunni "Caligola") che in Spasimo
(Hets) (1944), un film diretto da Alf Sjoberg e scritto e sceneggiato da
Ingmar Bergman, prende di mira il
giovane Jan-Erik e lo ossessiona in tutti i modi. Jan-Erik si innamora di
Bertha, una ragazza alcolizzata che fa la commessa in una tabaccheria, la quale
gli racconta di un misterioso persecutore che si introduce ogni tanto in casa
sua e la costringe a bere. Il giovane, allora, si nasconde e scopre che il
misterioso uomo è proprio il professor Caligola. Un giorno, la ragazza muore
per arresto cardiaco e Jan-Erik, sicuro che ad ucciderla sia stato proprio
Caligola, testimonia contro di lui. Dopo l'autopsia, il professore viene
scagionato dall'accusa di omicidio, ma Jan-Erik lo affronta a scuola e si fa
espellere pochi giorni prima di sostenere gli esami.

Il secondo docente è una squallida figura di uomo fallito
che, pur ricoprendo un ruolo marginale nella vicenda, condiziona le scelte e i gesti del protagonista. Ci si sta riferendo al professore pedofilo
che impartisce superficiali lezioni di sapore nazista al piccolo Edmund, in Germania anno zero (1947) di Roberto
Rossellini. Siamo a Berlino, nel 1947. La città è distrutta dai bombardamenti
e, tra le macerie e il disfacimento generale, si aggira un bambino di 13 anni
(Edmund) che si industria in tutti i modi a mantenere il padre malato, un
fratello che si nasconde e una sorella che si prostituisce. Peregrinando da un
capo all'altro della città, il piccolo Edmund incontra per caso un suo ex
maestro di scuola, pederasta e ancora convinto della necessità di una selezione
naturale della razza. Essendo in preda allo sconforto, il bambino reputa
opportuno chiedere consigli all'uomo
maturo, il quale, con sconcertante irresponsabilità, non trova di meglio che
parlargli della teoria della eliminazione dei più deboli da parte
della natura. Edmund si convince, allora, che sarebbe meglio per tutti se suo padre morisse e
lo avvelena. Rimproverato dal maestro
che nega di avergli suggerito il parricidio, scacciato dagli amici,
allontanatosi spontaneamente dalla famiglia, Edmund vaga per la città, sale in
cima ad uno stabile abbandonato e si suicida.