Locandina Il primo uomo

 Il primo uomo
“Ogni bambino contiene già i germi dell'uomo che diventerà”.

Il 4 gennaio del 1960, in un incidente stradale, Albert Camus perde la vita a soli 47 anni di età. Tra i rottami dell’auto c’è un manoscritto. E’ l’ultimo lavoro incompiuto dello scrittore franco algerino ricostruito, dopo 34 anni, dalla figlia Catherine. E’ un romanzo autobiografico. Narra del viaggio compiuto dallo scrittore Jean Cormery (alter ego di Camus) nella sua patria di origine quando, ormai personaggio famoso, è invitato a tenere una lezione all’Università di Algeri. Sono gli Anni ’50 e l’Algeria è sconvolta dalla guerra tra il Fronte di Liberazione e le autorità coloniali francesi. La contestazione e gli scontri amareggiano lo scrittore che si sente profondamente francese e algerino. Le visite all’anziana madre, all’insegnante che da piccolo l’ha aiutato e protetto, allo zio inetto finito in una casa di riposo, ad un compagno di classe litigioso e ai luoghi della sua infanzia, gli risvegliano episodi, persone, sensazioni, paure, affetti.

Le emozioni suscitate dalla lettura di un romanzo sono sempre proporzionali alle capacità di immedesimazione del lettore. Si leggono storie d’altri e si scopre che hanno punti in comune con le nostre. E’ quello che è capitato a Gianni Amelio leggendo “L’ultimo uomo” di Camus. Nell’Algeria di Cormery-Camus ha rivisto la Calabria della sua infanzia, ha rivestito le parole del libro di splendide immagini filmiche, ha radunato un cast eccezionale (il piccolo Nino Jouglet e il maturo Jean Gamblin che si dividono il ruolo di protagonista; Maya Sansa e Catherine Sola impegnate in una gara di bravura e di dolcezza materna; Ulla Baugué, nonna arcigna, e tutta la serie di attori secondari) e ci ha regalato 98 minuti di poesia e di cruda realtà storica, di grande fascino e di seria meditazione. “Sono stato allevato – dice - da mia madre e da mia nonna in Calabria negli anni 50 in condizioni non troppo differenti da quelle del protagonista, ho dovuto cominciare a lavorare molto presto e ho ricevuto aiuto e incoraggiamento da un insegnante. Ho cercato di dare qualcosa di mio soprattutto tramite i dialoghi, che non sono tratti dal libro di Camus, ma sono mie memorie di vicende vissute in famiglia.”

Con Il primo uomo, il “cinema da viaggio” di Amelio (Il ladro di bambini, Lamerica, Così ridevano, Le chiavi di casa) si ramifica in varie direzioni. Nel passato, prima di tutto, alla ricerca del tempo perduto, dove le tappe non sono solo episodi d’infanzia, ma legami che la distanza rende ancora più saldi. Da qui, un secondo viaggio. Questa volta non all’esterno, ma all’interno del protagonista; addirittura nelle sue stesse vene, dove scorre sangue africano ed europeo. Un sangue che, se fa dire a sua madre “è bella la Francia, ma non ci sono gli arabi”, provoca in lui una decisa presa di posizione nella dichiarazione radiofonica finale, quando dice agli insorti: “Sono con voi, ma se fate qualcosa a mia madre io sono vostro nemico. Tra la giustizia e mia madre, io scelgo mia madre”. Siamo già al terzo viaggio, quello che si addentra nelle pagine della Storia. Compito difficile che, partendo da avvenimenti contestualizzati nella “questione algerina”, sposta le riflessioni sulle guerre tra etnie di tutti i tempi. Nel 1966, Gillo Pontecorvo aveva evocato “la battaglia di Algeri”, ma prediligendo il taglio del documentarista che si limita a raccontare i fatti. Amelio va oltre e storicizza i due mondi diversi che allora cercarono di trovare la difficile soluzione: da una parte, Cormery con il suo “sì alla rivoluzione, no al terrorismo”, dall’altra il maestro arabo che sostiene “qualche volta bisogna anche stare dalla parte dei barbari”. Impresa ardua – da Sisifo, direbbe Camus – che spinge il regista ad esplorare il pensiero del filosofo. E’ il quarto viaggio, quello della piccola storia di un uomo che si inserisce nella Grande Storia, e viceversa. Amelio lo fa a ragion veduta, intrecciando il passato al presente e dichiarando apertamente, in quell’Amelio/Camus che appare nella locandina, la sua intenzione di fondere due biografie. “Ogni bambino contiene già i germi dell'uomo che diventerà”, dice il Professor Bernard, e nel piccolo uomo Jean ci sono già germi di dolcezza, di giustizia e di fratellanza che lo portano a subire i castighi in silenzio, a non dare la colpa ad altri, a tendere la mano all’amico che l’ha picchiato. E’ su questo “primo uomo” che Amelio si sofferma maggiormente per rendere chiara l’idea del seme che diventa frutto. All’età di 5 mesi, la guerra gli aveva portato via il padre; una tenera madre gli aveva spiegato, tra un cucchiaio di minestra e l’altro, chi erano i poveri; una severa vecchia nonna s’era dovuta caricare sulle spalle il peso dell’intera famiglia: quale altra lezione meglio della tolleranza avrebbe mai potuto impartire a fanatici compatrioti e studenti un bambino così dolce, una volta diventato filosofo?  


Il primo uomo (Titolo originale: Le premier homme)

Regia: Gianni Amelio

Con: Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Ulla Baugué, Nicolas Giraud, Nino Jouglet

Italia, Francia, Algeria, 2011

Durata: 98'