I figli degli altri
Spanglish
di James L. Brooks
La
frase più saggia di tutto il film la pronuncia una ragazzina grassottella e
bruttina quando, accorgendosi che sua madre è rimasta incantata vedendo la
deliziosa figlia della domestica tuttofare venuta dal Messico, si avvicina al
padre e gli dice: “Niente paragoni”. Ma i grandi, come è
noto, difficilmente accettano lezioni. I paragoni con i figli degli altri
continuano a farli e spesso si ritrovano a esaltare o
denigrare, a inorgoglirsi o a demoralizzarsi, a gonfiarsi il petto o a
cospargersi il capo di cenere, a chiudersi in se stessi o a intromettersi negli
affari altrui.
Spanglish , l’ultimo film di
James L. Brooks – lo stesso di Qualcosa
è cambiato e di Voglia di tenerezza – ha un sottotitolo (immagino solo nella
versione italiana) che potrebbe indirizzare gli spettatori verso una lettura sbagliata.
Quel “Quando in famiglia sono in troppi
a parlare” fa pensare, infatti, a una Babele
prevalentemente linguistica. Non è così. Certamente non si può ignorare che il
film affronta il problema della comunicazione verbale, ma la cosa è meno
rilevante di quanto possa apparire ad una prima
lettura; conta di più la denuncia all’intrusione nella vita altrui, al
riversamento delle nostre frustrazioni sugli altri, alla ricerca e all’individuazione
delle cause dei fallimenti al di fuori del nostro mondo.
Partiamo dal
titolo che allude già a una contaminazione: Spanglish, ovvero fusione di English
e Spanish. E’ la lingua delle comunità ispaniche in
America, quella stessa che riuscirà a parlare la bella Florentia Moreno, donna senza marito e con una
figlia a carico. Alla disperata ricerca di un lavoro, Florentia
lascia il Messico e si stabilisce a Los Angeles, dove, dopo avere svolto qualche
lavoretto non eccessivamente retribuito, ha un colpo di fortuna e diventa donna
tuttofare presso la famiglia Clasky. Il problema della lingua che costringe Flor a non poter manifestare liberamente il suo pensiero si rivela subito di secondaria importanza rispetto a
quelli della famiglia che l’ha assunta. Deborah, la padrona di casa, è isterica
e scarica il suo nervosismo nel footing. Le sue impennate mettono a dura prova
la pazienza del marito John, chef di fama nazionale,
e acuiscono i complessi dei due figli: l’adolescente grassottella Bernice e il piccolo taciturno Georgie.
Completa il quadretto familiare Evelyn, la madre di
Deborah, che vive ricordando, tra un bicchiere e l’altro, il tempo in cui era cantante
di jazz. La prima a beneficiare dell’arrivo di Flor è
Bernice che, nonostante la giovane età, si rende
conto della crisi matrimoniale dei suoi genitori e reagisce polemizzando su
tutto. L’intrusione della messicana nell’educazione dei figli degli altri avvia uno scontro di metodi educativi che si
ribalta quando arriva l’estate e la famiglia Clasky
decide di andare in vacanza al mare. Flor, a quel
punto, è costretta a portare con sé la figlia Cristina. Per
Deborah, la deliziosa ragazzina appare subito come la figlia ideale, il
giocattolo che avrebbe voluto dalla vita. Incautamente, riversa su di
lei attenzioni e affetto senza tenere conto della gelosia di Flor. Il conflitto tra le due donne, che era rimasto
latente e controllato di fronte alle differenze culturali e sociali, esplode
definitivamente. A complicare tutto ci si mette anche il cuore: John e Flor smettono di recitare
e riconoscono di essere reciprocamente innamorati; Deborah, da parte sua,
confessa al marito di avere avuto una relazione extraconiugale. Sarebbe l’inizio di un dramma sentimentale con
il coinvolgimento di tutti i personaggi della storia, ma Flor
“mette i piedi a terra”, recupera la figlia e se ne va
per la sua strada.
Soffermarsi
ad esaminare se questo Spanglish è una commedia amara, un melodramma o uno
psicodramma, sarebbe fuori luogo. Sarebbe fuori luogo anche l’analisi
strettamente critica che porterebbe, da una parte, ad elogiare gli interpreti –
dalla bravissima Tea Leoni (Deborah), alla bellissima Paz
Vega (Flor) - e, dall’altra,
ad avanzare perplessità su certe scelte di sceneggiatura e regia, come
l’inutile presenza del figlio minore dei coniugi Clasky e l’eccessiva prolissità di alcune
sequenze che dilatano inutilmente la durata del film. Ci interessa,
invece, mettere maggiormente in risalto la lezione che Bernice
cerca inutilmente di impartire ai suoi genitori; e, cioè, quella di evitare
l’errore grossolano del “paragone”. I ragazzi sono pezzi unici e vanno
accettati nei loro pregi e difetti. In questa storia,
l’errore più grosso lo compie Deborah, ma non quando tradisce il marito, bensì
quando cerca di “impossessarsi” di una figlia non sua. L’intromissione
nella vita degli altri è un difetto generale, ma ha delle barriere sottili che
non possono essere superate. C’è, a tal riguardo, una scena bellissima che
suscita l’ilarità degli spettatori e non viene letta
per quello che simboleggia. Il primo impatto di Flor
con la famiglia Clasky è una botta al naso su una linda
e trasparente porta a vetri. La barriera tra una domestica e i padroni, anche
se invisibile, esiste. Non vederla è rischioso. A modo
suo, sbatte il naso anche Cristina che si stava pericolosamente abituando alle
coccole di un’altra mamma. La botta è forte ed è comprensibile il suo muso
lungo nei confronti della madre, ma con quella profonda naturale saggezza che
tutti i ragazzini hanno capisce subito la lezione e torna ad accucciarsi dov’è
giusto: tra le braccia di chi ha rinunciato a tutto per dedicarsi completamente
a lei.
Spanglish
Regia: James L. Brooks
Con:
Adam Sandler, Tea Leoni,
Paz Vega, Cloris Leachman, Shelbie Bruce
USA, 2005
Durata: