Chuya: vedova bambina

in Water di Deepa Mehta

 

 

Deepa Mehta è una regista di origine indiana che vive e lavora in Canada. Nel 1996, avendo deciso di dare inizio a una trilogia sugli elementi della natura, realizza Fire, una delicata e casta storia d’amore tra due donne. L’idea non piace ai fondamentalisti indù e, quando il film arriva in India, alcuni di loro distruggono le sale dove viene proiettato. Nel 1998, è la volta di Earth che affronta il rapporto tra induisti e musulmani al tempo dell’indipendenza. Nel 2000, la regista decide di realizzare Water e appronta il set nella città santa di Varanasi. I soliti fanatici giudicano la decisione della produzione come una provocazione, danno alle fiamme la scenografia e minacciano  di morte la regista e le attrici. La lavorazione viene sospesa per motivi di sicurezza. Cinque anni dopo, ambientando il set nello Sri Lanka, girando le scene con la massima riservatezza e dandogli un titolo diverso, il film viene finalmente completato. Proiettato in anteprima europea al festival di Taormina, Water ottiene un giudizio positivo dai critici, l’apprezzamento personale del regista indiano Ravi Chopra e la nomination per partecipare agli Oscar nella sezione dei migliori film stranieri.

 

Una cronaca del genere non può che alimentare domande. Perché tanto scalpore? Che cosa sconvolge gli spettatori di religione indù? La regista ha una spiegazione: “Cosa ci si può aspettare da persone che considerano l'identità delle donne solo in relazione al ruolo che hanno nei confronti degli uomini? Se non sono figlie, madri, mogli, sorelle queste femmine non valgono nulla: una donna senza un uomo che la protegga non può essere che sfruttata e vivere in una condizione di sopraffazione.

 

La vicenda è ambientata a Benares nel 1938, quando l’India era ancora una colonia inglese e Gandhi predicava la non violenza e il rifiuto di costumi, tradizioni e leggi antiche, come le tre scelte che il Codice di Manu imponeva alle vedove hindi di qualsiasi età: farsi bruciare sulla stessa pira del marito, sposare il cognato più giovane, rimanere rinchiuse per sempre negli ashram, le case delle vedove. Anche Chuya, vedova bambina di appena otto anni, è costretta a subire questa penitenza e, da un giorno all’altro, si ritrova a consumare pasti frugali, dormire per terra, chiedere l’elemosina. Il contatto con vecchie burbere, spente, sdentate, cattive e ruffiane provoca in lei una  naturale quanto inutile ribellione. Qualcuno, tuttavia, si prodigherà a renderle meno amaro il soggiorno: una vecchia giunta ormai alla fine delle sue sofferenze, la solitaria e accigliata Shakuntala e, soprattutto, la bellissima Kalyani, anche lei ex vedova bambina e ora costretta alla prostituzione dalla grassa e perfida Madhimati. E’ con Kalyani che Chuya stringe maggiore amicizia, grazie anche all’affetto che entrambe nutrono per il cucciolo Kaalu. Un giorno, mentre le due donne compiono le rituali abluzioni nelle acque del Gange, Kaalu scappa e, infrangendo la regola, Chuya gli corre dietro. Il suo inseguimento ha buon esito grazie all’intervento di Narayan, un giovane avvocato idealista e sostenitore di Gandhi, che, in tal modo, conosce e si innamora di Kalyani. Sfidando ire e perplessità, i due giovani decidono di sposarsi, ma quando Kalyani sta per varcare la soglia della casa del suo futuro suocero, si rende conto che questi non è altri che l’uomo con il quale era costretta a prostituirsi. Gli eventi precipitano: Kalyani si suicida, Madhimati decide di avviare alla prostituzione Chuya, Shakuntala si ribella e salva la piccola affidandola a Narayan, che è già salito sul treno al seguito di Gandhi.

Una lettura attenta di Water ci suggerisce di prendere in considerazione anche due didascalie poste, rispettivamente, in apertura e in chiusura del film. La prima è la citazione testuale del Codice di Manu, cui s’è fatto riferimento in precedenza; la seconda è un dato statistico che riguarda la situazione umiliante nella quale ancora oggi vivono milioni di vedove indiane. E’ come se Deepa Mehta, al di là delle affascinanti e poetiche immagini del suo film, ci volesse dire che, dal 1938 ad oggi, nulla è cambiato. Chuya e Kalyani non sono una bambina e una giovane donna, ma tutte le vittime di interpretazione miope della religione. Il destino della prima è segnato come quello della seconda; anche lei diventerà prostituta, a meno che qualcuno non la tiri fuori dall’ ashram prima che sia troppo tardi. E poco importa che questo qualcuno sia un uomo innamorato e coraggioso, o una donna vittima e ribelle. Il personaggio di Shakuntala diventa, allora, emblematico e la sua corsa con la bambina in braccio verso il treno già in movimento è da leggersi come un ulteriore disperato tentativo per fare uscire le nuove generazioni di vedove hindu fuori dalla maledizione che grava su di loro. L’allontanamento dal paese, oltre ad essere una citazione autobiografica della regista, è un’accusa rivolta al fanatismo religioso che si trincera dietro il rispetto dei testi sacri per nascondere obiettivi meno nobili, come quello di una bocca in meno da sfamare. "Fire dice Deepa Mehta - parlava della sessualità, Earth del settarismo, Water di religione. Ma tutti e tre riflettono in qualche maniera sulla condizione delle donne. Io non volevo lanciare un messaggio, ma fare in modo che il numero più alto possibile  di persone venisse a conoscenza della condizione in cui vivono ancora oggi queste vedove indù. Io non volevo dare vita ad un prodotto di propaganda, ma ad una pellicola intrisa di umanità, umorismo, amore ed emozione." E, a chi le chiede se il suo prossimo film prenderà in esame il quarto elemento mancante, risponde triste: “Non ci sarà mai un Air. E' un titolo che non potrei mai utilizzare per un mio lavoro."

 

Water

 

Regia: Deepa Mehta

Con: Lisa Ray, Seema Biswas, John Abraham, Kulbhushan Kharbanda, Waheeda Rehman, Raghubir Yadav, Vinay Pathak.

Canada, India, 2005

Durata: 114’