Il suo nome è Tsotsi

O come sbarazzarsene

 

 

La didascalia all’inizio del film avverte che Tsotsi, nel linguaggio di strada della periferia di Johannesburg, significa gangster. In realtà, il protagonista della storia premiata con l’Oscar 2005 come migliore film straniero è un teppistello fuggito di casa per evitare le botte del padre ubriaco, che ha seppellito per sempre il suo vero nome (David) e se ne va in giro con una pistola infilata nella cintura dei pantaloni come se fosse un Al Capone in erba. Con lui agiscono altri classici compari: il grassone, lo spietato, il dotto. E’ una gang come tanti, che prende di mira i ricchi e colpisce senza un briciolo di pietà chi capita sotto tiro pur di arraffare un portafoglio. Sullo sfondo, quanto di più triste si conosca: la baraccopoli, le discariche, i cilindri di cemento dove passare la notte, i depositi abusivi di macchine rubate. A 19 anni, Tsotsi ha già toccato il fondo della sua vita tutta in discesa. La redenzione inizia la sera in cui, dopo avere pestato a sangue un amico, egli spara a freddo ad una donna per rubarle l’auto. Il furto riesce, ma  dentro la vettura c’è un bimbo di pochi mesi. Dalla sorpresa, all’imbarazzo. Tsotsi, in difficoltà con il cambio dei pannolini e la somministrazione della pappa, non sa come sbarazzarsi di quel frugoletto e, quando potrebbe, non vuole più. Scatta, infatti, in lui, un sentimento paterno, acerbo quanto si vuole, ma sempre più consistente. Esplodono, allora, le contraddizioni delle sue scelte di vita: terrorizza uno storpio e gli regala dei soldi, picchia a sangue un amico e poi lo cura, incute timore a una giovane vedova e le si affeziona, entra deciso nella casa dove fare razzia e s’incanta davanti ai giocattoli nella stanza del bimbo, uccide il complice e risparmia la vita all’estraneo, riconsegna il bambino e si arrende alla polizia.

 

Tratto da un romanzo del drammaturgo sudafricano Athol Fugare, Tsotsi  è il terzo film di Gavin Hood, regista che si era messo in mostra al Sundance Film Festival del 2000 con Verdetto bianco. Più che a Dostojevsky, questa storia di “delitto e castigo” sembra rimandare spontaneamente a City of God del brasiliano Fernando Meirelles e a Los Olvidados di Luis Bunuel, ma la presenza del bambino rapito che da scomodo fardello diventa oggetto di attenzione da parte del rapitore, la giovane madre che fa prendere coscienza all’immaturo ragazzo, la busta di cartone che fa da carrozzina, il carcere finale dove scontare la pena e redimersi e tanti altri piccoli particolari non possono non richiamare alla mente L’enfant dei fratelli Dardenne. Con le dovute distinzioni, ovviamente, tra la cattiveria e l’incoscienza, tra Soweto e una cittadina del Belgio, tra l’omicidio e il borseggio. Due film analoghi, quindi, da consigliare a chi si occupa di struttura filmica e due storie sulla paternità imprevista da proporre come cineterapia nei consultori familiari. Ed è questo, infatti, il tema che all’interno di una storia di gangster finisce col prendere maggiore consistenza: la presenza di un bambino può cambiare chiunque. Proiettato in un mondo di lupi che gli ha fatto dimenticare persino il nome di battesimo, il giovane Tsotsi sembra non avere più occasioni e tempo per le tenerezze. Non ha fatto i conti con quell’ agnellino che si trascina dietro e che, belato dopo belato, gli crescerà dentro. C’è un testo del teatro dell’assurdo che, per contrasto, viene richiamato da questo film. E’ Amedeo o come sbarazzarsene di Eugène Ionescu. Lì, una coppia borghese nasconde nella camera da letto il cadavere dell’amante della donna, ucciso dal marito. La paura impedisce ai due di sbarazzarsene, ma dopo un po’ avviene qualcosa di strano. Il cadavere continua a vivere, gli crescono le unghie e la barba, tiene gli occhi aperti e, di giorno in giorno, ingigantisce, prendendo sempre maggiore spazio nella casa fino ad estromettere i proprietari.  In Tsotsi, il personaggio ingombrante è il bambino che, tra pianti, smorfie e teneri sguardi, penetra sempre più nella vita del suo rapitore, operando in lui una trasformazione che sembrava impossibile: farlo uscire fuori dal mondo in cui si era rintanato e ridargli la possibilità di un riscatto. Assistiamo, allora, a un continuo gioco delle parti, nel quale, da padre improvvisato, Tsotsi ridiventa figlio. Chiamando con il suo stesso nome (David) quel bambino sconosciuto, è come se ribattezzasse se stesso; portandolo nella squallida discarica della periferia, fa ciò che un padre farebbe con suo figlio, quando intende mostrargli la casa dove ha trascorso la sua adolescenza. Diventano, così, fondamentali le scenografie che alternano le baracche ai grattacieli, le luci suggestive, la colonna sonora e, soprattutto, le inquadrature in primo piano del volto del bambino che sostituiscono i dialoghi.

 

The Times  sembra che abbia messo in evidenza la partecipazione degli spettatori i quali, alla fine del film, si sono commossi per un giovane che hanno condannato appena novanta minuti prima. Ben altre considerazioni, probabilmente, avranno fatto gli spettatori italiani che hanno visto Tsotsi  nel periodo in cui uno dei più sconvolgenti episodi di cronaca nera degli ultimi anni ha riempito le pagine dei mezzi di comunicazione di massa: il rapimento e la barbara uccisione del piccolo Tommy di Parma. Che non è stato un noir di celluloide, o una fiction televisiva e che, purtroppo, non si è concluso come tutti ci auguravamo. A conferma che i film più truculenti vengono realizzati da registi folli e vanno al di là di qualsiasi immaginazione.   

 

 

Il suo nome è Tsotsi

(Tsotsi)

Regia: Gavin Hood

Con: Presley Chweneyagae, Terry Pheto, Kenneth Nkosi, Motusi Magano, Zenzo Ngqobe, Zola

Origine: Inghilterra/Sud Africa, 2005

Durata: 91’