2009 

L’uomo nero  

Sergio Rubini

Italia  

 

Sinossi:

Enrico Rossetti, capostazione frustrato, nutre la passione per la pittura e per i quadri di Cézanne, ma nel paesino in cui vive non c’è spazio per i sognatori come lui. L’occasione per farsi notare gli viene offerta da donna Valeria, mecenate attratta più dalle attenzioni che Enrico le dimostra che da vero amore per l’arte. Cattiverie e malignità di arroganti intellettuali locali affossano l’ambizione artistica del ferroviere. Dopo la cocente delusione, Rossetti medita e consuma la sua vendetta di artista con uno stratagemma che non rivelerà a nessuno e che sarà scoperto molti anni dopo da suo figlio Gabriele. Accorso al capezzale del padre morente,  Gabriele rivivrà l’ infanzia passata nella Puglia provinciale degli anni Sessanta: la noia dei compiti svolti a casa sotto l’occhio della madre professoressa, il fascino dello zio scapolone, i giochi e le marachelle con gli amici, l’incontro con l’altro sesso, le feste paesane, i viaggi in città e le visioni della sua fantasia, tra le quali quella di un uomo nero dal cuore d’oro che gli strizzava l’occhio, lo invitava a seguirlo e lanciava dal treno in corsa caramelle agli orfanelli.

Il regista : Sergio Rubini  (Grumo Appula, 1959)

Figlio di un capostazione, frequenta le scuole superiori di Altamura e nel 1978 si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico. Appassionato di teatro, ricopre ruoli di secondari importanza e, dopo qualche esperienza radiofonica, esordisce nel cinema nel 1985. Solo sue anni dopo, però, gli si offre la grande occasione, grazie a Federico Fellini che lo sceglie come suo alter ego giovanile in Intervista. Nel 1989 inizia il suo sodalizio artistico di autore e sceneggiatore e, in collaborazione con Umberto Marino, esordisce nella regia di La stazione (1990) vincendo il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior regista esordiente.  Il suo cinema – secondo la critica – risente dell’influenza di due figure fondamentali: l’attrice Margherita Buy, compagna di lavoro e poi di vita, e il regista Gabriele Salvatores.  

Altri suoi film: La bionda (1993), Prestazione straordinaria (1994), Il viaggio della sposa (1997), Tutto l’amore che c’è (2000), L’anima gemella (2002), L’amore ritorna (2004), La terra (2006), Colpo d’occhio (2008)

Note:

Uno sguardo all’infanzia che, rivisitata da adulti, diventa ancora più magica di quanto non lo sia stata realmente. Un film che non è solo l’omaggio di Rubini alla sua Puglia, ma anche uno squarcio di storia tra l’ Amarcord  di Fellini e la Baarìa di Tornatore. Viene da pensare a Sciascia quando, esaminando il rapporto che nel meridione unisce i figli maschi ai padri, scrisse di un contrasto in vita che si muta in amore sviscerato dopo la scomparsa dei secondi. Il percorso a ritroso di Gabriele porta lo spettatore non solo all’interno di una famiglia, ma anche nel cuore della fantasia infantile. L’uomo nero  non è quello con il sacco che si porta via i ragazzi cattivi, ma un amico e complice. E’ la creatura fantastica che altri non possono vedere, perché non hanno gli stessi occhi di un bambino.

 Critica:

“Realizzato con un’attenzione ai dettagli non indifferente, certamente frutto anche dell’esperienza ormai più che consolidata del regista pugliese, L’uomo nero non è solo la classica storia di provincia che punta esclusivamente su caratterizzazioni più o meno riuscite, ma cerca di andare oltre, entrando in altre parole nelle anime dei personaggi portando a galla le passioni, i risentimenti, le ambizioni e le mille sfaccettature che contraddistinguono ogni essere umano. Se Ernesto è diviso tra l’amore verso la famiglia e le proprie mire artistiche, all’apparenza agli antipodi rispetto ai doveri di padre e marito, lo zio Pinuccio è una sorta di vitellone senza legami affettivi che però trova nella famiglia un punto d’appoggio e di sostegno irrinunciabili. Commedia atipica che punta a far riflettere piuttosto che a generare risate estemporanee, L’uomo nero è un film che guarda al passato per dare risposte sul presente. Così come Gabriele, il figlio di Ernesto, riuscirà a comprendere la genialità del padre solo quando sarà troppo tardi, anche lo spettatore potrebbe capire come dietro facciate di perbenismo che circondano la propria esistenza si nascondano in realtà zona d’ombra d’ipocrisia e invidia”. (G. Lazzari, in NSC, anno VI, n.5)

 “Lo spunto per girare L'uomo nero nasce da un ricordo dell'infanzia: la memoria di un macchinista che lanciava caramelle ai bambini lungo i binari. Sono perciò partito da quell'immagine e dalla voglia di tornare a lavorare con Domenico Starnone con cui condivido un padre ferroviere e pittore. Ci siamo seduti a tavolino e abbiamo messo insieme pezzi della nostra storia personale. All'inizio temevamo che potesse venirne fuori un racconto sfilacciato e confuso, più tardi, al contrario, che ci fosse invece troppa trama e che quest'ultima avrebbe finito per soffocare il clima e il sapore del film, che era la cosa che ci stava più a cuore. A volte penso di non poter fare a meno di tornare a me stesso e se uno non torna a se stesso che cosa racconta?” (S. Rubini in Corriere della Sera, 30 novembre 2009)


“Ottima prova del regista pugliese, che si conferma sempre più autore di storie popolari e capace di raccontare il nostro Pese con il giusto miscuglio di serietà ed ironia, senza mai perdere il contatto con la realtà”. (in I cinemamiaci,  blog del 22 febbraio 2010)

 “La Puglia dell'Uomo nero parla ancora di uno strappo, di una ferita, delle ragioni, giuste o sbagliate che siano, di un distacco. Il flashback, attivato dai ricordi di Gabriele, doppio del Bentivoglio emigrante della Terra, introduce la sua infanzia tribolata dentro uno spazio geografico impressionato da magia e fatalismo e all'ombra di un uomo nero dispensatore di caramelle e di un padre in credito con la vita. Il viaggio a ritroso di Gabriele chiarisce al figlio la verità sul padre e su un segreto mai rivelato. Al figlio, rivendicato dalla malattia del genitore, non rimane che tornare indietro e rimuovere abbagli e fraintendimenti, rendendo di nuovo possibile e corrente l'amore. Archiviato l'art thriller sui mercanti del bello e la corruttibilità dell'anima umana (Colpo d’occhio), il cinema di Rubini ritrova la vocazione antropologica e il cuore della Terra, replicando una volta di troppo la retorica delle radici e il ritorno al privato. (M. Gandolfi in Mymovies 2009)

 “I treni, la pittura, la famiglia, la Puglia. Sergio Rubini ha messo in L'uomo nero, suo decimo film da regista, tutte le proprie ossessioni. Le ha frullate in un mix falsamente autobiografico (“questa non è la vita che ho avuto, ma forse quella che avrei voluto”, ha spiegato) e ha tirato fuori dal cilindro un film personale, sentito, bellissimo. Uno struggente omaggio al padre, capostazione e pittore dilettante, che quando si è rivisto sullo schermo – interpretato dal figlio, da Sergio medesimo – ha chiesto “e quello sarei io?”. (Alberto Crespi in L'Unità ) 

“Recuperando il realismo sentimentale made in Italy '60 (echi del Ferroviere di Germi, ancora stazioni) Rubini firma il suo miglior film di memorie in una Puglia da West barocco. Sono le illusioni perdute di un pittore col quiz Cezanne. Il meglio dell' Italia che fu in una storia che ha i tempi della commedia avatiana, recitata al meglio: intonatissima la coppia Golino-Rubini, magistrale Gifuni e bravissimo Scamarcio, il fratello ospite, ruolo da Eduardo ma pure di Amarcord. Ci si diverte con intelligenza: cosa rarissima. (Maurizio Porro in Il Corriere della Sera )

  

L’uomo nero

Regia: Sergio Rubini

Con: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido Giaquinto

Italia, 2009

Durata: 116 minuti