I miraggi di Saimir
C’è
da scommetterci sopra: sono in pochi ad avere individuato il litorale laziale
in quelle strade deserte e fangose che fanno da sfondo alla vicenda di Saimir dell’esordiente regista italiano
Francesco Munzi. Tanto affollate d’estate, quanto deserte d’inverno, quelle spiagge sono il luogo ideale per
un commercio di clandestini, a due passi dalla capitale. Conviene partire
proprio da questa osservazione per entrare meglio
nella lettura di un film solo apparentemente semplice, presentato a Venezia
2005, nella sezione Orizzonti. La città, fisicamente vicina eppure tanto lontana,
è anche l’Italia sognata da alcuni emigranti: un miraggio che svanisce quando
si pensava di averci messo piede.
Ne
sa qualcosa l’albanese Edmond, senza permesso di
soggiorno e camionista a servizio di trafficanti di clandestini, che carica
sulla spiaggia merce umana per scaricarla in un capannone a qualche chilometro
di distanza. Un lavoro illegale, ma che comporta pochi
rischi, a tal punto da convincere Edmond ad avvalersi
della collaborazione del figlio adolescente, Saimir.
A differenza del genitore, però, il ragazzo sogna di trasferirsi in una grande città per trovare un lavoro regolare. La conoscenza
di Michela, una ragazza italiana coetanea con la quale trascorre delle ore
felici, accende in lui la speranza di aver raggiunto il suo obiettivo. Si rende
conto ben presto di essersi illuso. Michela, scoperta la vera identità di quel
ragazzo che le ha fatto la corte, fugge via da lui e a Saimir
non resta altro che rassegnarsi al destino che lo vuole emarginato, unendosi a un gruppo di zingari ladruncoli. Fino a quando, un giorno,
non vede con i suoi occhi il trattamento al quale è
sottoposta una ragazza caduta nella rete dei criminali e avviata alla
prostituzione. Giunge, allora, anche per Saimir il
momento della ribellione. Per salvare la ragazza scatena le ire del boss. L’intervento
del genitore gli risparmia una severa punizione, ma non gli toglie il coraggio di
ribellarsi e di denunciare tutti i disonesti coinvolti in quelle operazioni
illegali, Edmond incluso.
Miraggi che svaniscono, dunque. Torna alla mente l’immagine della nave
piena di albanesi di Lamerica di Gianni Amelio. Se
quello era l’inizio, Saimir rappresenta l’ideale continuazione di un
viaggio che non si è ancora concluso. Significativa, a
proposito, la sequenza del bambino appena sbarcato che chiede a Saimir notizie sull’Italia. Ci ha già messo piede e non lo
sa; vuole sapere com’è la terra promessa e non riceve risposta. Inserendola alla fine del film, questa
sequenza avrebbe potuto significare una storia che si ripete da un immigrato
all’altro. Come Saimir e il padre siano
arrivati in Italia non si sa; ma è facile intuire che abbiano seguito la stessa
strada dei connazionali che adesso consegnano a gente senza scrupoli. Un destino crudele al quale Saimir si
ribella, con la stessa furia con la quale s’era ribellato al rifiuto oppostogli
dalla ragazza italiana della quale s’era innamorato. “Il nostro destino
è quello che siamo adesso”, gli ripete il genitore. La rassegnazione degli
adulti è, però, fuori dalla logica di questo ragazzino
che se ne va in giro con il motorino e matura, tra alti e bassi, una coscienza
che gli impedisce di oltrepassare ogni limite. Pagherà anche lui, alla fine, e poco importa se le immagini non ci aiutano a capire come – sarà
rimpatriato? finirà in carcere? - ;
quel che conta è che di fronte alla scelta più importante, Saimir
si indirizza verso una nuova strada, non rosea come l’aveva sognata, ma meno
disonesta di quella che gli adulti gli stavano prospettando.
Sognano,
con Saimir, altri personaggi; ognuno a modo loro,
ovviamente, ma tutti con la delusione del miraggio svanito. Edmond e la sua donna italiana, un emigrato
ubriaco buttato nello scarico dei rifiuti, una ragazzina stuprata e avviata
alla prostituzione, anonimi clandestini che passano da un trafficante
all’altro, drogati e ubriachi, zingarelli ladruncoli.
Significativa, a tal proposito, la sequenza del furto di
gruppo in una villa. Saimir, deluso per la storia d’amore finita male, accetta di unirsi a
ragazzi rom al servizio di ricettatori adulti. Obiettivo della
spedizione è una razzia in casa di ricchi signori. Immobilizzata la cameriera,
i ragazzi fanno razzia di tutto quello che trovano, ma l’attenzione dello
spettatore è focalizzata su due di loro che compiono qualcosa di inusuale. Il primo, impadronitosi di una costosa
pelliccia da signora, la porta via indossandola e pavoneggiandosi goffamente
fino all’arrivo nel campo rom; il secondo, alla vista della lussuosa piscina
che adorna la villa, interrompe le operazioni di saccheggio, si toglie i vestiti
e si tuffa in acqua. La sequenza richiama un altro tuffo, quello
fatto nel mare da Saimir, felice per avere fatto
breccia nel cuore di Michela. Sono i rari momenti di luce di un film cupo e caliginoso, appropriazioni momentanee di mondi inaccessibili;
miraggi, per l’appunto.
Un
bel film, insomma. Un film che non sembra affatto un’opera
prima, e che si avvale della presenza di un noto attore di teatro albanese (Xhevdet
Feri), della naturalezza di zingari che
fanno gli zingari e, soprattutto, della bravura di un ragazzino (Mishel Manoku),
conosciuto dal regista in una strada di Tirana, per caso, mentre faceva
acrobazie su una moto.
Saimir
Regia: Francesco Munzi
Con: Mishel Manoku, Xhevdet Feri, Lavinia Guglielman, Anna Ferruzzo.
Italia, 2004
Durata: