
Il funambolismo di Matteo
Garrone ne
Il racconto
dei racconti
Probabilmente per gustare in pieno contenuto e
forma de Il racconto dei racconti di
Matteo Garrone bisognerebbe avere letto almeno uno di questi saggi: “Le sette trame fondamentali: perché
raccontiamo storie” dell’accademico inglese Christopher Booker, “Morfologia della fiaba” e “Radici storiche dei racconti di fate”
dell’antropologo russo Wladimir Propp. Ma, forse, si pretende troppo. Non si entra
in una sala cinematografica con l’animo di chi va a sostenere un esame ed è per
questo che comprendo la delusione della coppietta al mio fianco che, dopo due
ore di pop corn e baci, ha esclamato:
“E come finisce?” Come se la fine dovesse essere sempre quel “e vissero felici
e contenti” difficilmente adattabile all’intreccio di racconti ideato da
Garrone dove, tanto per ritornare alle sette trame di Booker, si mescolano l’ascesa
(dalla stalla alle stelle), la ricerca (dell’amico scomparso), l’avventura (nel
mondo dei mostri marini), la rinascita (dalla vecchiaia alla gioventù), la
presenza del mostro (l’orco che annusa), la tragedia (e il desiderio di
distruggere se stessi e gli altri), la commedia (dell’equivoco).
Per i suoi racconti Garrone attinge alla raccolta
di fiabe più antica d’Europa, quel “Lo
cunto de li cunti” di Giambattista Basile che, pur non essendo accostabile
a Le mille e una notte, Decameron, I racconti di Canterbury e I
canti di Ossian, ha pur sempre fornito materiale prezioso ad Andersen, ai
Grimm, a Perrault. La scelta del regista cade su La cerva fatata, La pulce, La vecchia scorticata: tre storie che egli
lega, modella a suo piacimento e fa confluire in un unico finale. Come uomo di
cinema, invece, si ispira al Casanova
di Fellini, a La maschera del demonio
di Bava, all’Armata Brancaleone di
Monicelli. Operazione delicata e rischiosa che potrebbe giocargli brutti
scherzi. Ma il regista romano ama il rischio. Lo ha fatto nel 2012 passando dalla
sanguinosa cronaca di Gomorra all’amara riflessione di Reality; lo fa adesso con un fantasy
horror che, come confessa, “gli ha fatto ritrovare tante sue ossessioni, come
l’aspetto legato alle metamorfosi.” Già: le metamorfosi. Quali? Quelle di
Apuleio, o quelle di Kafka? O tutte e due? Ad Apuleio, di certo, rimanda la
Dora de “Le due vecchie” che, a parti invertite rispetto ad Eros e Psiche,
costringe il re di Strongcliff-Roccaforte (Vincent Cassel) a fare l’amore al
buio; all’orrido e gigantesco insetto di Gregor Samsa di Kafka, invece, si
collega la pulce allevata dal buffo re di Highhills-Altomonte (Toby Jones).
Equilibrismo letterario, oltre che filmico, espressamente dichiarato da Garrone
quando dice che “l’elemento centrale del film è il desiderio che viene spinto
oltre il limite” e simboleggiato dal funambolo alter ego del regista sospeso sull’abisso che appare nell’ultima
inquadratura. Equilibrismo affidato alle parole di un oscuro negromante che
consiglia i rimedi magici alla regina di Longtrellis-Selvascura (Salma Hayek)
desiderosa di un erede. Nel cunto di Basile
era “un gran santone con la barba bianca” e questa trasposizione, volontaria o
meno che sia, la dice lunga sulla differenza tra la luce della fiaba e le
tenebre del film. Ma, forse, si sta andando oltre le intenzioni di Garrone.
Si è detto poco della trama e di come si
concludono le tre storie. Volutamente. Le fiabe, i racconti zen, le parabole, i
romanzi e quant’altro hanno percorsi individuali e non hanno una vera fine o,
se si vuole, hanno una fine apparente. I percorsi individuali portano a letture
e insegnamenti diversi a seconda di chi racconta, del dialetto, dell’età in cui
si ascoltano o si rileggono. Anche per questo è meglio lasciare finali aperti. Shahrazad
de “Le mille e una notte” salva la sua vita con lo stratagemma della “non
conclusione”, i nostri nonni ci promettevano un seguito solo se andavamo a
letto, “Beautiful” finirà un giorno dopo l’Apocalisse… Le fiabe non hanno una
fine perché non hanno un preciso inizio e le loro radici sono radicate nella
natura stessa dell’uomo per assolvere (riecco Propp) diverse funzioni:
tranquillizzare, conservare la memoria storica, insegnare, aggregare,
comunicare principi etici, divertire, far sognare, denunciare, suscitare
emozioni. Quella che era prerogativa esclusiva di saggi, filosofi, santi,
anziani e narratori, dal 28 dicembre del 1895 in poi – da quelle prime fiabe che i Fratelli Lumière narrarono
agli ingenui spettatori del Gran Cafè del Boulevard des Capucines di Parigi - è
diventata anche caratteristica dei cineasti. “Il racconto dei racconti”,
accomunando uomini e bestie, nani e giganti, regnanti e buffoni, eros e thanatos è forma non del tutto
priva di sostanza, spettacolo e lezione.
Un insegnamento, se non altro, bisogna riconoscerglielo:
è quella raccomandazione di non separare
l’inseparabile che lega i tre racconti e che, ammalati di cupidigia,
egoismo e sensualità, nessuno dei tre regnanti ha capito e messo in pratica. Il
non scorticare non riguarda solo chi
vuole allontanare l’erede al trono dal figlio della serva, strapparsi la pelle,
giocare sulla vita degli altri; riguarda anche chi vuole mantenere ben distanti
il puro divertimento del cinema dal suo valore culturale. Operazione troppo
complicata per questo racconto di racconti? Ci si consoli, allora, con il caleidoscopio
di immagini barocche e gotiche che si stagliano sullo sfondo di castelli
(Andria, Donnafugata), boschi (Sasseto) e gole (Alcantara) che rivaluta le
bellezze di casa nostra e disseta gli occhi.
IL RACCONTO
DEI RACCONTI
Regia: Matteo Garrone
Con:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Vincent Cassel, Toby Jones, Alba
Rohrwacher, Renato Scarpa
Italia, Francia, Gran Bretagna 2015
Durata: 125’, col.