
(e tre bambini dietro le
quinte)
Tulpan, per esempio, il film kazakho che ha vinto la sezione “Un certain regard” a Cannes 2008. Ci sono amici che non porterei mai con me a vedere questo film, perché so che sarebbero di parere opposto al mio. Per questo rispetto le loro preferenze e vado a vederlo da solo. Nemmeno quelli che stanno in sala con me sembrano gradirlo: qualche sorrisetto, segni di impazienza, borbottii. “Che avrà di bello questo film?”, dice qualcuno alle mie spalle. Come faccio a rispondergli? Come faccio a dirgli che a me piace tutto quello che a lui non piace? Come faccio a scrivere le sensazioni che questo film provoca? Le sensazioni non si riescono a raccontare nemmeno a se stessi; si sentono e basta.
Tulpan, dicevo. Un film, a metà
tra il documentario e la narrazione, che racconta una storia tenue all’interno
di una cornice maestosa. Il giovane Asa, che
ha svolto il servizio militare in marina, sogna di mettere su un’azienda tutta
sua. Il cognato, capo comandante e pastore nomade, è disposto a dargli la cura
di un gregge, ma la conditio sine qua non è che egli si sposi. L’unica
ragazza disponibile nella steppa è Tulpan, tulipano
capriccioso che vuole andare a vivere in città e che si rifiuta di sposare Asa perché ha le orecchie a sventola. A nulla valgono i
doni, le suppliche, la foto di Carlo d’Inghilterra: l’imprendibile Tulpan e i contrasti con il cognato, sempre più irrequieto
per la denutrizione delle pecore e la moria degli agnellini, avviliscono Asa ogni giorno di più, fino a fargli prendere la decisione
di abbandonare il suo progetto. E’ solo un cedimento provvisorio, quasi un rito
di iniziazione alla dura vita del nomadismo. Il
richiamo ancestrale della steppa e dei suoi riti sarà
per Asa più forte della delusione amorosa e del
desiderio di fuga.
Il
fascino di questa opera prima del kazakho
Sergei Dvortesevoy è, per
usare un termine teatrale, “dietro le quinte”. Gli spettatori, messi
sull’avviso anche dal sottotitolo italiano (La
ragazza che non c’era), non sapranno mai se Tulpan
è una bella ragazza con i capelli di seta, gli occhi profondi e le labbra
disegnate; per vederla tale hanno bisogno di
immaginarla. Come Asa,
è necessario affidarsi alle sensazioni, ai particolari solo intravisti. Tulpan,
il film, affascina soprattutto per ciò che si intravede
all’interno della iurta,
la tenda mobile dove si ripetono riti arcaici e si vive ammassati come il
gregge, e all’esterno, nella sconfinata steppa tempestata dal vento, dalle
trombe d’aria, dai temporali, dalla polvere. Un mondo in via
d’estinzione non perché afflitto da malattia, ma per mancanza di sostentamento,
esattamente come le pecore che non hanno più pascolo.
Nella storia di Asa, a tratti, fanno capolino anche
tre bambini, figli della sorella, con ruoli per nulla marginali. Il più
grandicello ha il compito di ascoltare la radio a transistor, imparare le
notizie a memoria e ripetere ciò che accade all’estero e nel paese. Anche il
mondo - quello della politica, dell’economia e della cultura - è dietro le quinte: si sente, ma non si vede. Quasi sempre fuori campo, in alternanza con i versi degli
animali e i rumori della natura, arrivano i canti della secondogenita, una
bambina bellissima e triste, che si prepara a diventare come Tulpan e che, come Tulpan, trova
complicità nella madre. E, infine, il bambino più
piccolo che immagina di cavalcare chissà quale stallone, spezza la monotonia,
disturba, vivacizza la scena, sogna di velocizzare una tartaruga. Tre bambini che
un giorno dovranno uscire allo scoperto per prendere anch’essi una decisione:
rimanere legati all’alterità del modello agricolo
come lo zio Asa, oppure spezzare il cordone
ombelicale che li tiene legati alla steppa e cedere all’attrattiva della
modernità come Tulpan.
Prendere una
decisone, d’altronde, capita a tutti. Anche a chi – mi si permetta
il volo pindarico – dopo avermi chiesto un parere su questo film, mi sentirà
rispondere: “A me è piaciuto, ma non me
la sento di consigliartelo”.
Tulpan
Regia:
Sergey Dvortzevoy
Con: Askhat Kuchencherekov,
Ondas Besikbasov, Samal Esljamova, Tulepbergen Baisakalov, Bereke Turganbayev, Nurzhigit Zhapabayev.
Svizzera,
Germania, Polonia, Russia, Kazakhistan, 2008
Durata: