
L’uomo in catene
L’amore
buio di Antonio Capuano
“L'uomo
è nato libero, e dappertutto è in catene”. La frase è di Jean Jacques Rousseau
(Il contratto sociale) e, con molta
probabilità, Antonio Capuano la ignorava
quando ha deciso di girare L’amore buio. La
ignorava come frase d’autore, non come verità da condividere. Dopo Vito e gli altri (1991), Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996), Luna rossa (2001) e La guerra di Mario (2005), il regista napoletano prosegue, infatti,
la sua indagine sul malessere dell’uomo e sulle catene dell’esistenza.
E, ancora una volta, sceglie come sfondo una città dai mille volti che non conosce compromessi: allegria, o tristezza; troppa luce, o
troppo buio.
Napoli,
oggi. Quattro minorenni euforici, dopo i tuffi nel mare e la pizza in
trattoria, completano la loro giornata balorda violentando la coetanea Irene. Ciro
è uno di loro, ma ha una diversa reazione. Il giorno dopo decide di autodenunciarsi e di fare i nomi dei suoi amici. Per i
violentatori si spalancano le porte del carcere minorile di Nisida;
per Irene quelle della depressione. La svolta arriva quando Ciro, in preda ai
rimorsi che gli tolgono il sonno, decide di seguire i consigli dello
psicoterapeuta e della psicologa che operano nel carcere. Gli è di aiuto l’arte come medicina: disegni, poesie, musica,
ceramica e, soprattutto, lettere a Irene. Lettere che, in un
primo momento, la destinataria si rifiuta di leggere e fa a pezzi e che, in un
secondo momento, ricompone pazientemente. Per ricostruire il puzzle
della sua vita, Irene esce dal guscio protettivo della sua casa borghese, si
avventura in una zona degradata della città, allarga i suoi orizzonti su una
famiglia di immigrati e scopre che la ricchezza non è
sinonimo di felicità. E’ l’inizio della sua guarigione. Due mondi
diametralmente opposti si avvicineranno, tenteranno un approccio di dialogo, si incammineranno sulle rispettive strade del recupero.
Non un
capolavoro – diciamolo subito – ma un film dignitoso e ben realizzato
che mette ancora una volta l’accento sul mondo dei giovani. Napoli è solo una collocazione geografica; Ciro e Irene due nomi tra tanti. E’
il carcere il vero protagonista. Quello fisico - isolato dal
mondo e costruito con cortili recintati, celle, refettori, laboratori - e quello
psicologico della depressione. Carceri che rattristano perché, pur
lasciando intravedere un mare da favola e una gioventù da vivere in allegria, tolgono
libertà e sorrisi. Il merito di Antonio Capuano è quello di non fermarsi alla semplice denuncia, ma
di suggerire anche le vie d’uscita. In altri film (Papillon, Fuga per la vittoria, Un condannato a morte è fuggito, Fuga
da Alcatraz) si evadeva attraverso espedienti
avventurosi; qui si scava dentro se stessi. Con l’aiuto di
altri (genitori, amici, psicologi, animatori, sacerdoti), ma soprattutto con un
percorso individuale. “Non morire per cambiare, ma cambiare per non
morire”, suggerisce don Luigi Merola citando un’espressione di don Diana. E’
quanto fanno, ciascuno a modo proprio, Ciro e Irene. Dopo la notte dello stupro i due ragazzi non si incontreranno più, ma stabiliranno comunque un contatto
che va al di là dello spazio. Come un tuffo nel mare dopo avere provato la
vertigine del vuoto, Ciro e Irene sprofondano ed emergono, soffocano e
respirano, sperimentano buio e luce, amore e odio. Lo
fanno insieme, anche se a trascinare la seconda nella dolorosa vicenda è il
primo, ragazzino superficiale e bacato, tipico esempio di una gioventù in balia
di se stessa e con le idee confuse. L’ultima scena – Ciro che all’uscita dal
carcere incrocia lo sguardo di Irene, non va letta se
non come allegoria. “In realtà – dice Capuano - Irene si trova ancora in America; infatti sullo sfondo vediamo i palazzi, gente di diverse
etnie e la bandiera USA. Quindi il loro incontro è
solo allegorico. Avevo pensato ad aggiungere nella sceneggiatura una linea al
padre che avrebbe potuto richiamare il distratto Ciro esclamando: “ma che guardi? L’America!”, ma poi abbiamo deciso il
contrario. Vedo comunque la scena come una forma di apertura
tra le due parti, in particolare di lei verso lui, che in qualche modo è in
grado di avvicinarsi e percepirlo da un punto di vista umano.” La vera denuncia
arriva a suon di musica, quando Ciro
esplode in un rap napoletano contro la società che dà vitto, alloggio,
lavoro, tv, laboratori, scuola, sport solo in carcere. Chiede con rabbia: “Non
ci si poteva pensare prima?”. Già: non sarebbe stato meglio?
L’amore
buio
Regia: Antonio Capuano
Con: Irene De Angelis, Valeria Golino, Gabriele Agrio, Luisa
Ranieri, Corso Salani, Fabrizio Gifuni
Italia, 2010
Durata:
110’