
Somewhere. Non importa dove.
Da qualche parte. Non importa dove. Probabilmente non importa neanche quando e perché un uomo decida di
scendere dalla sua auto di lusso e di incamminarsi a piedi. Importa, invece,
che quest’uomo si fermi - non per un guasto dell’auto, ma per sua volontà - e
riprenda a sorridere. Girare a vuoto, affrettarsi, fermarsi, passeggiare: è in questi
movimenti che si riassume Somewhere, quarto
film di Sofia Coppola, storia di un rapporto provvisorio tra un padre e una
figlia undicenne.
Johnny
Marco è un attore di successo che vive a
Hollywood in un appartamento del
leggendario hotel Chateau Marmont,
quello stesso in cui morì John Belushi per overdose di cocaina ed eroina. La
droga di Johnny è più sottile:
spettacoli erotici ad esclusivo uso e consumo, SMS di noiose fans, party con avventure amorose usa e getta, apatia
distruttiva, corse senza meta sulla lussuosa Ferrari. Ha avuto una moglie, ma
la loro relazione è finita da tempo. Ha anche una
figlia, Cleo, che un giorno piomba da lui per un breve periodo e gli impone una
mini rivisitazione del ritmo quotidiano. Videogiochi, viaggi, un’incursione in
Italia alla serata dei Telegatti, ping-pong, partite a carte, hotel di lusso, nuotate in piscina, tintarella
al sole. Nessuna rivoluzione nella vita del divo, ma progressiva presa di coscienza di un lavoro trita sentimenti che gli ha
fatto trascurare i doveri di padre. La parentesi si chiude con la
partenza di Cleo per il campeggio. E’ allora che Johnny
sente il bisogno di chiedere scusa a sua figlia. Ma la
ragazzina è già in macchina, sta per allontanarsi da lui ancora una volta e non sente le sue parole. Non molto, ma
qualche piccolo cambiamento è avvenuto. Johnny non gira più a vuoto e al
circuito preferisce la strada, all’ebbrezza della velocità il gusto della
passeggiata.
Film di introspezione,
scarnificato nei gesti e nelle parole, Somewhere rivela
il chiaro intento della Coppola: comunicare il senso di vuoto che pervade lo
star system. A che pro sacrificare gli affetti più cari sull’altare del
successo? Vale la pena trascurare i rapporti con una figlia per la gioia (e la noia)
di ore passate a stringere mani, sorridere, firmare
autografi, rilasciare interviste, sottoporsi al trucco, ritirare premi, vivere avventure
fugaci? Sofia Coppola conosce bene sia gli alberghi (“Praticamente
negli alberghi ci sono cresciuta”, dice),
che il mondo del cinema: ambienti dove non è possibile mettere radici. Non li
condanna, ma li presenta come posti senza vita, cattedrali di cartone. La
contrapposizione è netta: da una parte la seduzione di una performance di lap dance, dall’altra il pattinaggio grazioso di una
figlia. Con la totale assenza di gara tra il mondo del cinema
e la vita, tra la maschera e il volto, tra lo show del Telegatto
e le piroette di Cleo.
Per la sua indagine all’interno
dell’animo umano la regista si serve di lunghi silenzi, inquadrature fisse,
insistita ripetitività di sequenze. Sembra ispirarsi più
all’incomunicabilità di Antonioni che alla frenesia
del celeberrimo padre. A scapito, ovviamente, del ritmo. Somewhere non è Lost in Translation e la pazienza degli spettatori viene messa a dura prova. Con il passare dei minuti si
stenta a trattenere la tentazione di qualche sbadiglio e più che meditare
sull’insipida vita di Johnny si cerca
di andare con la fantasia da qualche altra parte; somewhere, per l’appunto. Si opta, allora, per la dolcissima Elle Fanning nei panni di Cleo e si riflette sulla tristezza dei figli dei VIP. Poveri piccoli! Sballottati
come pacchi postali da un hotel all’altro, trascinati dai genitori come trolley,
attendono i giorni del campeggio per sentirsi normali. Scattano altri paragoni.
Vengono in mente i figli di genitori normali, con giochi non elettronici,
piccoli spostamenti su utilitarie di seconda mano, viaggi nelle
campagne vicino casa, estati senza piscine ma con l’intero mare a
disposizione. Anche tra l’infanzia di Cleo e la nostra
non esiste partita.
Somewhere
Regia:
Sofia Coppola
Con:
Stephen Dorff, Elle Fanning,
Chris Pontius, Michelle Monaghan,
Laura Ramsey, Jo Champa,
Laura Chiatti, Robert Schwartzman
USA 2010
Durata:
98′