Nonni, padri e figli in

Simon Koniansky

A 36 anni, nel mezzo del cammin della sua vita, Simon Koniansky, padre di Hadrien, un delizioso bambino, e marito di Cori, una bella e spudorata danzatrice goy, si scopre eterno adolescente e uomo fallito. Mollato dalla moglie, chiede ospitalità al vecchio padre, Ernest, che ha deciso di tramandare la memoria storica al nipotino raccontandogli aneddoti e storie della sua tragica esperienza nel campo di sterminio nazista.  Simon non condivide le idee e l’atteggiamento del padre e vorrebbe preservare suo figlio  dalla cultura e dalla tradizione ebraica, ma quando Ernest muore, viene a conoscenza delle sue ultime volontà (essere seppellito nel villaggio di Ostrov, in Ucraina, dove riposa una sua misteriosa prima moglie) e si sente obbligato a rispettarle. Alla guida di un’auto poco affidabile, con a bordo la salma del padre, due strani zii e il figlioletto, Simon intraprende un avventuroso viaggio dal Belgio all’Ucraina, ripercorrendo a ritroso la storia del padre, maturando e prendendo coscienza del suo ruolo di genitore e instaurando un nuovo rapporto con il figlio.

Tre generazioni di ebrei trapiantati in Belgio a confronto. Inevitabili gli scontri, gli affetti, le tensioni. Se ci mettiamo dentro anche la cultura ebraica - l’olocausto, la questione israelo-palestinese, la tradizione e la religiosità -, il pericolo di vedere temi già trattati sarebbe in agguato. E’ la scelta delle modalità narrative a rendere meno scontato il tutto. Micha Wald opta, infatti, per l’umorismo, a dispetto di quanti sono convinti che non si possono dire cose intelligenti con il sorriso sulle labbra.  Ispirandosi ai personaggi e alla storia di un suo precedente cortometraggio (Alice e moi ) del 2004, il regista belga parla di una famiglia ebraica (la sua?), prototipo di altre famiglie trapiantate fuori dalla terra promessa, con un tono ironico e divertente,  quasi a voler sconfessare quanti sostengono l’assenza di humour in un popolo che ha sempre sofferto l’intolleranza. Ne viene fuori un film autobiografico (“Tutti i personaggi appartengono alla mia vita - afferma Wald - dalla fidanzata che lascia il protagonista e ricorda tanto la mia ex, alla casa in cui abbiamo girato molte scene, che ricorda quella di mia  nonna, sino al viaggio che i protagonisti intraprendono alla ricerca di Ernest, che è lo stesso realmente fatto con mio fratello. Se questo non vi sembra autobiografico...") e di presa in giro di se stessi ("Avevo voglia di prendere in giro me stesso, la mia piccola vita, i problemi di coppia, di salute, il conflitto con la mia famiglia e la mia comunità. Probabilmente qualcuno penserà che è una caricatura, che è un po’ antisemita… Li invito a partecipare a un pranzo di famiglia da mia zia: è molto peggio di come la racconto”). La scelta di personaggi eccentrici, del grottesco e del viaggio come metafora di un percorso esistenziale potrebbe richiamare, come qualcuno ha rilevato, Little Miss Sunshine, ma gli accostamenti con il film di Jonathan Dayton e Valerie Faris finiscono qui, perché questo Simon Koniansky segue una sua direzione e ci racconta tre mondi: quello degli anziani che non dimenticano e che vogliono trasmettere la loro esperienza ai posteri, quello degli uomini maturi solo all’anagrafe e sempre alla ricerca di stabilità e quello dei bambini che, sentendo i racconti dei nonni, assistendo alle liti e alle riconciliazioni dei grandi, non capiscono dove va il mondo. Un road-movie sulle tracce della memoria e un film sulla difficoltà del crescere, a qualsiasi età. Lo stesso Ernest, che, in teoria, dovrebbe essere il più maturo dei personaggi, si trascina anche nella vecchiaia qualcosa di infantile, come il suo continuo ricorrere ai consigli del rabbino, le sue piccole bugie, la paura mai superata, il giocare a nascondino. Bambini mai cresciuti sono anche i due fantastici zii – il paranoico Maurice e la logorroica Mala -, surreali, grotteschi e simpaticissimi, capaci di mandare su tutte le furie anche il debole e fallito nipote. Cresce, ma non del tutto Simon. Alcuni risultati incoraggianti - la contestazione alle leggi ebraiche, la posizione anti-israeliana,  il superamento delle minacce della moglie, la ribellione agli zii, lo  scarico dell’ingombrante lapide – sono bilanciati dalla sequenza finale che, come in Mamma ho perso l’aereo, sembra suggerire che Simon, pur essendo sulla giusta strada, stenta ancora a diventare definitivamente adulto. E così, al tirar delle somme,  il personaggio più maturo diventa Hadrien, il Koniansky junior. Guarda, osserva, fa domande discrete, compatisce, capisce: non lo dice espressamente, ma si intuisce benissimo quello che pensa: se il mondo degli adulti è quello incarnato dai suoi genitori e da tutte quelle “macchiette” che gli girano intorno, conviene proprio crescere?

 

Simon Koniansky

Regia: Micha Wald

Con: Jonathan Zaccai, Popeck, Irène Herz, Abraham Leber
Belgio, Francia, Canada 2009

Durata: 100