Le
terribili tredicenni
“Thirteen” di Catherine Hardwicke
D’accordo: siamo negli U.S.A., negli ultimi anni il mondo
è cambiato totalmente, certi atteggiamenti vanno visti anche nella loro
eccezionalità e non come norma generale che investe un’intera generazione, ma…
sono veramente così le tredicenni americane? Intendo dire: sono
proprio così come le descrive la regista Catherine Hardwicke, in Thirteen-Tredici anni?
Se la risposta è corretta, mamme e papà di tutto il mondo unitevi
e cominciate a preoccuparvi! Si dirà: ma qui non siamo in America. Errore: filmicamente parlando (e non solo, purtroppo) siamo tutti
in America. Lo siamo perché da decenni i registi americani anticipano la
denuncia di fenomeni che non tardano a verificarsi in poco tempo in tutto il
mondo civilizzato. E, se qualche volta non li anticipano, in qualche modo li provocano, ne sono la causa. E’ l’inevitabile
effetto di massa che investe il “villaggio globale”
nel quale viviamo e sul quale fa leva la propaganda; è “la grande ondata”, di
cui ha parlato anni fa Alvin Toffler,
che prosegue il suo inarrestabile flusso.
L’errore da evitare, pertanto, è quello
di vedere Thirteen,
come un film che tratta un argomento che non ci riguarda; è storcere il labbro,
fare spallucce e sostenere che i nostri tredicenni sono ben altro: bambini cresciutelli ma ancora ingenui, tesorucci
di mamma educatissimi che non farebbero mai quello che fanno
gli sporcaccioni adolescenti del paese più civilizzato del mondo. Ma perché? Che cosa fanno, in fin
dei conti, i protagonisti di Thirteen?
Tracy è
una ragazza di tredici anni, ancora bambina ma ansiosa di diventare presto donna. Nella sua stessa scuola spopola la coetanea Evie, orfana di madre, ma anche smaliziata, sensuale,
ladruncola, fumata e dal fascino perverso.
In soli quattro mesi di amicizia, durante i
quali Evie riesce persino a farsi accettare come
ospite fissa in casa della sua amica, di trasgressione in trasgressione, Tracy si trasforma completamente. Ruba, si veste come una
provocante porno-popstar, nasconde il piercing nella lingua e nell’ombelico, spaccia e consuma
droga, sperimenta sesso orale, di gruppo, lesbico… E
i genitori? Separati e, ovviamente, assorbiti dai loro problemi, non si
accorgono di nulla. Il padre, assente
anche fisicamente salvo qualche rapida apparizione, pensa soprattutto alla
carriera e alla nuova compagna molto più giovane di
lui; crede di avere la coscienza a posto adottando una filosofia di vita alla
Ponzio Pilato, pronunciando qualche frase ad effetto
e promettendo ai figli che “un giorno
farà… un giorno andrà…” La madre, che si arrangia facendo la parrucchiera a
domicilio e si consola preparando pranzetti e pigliandosi qualche licenza con
il fidanzato, pur accorgendosi dei mutamenti della figlia, non sa cosa fare. La
scoperta della verità è drammatica per tutti: le due ragazze si accusano a
vicenda e rompono la loro morbosa amicizia, Tracy dà
di matto, la mamma di Tracy e la zia di Evie piombano nella disperazione. Ma
non è ancora la fine. Dopo un’apnea durata 100 minuti, l’accenno ad un
tentativo per uscire dal tunnel (con una serie di sovrimpressioni su Tracy - piangente a letto e ritornata bambina - e sulla
madre, distesa al suo fianco e ritornata mamma) viene
salutato con un lungo respiro.
Scritto con la collaborazione della giovane Nikki Reed (la Evie della storia), che ha profuso nella sceneggiatura
tutta la sua esperienza di adolescente, questo film ha vinto diversi premi (tra
cui quello alla regia al Sundance Film Festival) e ha procurato una serie
di choc a genitori ed educatori. E’ dunque questo il mondo dei tredicenni? Lo
sappiamo tutti che la “girl culture” (ovvero quella tendenza che, a
causa dell’influsso dei media e della pubblicità,
porta ragazzine adolescenti a vivere e a comportarsi in modo troppo adulto per
la loro età, nel tentativo di adeguarsi ad un mondo complesso e spietato) ha
anche lati oscuri, ma… è mai possibile che nel gruppo ci siano ragazzini capaci
di spingersi ad eccessi del genere? La paura è quella di avere in casa una
giovane Tracy e di non accorgersene, di non
interpretare tatuaggi e anoressia, lividi e bugie come
segni preoccupanti.
Catherine Hardwicke ha
il merito di raccontare questa storia con una certa onestà e con coraggio,
senza moralismi e senza compiacimenti. Anche nelle
scene più crude di sesso e droga, l’occhio della macchina da presa non si
sofferma mai eccessivamente a soddisfare curiose morbosità e si avverte che non
ci sono particolari imputati sui quali la regista si scaglia. A volte si ha la
sensazione di assistere ad un documentario – forte e violento, ma freddo e sincero
– girato con uno stile frenetico e rabbioso, funzionale alla psicologia delle
due adolescenti, splendidamente interpretate dalla già citata Nikki Reed e da Evan Rachel Wood, bravissima a rendere una Tracy piena di rabbia e fragile.
Certo, se le cose stanno veramente
così, noi adulti abbiamo capito ben poco di queste ragazzine che ci crescono dentro casa. E anche la
scuola – dove si preparano ricerche su Jennifer Lopez – non fa la sua bella figura. D’accordo, ancora una
volta: stiamo parlando della scuola americana; in Italia, nessun insegnante si
azzarderebbe a promuovere ricerche su Maria Grazia Cucinotta, o su Francesca Neri.
Consoliamoci, ma cerchiamo di dormire
con un occhio per volta. Con l’altro
sforziamoci di avvertire ogni minimo cambiamento; potrebbe essere un segnale da
non sottovalutare. Ed evitiamo di ripetere “quando
avevo tredici anni io…”. Da quando avevamo tredici anni noi ad oggi il mondo s’è rigirato come un pedalino.
Thirteen
USA,
2003
Regia: Catherine Hardwicke
Con: Nikki
Reed, Evan Rachel Wood,
Holly Hunter, Deborah Kara Unger
Col.