
Sister
Il
piccolo ladro derubato d’affetto
Sotto e sopra
non indicano solo luoghi, ma anche modi di vivere, stati d’animo, situazioni
sociali, posizioni economiche, condizioni psicologiche. Lo sa bene Simon (Kacey
Mottet Klein), un ragazzino svizzero di 12 anni che vive in una
valle ai piedi di una stazione sciistica alpina. E’ orfano (almeno così dice) e
non può fidarsi di sua sorella Louise (Léa Seydoux), tanto affascinante quanto sbandata, che si lascia sfuggire senza troppo
rammarico il lavoro e gli amanti. Per mandare avanti la baracca, Simon è
diventato il capofamiglia e ha intrapreso un’attività stagionale
sufficientemente redditizia: prende la funivia, si confonde tra i turisti, ruba
tutto quello che trova, nasconde gli oggetti più ingombranti in luoghi sicuri,
riprende la funivia, ridiscende a valle, rivende la refurtiva ad amici e
sconosciuti, ritorna adolescente. Due vite, insomma: una di sotto, nella valle
proletaria, grigia e triste; l’altra di sopra, nelle splendore delle nevi, dove
i ricchi turisti vanno a divertirsi e di certo non si mettono a piangere se non
ritrovano più panini, occhiali, guanti, caschi e sci. Simon non è un Robin Hood
che ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma un uomo in miniatura costretto dalla
vita ad abbandonare i giochi per dedicarsi al commercio. Grava su di lui non
tanto il rimorso per le azioni illecite che compie con sistematica
professionalità, quanto la presenza dell’instabile e poco affettuosa sorella. Non
è bello rivelare il colpo di scena che fa di Simon una vittima, ma si ha la
sensazione che questo bel film non raggiungerà una vasta platea. E allora,
facendo torto ai pochi che avranno la possibilità di vederlo, ma appagando la
legittima curiosità di chi legge, sveliamo il segreto: la sister di Simon è, in realtà, la ragazza madre che malvolentieri l’ha
messo al mondo. Prima di rubare agli altri e di diventare cinico
e bugiardo, pertanto, Simon è stato derubato dall’affetto di Louise. La
speranza è tutta racchiusa nel simbolismo della sequenza finale dove figlio e
madre, pur sapendo che la frattura tra
di loro è così grave che, probabilmente, non si sanerà mai, si cercano
reciprocamente.
C’è più di un legame tra questo secondo film di Ursula
Meier, premiato con l’Orso d’argento a
Berlino 2012, e Home, che nel 2008
costituì il suo felice debutto dietro la macchina da presa. In quel film la regista franco svizzera narrava la vicenda vagamente surreale di una tranquilla
famiglia che, sconvolta da un evento esterno e inatteso, sfiora la tragedia. La vita ai
margini della società, la solitudine interiore, la valenza metaforica dei luoghi,
il barlume di speranza nella scena finale sono presenti anche in Sister, un film che, a sentire la stessa
regista, ha radici nei suoi ricordi d’infanzia. “Sono cresciuta in Svizzera ai piedi del Massiccio del Giura e spesso salivo
alla stazione sciistica. Un giorno, quando avevo l’età più o meno di Simon (il
personaggio principale del film) delle persone mi avevano detto che bisognava
diffidare di un ragazzino, perché era un ladro. Qualcosa in lui mi intrigava,
se ne stava sempre per conto suo, sciava molto male eppure affrontava piste
pericolose. La figura di questo piccolo ladro rimase un mistero per me, ma
colpì in modo indelebile la mia immaginazione.”
Vedere, tuttavia, in Simon un ladruncolo che ruba solo oggetti
costosi ai ricchi, significa avere di lui una visione superficiale e
incompleta. Egli ruba anche un po’ della loro felicità e, in un momento di
particolare indigenza affettiva, tenta il colpo grosso: rubare anche l’amore
materno di una dolce e affascinante turista. Resterà solo, in cima ad una
montagna svuotata di uomini e cose, e solo allora, per la prima volta in
lacrime, lo vedremo veramente bambino. Nel
suo continuo oscillare tra l’alto e il basso, con la sola funivia a fare da
collegamento, Sister (forse sarebbe
stato meglio lasciare il titolo originale: Il
ragazzo visto dall’alto) mette a confronto anche il mondo degli adulti con
quello dei bambini. Lo fa presentando una Svizzera inedita, ben lontana da
quella delle banche e della cioccolata; lo fa con uno stile asciutto che fa parlare
i luoghi, con la ripetizione ciclica dei gesti e delle situazioni, con la
tecnica del pedinamento che sa tanto di neorealismo, dando importanza anche a
ciò che non viene espressamente mostrato. L’accostamento al cinema dei fratelli
Dardenne è d’obbligo. La stessa Meier non ne fa mistero e precisa che non è per
caso che il produttore sia Denis Freyd, lo stesso dei registi belgi. E’ troppo
presto per pronosticarle un luminoso avvenire; ma che questa giovane regista sia
sulla buona strada non c’è alcun dubbio.
Sister
(Titolo originale: L’enfant d’en haut)
Regia: Ursula Meier
Con: Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston,
Gillian Anderson, Jean-François Stévenin, Gabin Lefebvre
Francia, Svizzera, 2012
Durata: 97’, col.