Capitolo IV: L'asino, il genio,
l'angelo e il diavolo
L'alunno normale, quello che non presenta alcun
problema sotto l'aspetto disciplinare e che raggiunge la sufficienza in tutte
le materie, nel cinema sembra non esistere, oppure è destinato a ricoprire
ruoli secondari, di contorno. Gli alunni "cinematografici", infatti,
sono gli ultimi della classe o i primi, piccoli diavoli o teneri angioletti,
asini o geni.
A seconda della loro area geografica di appartenenza,
inoltre, gli uni e gli altri hanno cuciti addosso speciali difetti e pregi, per
cui si ha l'impressione che essi ubbidiscano a rigidi schemi, a caratteristiche
precostituite e ovvie. Il ragazzo indisciplinato europeo, per esempio, si
limita a compiere innocue marachelle, a marinare la scuola, a dire bugie ai
genitori, a fare scherzi ai compagni e ai professori; quello anglo-americano,
invece, è un piccolo boss violento e provocatore, picchia i professori e stupra
le professoresse, brucia le auto e devasta la scuola, è in preda all'alcool e
alla droga.
Tuttavia, quando dalla condotta si passa al
rendimento, la maggiore cattiveria dell'alunno indisciplinato americano si
muta, spesso, in maggiore riuscita. L'ultimo della classe, mentre in Francia o
in Italia si limita a recuperare le lacune, in America diventa un genio. Ma
vediamo in modo più dettagliato i pregi e i difetti di alcuni protagonisti,
tralasciando volutamente quelli sui quali ci si è già soffermati, come i
piccoli ribelli di Zero in condotta
di Jean Vigo e gli scugnizzi napoletani di Io
speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller.

Tra gli alunni asini il primo posto spetta "di
diritto" a Pinocchio. Non tanto a quello animato di Walt Disney del 1940
(Pinocchio), quanto a quelli di
Giulio Antamoro del 1911 (Pinocchio),
di Gianni Guardone del 1947 (Le avventure
di Pinocchio), di Luigi Comencini del 1971 (Le avventure di Pinocchio), di Roberto Benigni del 2002 (Pinocchio).
Meno asini e più simpatici, meno fiabeschi e più reali sono, invece, i deliziosi bambini
di Francois Truffaut. Ispirandosi a ricordi personali, il regista francese si
diverte a raccontare ne I quattrocento
colpi (Les quatre cents coups) del 1959 e ne Gli
anni in tasca (L'Argent de poche) del 1976, le marachelle degli
alunni francesi.

Protagonista del primo film è Antoine Doinel che vive
in un piccolo appartamento di Parigi con i suoi genitori. Il suo rapporto con
la scuola non è idilliaco, ma tutto lascia pensare che la sua ribellione
dipenda anche dai continui litigi dei suoi genitori e dalle scappatelle della madre. Rimproverato
più volte dai professori - in qualche caso anche ingiustamente - egli marina le lezioni, ruba dei soldi,
frequenta amici discoli, dice bugie, "inventa" la morte della madre,
fugge di casa, ruba una macchina da scrivere, viene arrestato, finisce in un
riformatorio, scappa definitivamente. Insomma: ne fa di tutti i colori. Eppure
resta un ragazzo amabile, una specie di prototipo che assomma su di sé ciò che
milioni di ragazzi hanno sempre fatto.
"L'adolescente de "I quattrocento colpi", scrive Pietro Bianchi (in Maestri del cinema, Garzanti) non è
felice in famiglia, a scuola lo trattano malissimo, è rinchiuso in riformatorio
e ne fugge. Eppure è allegro come una rondine in primavera."
Lo stesso si potrebbe dire anche per Gli anni in tasca. L'azione, questa
volta, si svolge a Thiers, in Alsazia. Assieme al giovane maestro che sta per
diventare padre (lo stesso Doinel - Truffaut ormai cresciuto?), i protagonisti
sono i bambini di un intero paese, anch'essi condizionati, sia nella disciplina
che nel rendimento, dall'ambiente familiare e dai rapporti con gli adulti. In
questo delicato film Truffaut moltiplica i casi ed evidenzia, con una tecnica
di storie intrecciate, ragazzi buoni e cattivi, alunni studiosi e
scansafatiche. E così, dal "coro",
spiccano le marachelle di Julien che non studia, è cattivo,
imbroglia, ruba, ma solo perché a casa è picchiato dalla madre e dalla nonna e
i turbamenti di Patrick, ragazzo orfano, buono, timido e affettuoso che vive
con il padre paralitico e si innamora della madre di un compagno; la ministoria
della figlia di un poliziotto che, per attirare su di sè l'attenzione dei
vicini e per "vendicarsi" dell'intransigenza del padre, dice bugie e
inventa sevizie mai subite e la deliziosa sequenza di un pupo combinaguai che
per riprendere il gattino precipita dalla finestra; il gesto spregiudicato dell'adolescente intraprendente che dà baci maliziosi nel buio
di una sala cinematografica e la timidezza del fanciullo che deve aspettare i
giorni della colonia estiva per appartarsi con la prima ragazzina della sua
vita; l'episodio dei fratelli furbastri che vorrebbero vendersi i libri di
scuola all'insaputa dei loro genitori e lo scherzo subito dall'ingenuo di turno che si fa tagliare i
capelli dagli amici scatenando un litigio tra suo padre e il parrucchiere.

(Alida Valli)
((a
Più romantica che indisciplinata è, invece, la
giovanissima Alida Valli che, nella italiana "commedia degli
equivoci" Assenza ingiustificata (1939) di Max Neufeld, si finge malata per
non andare a scuola. La ragazza riesce nel suo intento, ma resta vittima del
suo imbroglio, giacché prima sposa il medico che con complicità poco
professionale copre le sue magagne e poi, in preda alla noia e alla nostalgia,
ritorna a scuola di nascosto, suscitando nel marito comprensibili sospetti
sulla sua fedeltà coniugale.
Ma l'angioletto per eccellenza del cinema italiano lo
troviamo ne Il maestro (1958) di Aldo Fabrizi, un film minore sia nella storia
del cinema, che nella filmografia dell'attore-regista italiano. Qui, Aldo
Fabrizi interpreta il ruolo di Giovanni, un bravo e buon maestro che svolge con
passione e competenza il suo lavoro. Un
giorno, però, la sua vita ha un tremendo scossone: suo figlio resta vittima di
un incidente e muore. L'episodio gli fa perdere la fede e l'interesse per
l'insegnamento e lo proietta in uno stato di profonda prostrazione. Ma ecco che
a scuola arriva un nuovo alunno, Gabriele, delicato e dolce. Il maestro gli si
affeziona e, a poco a poco, riprende a vivere e a sperare. Solo quando
Gabriele, esaurito il suo compito, sparisce dalla scuola nello stesso
misterioso modo con il quale era apparso, Giovanni capisce che quell'alunno (il
cui volto è esattamente uguale a quello di Gesù riprodotto in un dipinto) è
venuto dal cielo per impartirgli una "lezione" e per fargli ritornare
la fede.
Il film, che fu
girato anche nella versione spagnola (diretta da Eduardo Manzanos), pur
ispirandosi alla decadente "poesia delle piccole cose", presentò un
Fabrizi "regista semplice ma non certo semplicista" (Dizionario
dei Film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi) e commosse il
pubblico non ancora smaliziato da trucchi ed effetti speciali.
Alla tenerezza e alla simpatia degli alunni europei fa
riscontro l'indisciplina dei giovani americani che, nel film di John Hughes del
1986, marinano la scuola per andare in giro sulla Ferrari del padre di uno di
loro per godersi Una pazza giornata di
vacanza (Ferris Bueller's Day Off) e per abbandonarsi a gesti di violenza.

Gli svogliati studenti che John Landis ci presenta in Animal House (National Lampoon's Animal
House) (1978), invece, preferiscono reagire alla peraltro giusta espulsione
dal college - che per l'intero anno scolastico hanno scambiato per luogo di
divertimento e di goliardici scherzi pesanti - pronunciando battute a doppio
senso, organizzando un toga-party e, dulcis in fundo, scatenando un attacco
paramilitare al corteo cittadino.

Discorso a parte merita il tenero bullo cinese de La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu Hen mei) di Zhang Yuan (2007). Siamo nella Cina Popolare, intorno alla metà
degli anni Novanta. La rivoluzione maoista, che ha come obiettivo quello di
fare diventare grande la nazione, chiede sacrifici a tutti, bambini inclusi. Se
i genitori non possono badare ai loro figlioli, ci pensa lo Stato, con i suoi
asili popolari, con il suo programma di rieducazione che vuole tutti in fila a
scuola, nelle camerate, nei giochi, a consumare i pasti, a fare pipì. Non c’è
pianto che tenga. La regola vale anche per Qiang, affidato a soli 4 anni alle
cure dell’austera Maestra Li. Ribelle come può essere un bambino della sua età,
Qiang non riesce ad inserirsi nel gruppo degli altri bambini e vive questa sua
prima esperienza comunitaria come un prigioniero in un lager. La guerra per
conquistare note di merito – quella dei fiori rossi del titolo – si combatte su
cinque fronti: vestirsi da soli appena alzati, lavarsi le mani prima di sedersi
a tavola, non mancare di rispetto alle maestre, osservare le regole e andare
regolarmente di corpo tutte le mattine. Sono norme che Qiang non capisce e non
accetta, per questo la sua contestazione si tramuta in avversione contro tutti,
ad eccezione di Beiyan, la bambina che dorme nel lettino accanto al suo. Da
piagnucolone e piscialletto si tramuta in piccola peste, fa a botte, è
prepotente, manca di rispetto, diffonde la voce che la maestra si trasforma di
notte in mostro divoratore di bambini e organizza contro di lei una spedizione
notturna dell’intera scolaresca. Non conquisterà mai, ovviamente, i fiori rossi
e dovrà subire la dura repressione, ma nessuno riuscirà ad impedirgli di fare
sberleffi e di sognare passeggiate notturne senza vestiti per sporcare con la
sua pipì il candido campo di neve.
Rimandando ad altro momento (cap.IX) un esame più
approfondito dei film che hanno per tema la violenza nella scuola, vediamo qui
- soprattutto per sottolinearne il contrasto con i bambini di Truffaut - il
comportamento degli alunni americani nel film di Richard Brooks Il seme della violenza (The Blackboard
Jungle) del 1955.
USA, anni Cinquanta: il giovane insegnante Richard
Dadier (interpretato da Glenn Ford), felicemente sposato con Anne che aspetta
un bambino, riesce ad ottenere un lavoro in una scuola di avviamento al
"Downtown" newyorkese. Pieno di entusiasmo, Dadier intende
l'insegnamento come "missione" culturale e sociale, ma deve fare i
conti con un preside incerto e impaurito, con colleghi demotivati, abulici e
indifferenti e, soprattutto, con studenti violenti, riuniti in bande e
assoggettati al fascino di due leaders: "il biondino" e il negro
Gregory Miller. Dopo essere accorso in aiuto di una collega che stava per
essere stuprata e dopo avere apertamente dimostrato ai suoi alunni di non
temere le loro intimidazioni, Dadier rischia grosso. Egli, infatti, non solo
viene aggredito fisicamente, ma deve anche subire le maldicenze che mettono in
crisi il suo matrimonio con Anne. Incompreso per opposte ragioni sia dai
colleghi che dagli studenti, il coraggioso docente non demorde e riesce ad instaurare
un rapporto di lealtà con Miller. Solo quando sua moglie sta per perdere il
figlio tanto atteso, Dadier va in crisi ed è sul punto di abbandonare l'insegnamento.
Da un ennesimo tentativo di violenza del temibile "biondino" (sventato questa volta dagli
stessi ragazzi) nascerà, tuttavia, la
"soddisfazione" del docente per la presa di coscienza civile del
resto della classe.
In questo film siamo di fronte - come scrive Giorgio
Gosetti in Dizionario Universale del
cinema, a cura di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti - a "un
quadro di violenza urbana e di disgregazione dell'istituzione scolastica fra i
più duri della storia del cinema americano. (...) Il dramma scolastico è in fondo anche uno scontro di generazioni
che, negli anni di James Dean, sembrano ancora potersi comprendere e aiutare a
vicenda. Illusione sentita dai
personaggi dello stesso Dean che qui sembra presente in spirito. G. Ford
assomiglia al pastore protestante che in qualche passo del film ambisce essere.
Neppure l'ipotesi di una "love affair" con la sua avvenente collega,
su cui tanto si maligna a scuola, lo scuote. Proprio per tutte queste prove di
rettitudine avrà partita vinta. Ma è una risposta che sembra non convincere
nemmeno il regista. Richard Brooks poi è un autore non adatto ai generi
metropolitani ma ai comportamenti e alle leggi del grande west. Frutto di una
moda che al cinema americano diede, tra gli anni cinquanta e sessanta, una
patina di progressismo impegnato, questo film sui drammi della scuola aveva
soprattutto il merito di aprire un filone e di scrutare, con attenzione quasi
documentaristica, un universo esistenziale sovente dimenticato dal cinema di
Hollywood."
E Lino Lionello Ghirardini, (nella Storia generale del cinema, Vol. 2,
Ellemme Ed.) osserva: "Il
seme della violenza - in stretta parentela morale con i film di gangster,
di guerra e persino western - è un terrificante documento sociale, ove non
soltanto viene messo sotto accusa un determinato istituto scolastico ma anche
la stessa comunità umana e civile che ne è più o meno direttamente
responsabile. Glenn Ford, nella parte del professore Dadier, sostiene tuttavia
che si può vincere la crudele asocialità di questi ragazzi e il finale del film
sembra dargli ragione; ma il problema resta, in tutta la sua gravità: merito di
Brooks avere avuto il coraggio di affrontarlo."
Altri docenti non si accontentano di ripristinare la
disciplina e di interessare in qualche modo i ragazzi alle lezioni; il loro
obiettivo è, infatti, più ambizioso: si dedicano con tutte le energie a
trasformare gli asini in geni. E, in
questa operazione, non sempre i problemi sentimentali e familiari frenano il
rendimento scolastico dei bambini e degli adolescenti.

Se, infatti, nei tre film di Claude Pinoteau - Il tempo delle mele (La Boum) del 1980, Il tempo delle mele 2 (La Boum 2) del
1982 e Il tempo delle mele 3 (L'Etudiante) del 1988 - la
quattordicenne, sedicenne e diciottenne Vic, più si innamora dei suoi compagni
di scuola e più dimentica i litigi dei genitori per dedicarsi allo studio,
ne Il
mio piccolo genio (Little Man Tate) girato da Jodie Foster nel 1991, Fred
Tate, un bambino prodigio di sette anni, pur
non avendo una situazione familiare felice (è senza padre e con una
mamma che ha poco tempo da dedicargli) riesce ugualmente ad emergere in tutte
le arti, grazie alle cure che gli riserva un'insegnante, a suo tempo ex
bambina prodigio, che si è dedicata ad allevare piccoli geni.
Geni si nasce, ma talvolta ci si diventa.
Nel film di Ramon Menendez, La forza della volontà (Stand and Deliver) del 1988, il professor
Jaime Escalante ottiene l'incarico di insegnante di informatica al Garfield
Institute di Los Angeles. L'istituto è
il più malfamato della città ed è
frequentato da ragazzi latino-americani ribelli e distratti. Nonostante
la carenza di mezzi e la debolezza del preside, egli riesce a conquistare la
fiducia dei suoi alunni e a farli appassionare alla matematica; poi li convince
ad affrontare un difficilissimo test riservato ai migliori studenti d'America.
La classe, tra la sorpresa generale, supera la prova, nonostante le opposizioni
di una commissione razzista che vorrebbe annullare i risultati.

Il percorso che dalla indisciplina porta alla
genialità non è, tuttavia, a senso unico.
Nel film di Martha Coolidge, Scuola di geni (Real Genius) del 1985, esso viene rovesciato e i
ragazzi superdotati, protagonisti della vicenda, si ribellano al volere di un
loro professore quando si accorgono che questi non si fa alcuno scrupolo nello
sfruttare le loro doti fuori del comune.
Non c'è ribellione, ma solo rassegnazione e presa di
coscienza dell'infrangersi dei sogni della gioventù nel gruppo di studenti
della High School of Performing Art di
New York che, in Saranno famosi (Fame),
un film del 1980 di Alan Parker, sono tenuti a dare il massimo in ogni
disciplina. Sarà pur vero che chi non nasce genio può anche diventarlo, ma il
raggiungimento di questo obiettivo non può e non deve diventare un'ossessione.
Le aspirazioni, insomma, devono spesso fare i conti con le possibili delusioni.
Genio speciale, ma pericoloso, è anche il protagonista
di Wargames
- Giochi di guerra (WarGames), un film di John Badham del 1983. Qui,
un ragazzino con il pallino dell'elettronica rischia di scatenare l'apocalisse.
Dal suo computer, infatti, riesce ad entrare in quello della difesa nazionale,
dando inizio alla guerra termonucleare globale. Fortunatamente per lui e per
l'intera umanità, la sua genialità ha il sopravvento sulla perfezione della
macchina e, proprio quando ormai tutto fa prevedere il peggio, dai moderni
giochi di guerra si passa al più tradizionale e innocuo tris.
Alla guerra - una guerra fatta di lancio di palle di
neve - giocano anche i ragazzini della scuola militare di Brienne in un film
girato nel 1927 da Abel Gance che per diversi motivi è considerato un punto di
riferimento nella storia del cinema. Tra loro c'è un piccolo genio che si fa
notare dai superiori per la sua originale tattica di guerra, per la sua
intelligenza, per l'applicazione nello studio e per il suo coraggio. L'alunno e
il film hanno lo stesso nome: Napoleone
(Napoleon vu par Abel Gance). Sarà la storia a dirci quello che il
ragazzo diventerà.
