Tulpan

(e tre bambini dietro le quinte)

 Il mio cinema è evasione, ricordo, nostalgia, sogno, poesia. So che non è così per tutti e non me la prendo più di tanto. Anzi, faccio di più. Quando mi chiedono un parere, rispondo sempre nello stesso modo: a me è piaciuto. E se conosco bene il mio interlocutore, aggiungo: ma non me la sento di consigliartelo. Questo perché, se un film è bello o brutto, se vale la pena andarlo a vedere o no, dipende solo dalle aspettative personali. Ci sono film che tengo solo per me, non per gelosia, ma solo perché credo che ad altri non possano piacere. Non pretendo di imporli a nessuno, ma se mi imbatto in qualcuno che li denigra, li difendo con le unghie e con i denti. Insomma: il mio cinema è solo mio.

Tulpan, per esempio, il film kazakho che ha vinto la sezione “Un certain regard” a Cannes 2008. Ci sono amici che non porterei mai con me a  vedere questo film, perché so che sarebbero di parere opposto al mio. Per questo rispetto le loro preferenze e vado a vederlo da solo. Nemmeno quelli che stanno in sala con me sembrano gradirlo: qualche sorrisetto, segni di impazienza, borbottii.  Che avrà di bello questo film?”, dice qualcuno alle mie spalle. Come faccio a rispondergli? Come faccio a dirgli che a me piace tutto quello  che a lui non piace? Come faccio a scrivere le sensazioni che questo film provoca? Le sensazioni non si riescono a raccontare nemmeno a se stessi; si sentono e basta.

Tulpan, dicevo. Un film, a metà tra il documentario e la narrazione, che racconta una storia tenue all’interno di una cornice maestosa. Il giovane Asa, che ha svolto il servizio militare in marina, sogna di mettere su un’azienda tutta sua. Il cognato, capo comandante e pastore nomade, è disposto a dargli la cura di un gregge, ma la conditio sine qua non  è che egli si sposi. L’unica ragazza disponibile nella steppa è Tulpan, tulipano capriccioso che vuole andare a vivere in città e che si rifiuta di sposare Asa perché ha le orecchie a sventola. A nulla valgono i doni, le suppliche, la foto di Carlo d’Inghilterra: l’imprendibile Tulpan e i contrasti con il cognato, sempre più irrequieto per la denutrizione delle pecore e la moria degli agnellini, avviliscono Asa ogni giorno di più, fino a fargli prendere la decisione di abbandonare il suo progetto. E’ solo un cedimento provvisorio, quasi un rito di iniziazione alla dura vita del nomadismo. Il richiamo ancestrale della steppa e dei suoi riti sarà per Asa più forte della delusione amorosa e del desiderio di fuga.

Il fascino di questa opera prima del kazakho Sergei Dvortesevoy è, per usare un termine teatrale, “dietro le quinte”. Gli spettatori, messi sull’avviso anche dal sottotitolo italiano (La ragazza che non c’era), non sapranno mai se Tulpan è una bella ragazza con i capelli di seta, gli occhi profondi e le labbra disegnate; per vederla tale hanno bisogno di immaginarla.  Come Asa, è necessario affidarsi alle sensazioni, ai particolari solo intravisti. Tulpan, il film, affascina soprattutto per ciò che si intravede all’interno della iurta, la tenda mobile dove si ripetono riti arcaici e si vive ammassati come il gregge, e all’esterno, nella sconfinata steppa tempestata dal vento, dalle trombe d’aria, dai temporali, dalla polvere. Un mondo in via d’estinzione non perché afflitto da malattia, ma per mancanza di sostentamento, esattamente come le pecore che non hanno più pascolo.

Nella storia di Asa, a tratti, fanno capolino anche tre bambini, figli della sorella, con ruoli per nulla marginali. Il più grandicello ha il compito di ascoltare la radio a transistor, imparare le notizie a memoria e ripetere ciò che accade all’estero e nel paese. Anche il mondo - quello della politica, dell’economia e della cultura - è dietro le quinte: si sente, ma non si vede. Quasi sempre fuori campo, in alternanza con i versi degli animali e i rumori della natura, arrivano i canti della secondogenita, una bambina bellissima e triste, che si prepara a diventare come Tulpan e che, come Tulpan, trova complicità nella madre. E, infine, il bambino più piccolo che immagina di cavalcare chissà quale stallone, spezza la monotonia, disturba, vivacizza la scena, sogna di velocizzare una tartaruga. Tre bambini che un giorno dovranno uscire allo scoperto per prendere anch’essi una decisione: rimanere legati all’alterità del modello agricolo come lo zio Asa, oppure spezzare il cordone ombelicale che li tiene legati alla steppa e cedere all’attrattiva della modernità come Tulpan.

Prendere una decisone, d’altronde, capita a tutti. Anche a chi – mi si permetta il volo pindarico – dopo avermi chiesto un parere su questo film, mi sentirà rispondere: “A me è piaciuto, ma non me la sento di consigliartelo”.

Tulpan

Regia: Sergey Dvortzevoy

Con: Askhat Kuchencherekov, Ondas Besikbasov, Samal Esljamova, Tulepbergen Baisakalov, Bereke Turganbayev, Nurzhigit Zhapabayev.

Svizzera, Germania, Polonia, Russia, Kazakhistan, 2008

Durata: 100’, col.