
L'imbarazzo della scelta
Film acerbi, sbagliati, bellissimi
(L’isola, A.A.A. Achille, City of
Capita. A volte, capita di non sapere scegliere il
film da proporre ai lettori. E' quello che viene
definito "l'imbarazzo della scelta". Imbarazzo
causato da motivi diversi, che non sono sempre quelli che altri credono, come,
per esempio, avere davanti tre bei film e doverne sacrificare due. No,
talvolta capita che dei tre film di cui si vorrebbe scrivere, solo uno soddisfi
in pieno. Si dirà: e allora perché parlare anche degli altri due? Semplice: perché anche un film non riuscito, o addirittura
sbagliato, può essere oggetto di riflessione. Ma
veniamo al dunque.
Mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa su L'isola
di Costanza Quatriglio, una trentenne palermitana
che per il suo debutto nel lungometraggio ha scelto di narrare la vita di due
ragazzi che vivono nell'isola di Favignana. Riassumiamo la storia. Il quattordicenne
Turi, figlio di un "tonnaroto", sta vivendo
un momento particolare della sua adolescenza: deve scegliere, per il suo
futuro, il mestiere del pescatore o quello del marinaio. Al suo fianco cresce
la sorellina Teresa, di 10 anni, che adora il fratello e che divora il mondo che le gira
intorno con l'ansia di una bambina piena di vita. I due fratelli, però, devono
fare i conti con un'isola che si nutre di tradizioni, di leggi secolari, di
ricordi, di detenuti che hanno capito i loro errori, di padri padroni, di donne
casalinghe, di piccoli amori, di tonni pescati tra il sangue e di vecchi
inghiottiti dal mare, di ragazzi che litigano per un pallone, non digeriscono
la scuola e svolgono i lavori dei grandi. Li lasceremo, alla fine, senza sapere
dove andranno. Ma non è l'unica cosa che non sapremo e che ci lascerà
perplessi, giacché il film -
dilungandosi, a tratti, in sequenze da documentario che arenano
la storia - sembra rivelare che la reale intenzione della regista sia quella di
averci voluto riempire gli occhi delle bellezze naturali di Favignana.
Troppo poco, onestamente, soprattutto se si osa accostare questo film - come ha
fatto qualche critico - a Respiro
di Emanuele Crialese, che
nella scala dei valori staziona molti
gradini più in alto. Quando affinerà il suo mestiere di regista, probabilmente,
Da un film acerbo ad uno sbagliato. Dispiace dirlo
così brutalmente, anche perché siamo di fronte ad un altro debutto.
A.A.A. Achille, di Giovanni Albanese
(nulla da spartire con Antonio Albanese), è uno di quei film che mi sarebbe
piaciuto vedere in compagnia di qualche pediatra (meglio se logopedista)
per tentare di recuperarlo almeno sotto l'aspetto contenutistico, visto che
sotto quello formale è, a dir poco, deludente. Peccato,
perché l'argomento si sarebbe prestato a ben altro trattamento. La
vicenda è semi-autobiografica e vede al
centro (si fa per dire, perché a un certo punto
zigzaga da un personaggio all'altro) un bambino del foggiano (Achille) alle
prese con l'handicap della balbuzie. Orfano di padre, viene
spedito in una casa di cura dove un bizzarro luminare è convinto di guarire i
suoi pazienti con la tecnica del "canto-parlare". Altra tecnica
segue, invece, l'ex balbuziente Remo, votato alla causa del recupero tramite
espedienti psicologici e affettivi. Le due correnti di pensiero si scontreranno,
quando, dovendo sostenere la prova sul campo (entrare in un grande
magazzino e comprare oggetti cantoparlando), i
balbuzienti scateneranno senza volerlo il caos tra commessi e clienti e
procureranno un infarto al borioso luminare. L'intervento provvidenziale e
scontatissimo di Remo rimetterà le cose a posto e i pazienti, ciascuno a modo suo,
supereranno in parte o totalmente l'handicap che li affligge.
Raccontato così, questo A.A.A. Achille (a proposito: il titolo è una
delle poche cose che si salvano) potrebbe anche apparire interessante. Visto, è
ben altra cosa: una serie di banalità che raggiunge il culmine nella scena
della bagarre al Grande Magazzino. Non è questo il modo, credo (ed ecco il
motivo per cui mi sarebbe piaciuto sentire a riguardo
l'opinione di un professionista), di trattare un tema tanto complesso come la
balbuzie; e non è nemmeno questo il modo con il quale si gira un film nel 2003.
Ciliegina amara sulla torta: ma com'è possibile che
uno come Vincenzo Cerami abbia partecipato alla stesura della sceneggiatura?
Il terzo film - infinitamente distante dagli altri
due - è City Of God del brasiliano Fernando Meirelles. Un film crudo e bellissimo che
richiama Los Olvidados di Bunuel,
da vedere - questo sì - da soli o in compagnia di gente che non sviene al primo
rivolo di sangue. "La città di Dio" è quella delle
favelas di Buenos Aires degli anni '60, dove, tra ladri, assassini, trafficanti
e poliziotti corrotti cresce il ragazzino Buscapé che diventerà fotoreporter per caso. Non conosco altri
film di Meirelles, ma se anche lui è un debuttante è
doveroso rendergli omaggio. Ha il cinema nelle vene e utilizza la macchina da
presa come strumento di denuncia, per far conoscere al mondo (il film è tratto,
come si legge nei titoli di coda, da una storia vera) un ambiente dove la droga e la violenza erano (lo sono ancora?)
il pane quotidiano e dove, per i bambini, era (è?) quasi impossibile sottrarsi
al destino che li vuole vincitori per una stagione e vinti per la vita.
Una sola raccomandazione:
da non confondere City Of God con City Of Ghosts
di Matt Dillon. Se vi dovesse
capitare di incorrere in questo errore, fatevi restituire il biglietto. E con gli stessi soldi andate pure a vedere o L'isola, o A.A.A. Achille. Per la serie "mai dire mai"!
L’isola
Italia, 2003
Regia: Costanza Quatriglio
Con: Veronica Guarrasi,
Ignazio Hernandes, Marcello Mozzarella, Erri De Luca
Col.
A.A.A. Achille
Italia, 2001
Regia: Giovanni Albanese
Con: Sergio Rubini, Loris Pazienza, Paolo Bonacelli, Hélène Sevaux
Col.
City of
Brasile, 2002
Regia: Fernando Meirelles,
Kàtia Lund
Con: Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino da Hora,
Seu Jorge
Col.