locandina del film ROSSO MALPELO

 

 

Rosso Malpelo: tra Verga e Scimeca

 

 

Si può parlare bene e male di un film? Si può, certo che si può. Se lo si fa per le persone, non c’è motivo per cui non si possa fare anche per un film. Come si sa, infatti, i nostri giudizi dipendono sempre dai “punti di vista”. Chi guarda, a seconda della posizione in cui si colloca, può cambiare visione e giudizio. Da questa premessa, due recensioni in una del film Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca.

 

Rosso Malpelo è un film da vedere, perché rientra in un’operazione lodevolissima, come quella di destinare i proventi ai bambini che lavorano nella miniera. La didascalia iniziale - “Questa novella è stata scritta da Giovanni Verga più di cento anni fa. Solo per caso si svolge in Sicilia. Per caso in una miniera. Quello di cui si narra potrebbe essere successo oggi, ovunque nel mondo ci sono bambini soli, sfruttati e maltrattati” – indirizza verso una precisa lettura: il personaggio creato da Verga nell’Ottocento è solo un simbolo. Da allora milioni di Rosso Malpelo hanno lasciato la pelle nelle miniere di tutto il mondo. Lo sfruttamento del lavoro minorile è, ancora e purtroppo, di tragica attualità e riguarda ben 218 milioni di bambini. Di questi, circa un milione trascorre l’infanzia in miniera. Contro questa ingiustizia è giusto alzare la voce e ognuno lo fa con i mezzi che gli sono più congeniali. Scimeca è regista e lo fa con un film. Per raccontare la nota novella verghiana, che ha come protagonista un ragazzo siciliano che lavora e muore in una cava di rena e che è ritenuto da tutti cattivo per natura, utilizza accorgimenti apprezzabili: ambienta l’azione in provincia di Enna, proprio nei luoghi dove c'era il più grande bacino europeo per l'estrazione dello zolfo, sceglie come protagonista un bambino siciliano realmente rosso di capelli (Antonio Ciurca), alterna un panorama solare e dai colori vivi con quello cupo della miniera del Parco Minerario di Floristella Grottacalda, utilizza un dialetto arcaico, sceglie volti che parlano oltre ogni linguaggio e, soprattutto, lega la sua fatica al progetto “Cento scuole adottano mille bambini”, elaborato dall’organizzazione “Movimento laici America Latina” e finalizzato ad adottare i ragazzini boliviani che lavorano nella regione mineraria del Potosì. L’obiettivo è di arrivare almeno a 500.000 euro, una cifra sufficiente a garantire per tre anni a 1.000 bambini un pasto completo al giorno, la scolarizzazione e l’acquisto di materiale didattico, oltre a progetti specifici per la depurazione delle acque, l'assistenza sanitaria e l’imprenditoria femminile. Alla realizzazione di questo obiettivo Scimeca aggiungerà sia gli incassi derivanti dalle sale cinematografiche, sia quelli dei diritti televisivi. Insomma: un film che va sostenuto e che ha meritato il Premio “Amnesty International” al Giffoni Film Festival.

 

Tutto questo, però, non può escludere le critiche. Chi sostiene che il film di Scimeca non si discosta dalla novella di Verga ha una scarsa memoria scolastica. Certo, quando un regista decide di compiere la trasposizione filmica di un testo letterario può anche apportare delle modifiche, ma se queste modifiche sono rilevanti è opportuno precisarlo almeno con un “Tratto da…”.  E’ questo il primo, grosso errore di Scimeca, il quale, tra l’altro, con quella didascalia iniziale (Questa novella è stata scritta da Giovanni Verga), si dà la zappa sui piedi, perché Verga ha scritto un’altra novella, nota alla maggior parte degli spettatori, studiata in tutte le scuole e oggi riconosciuta dai critici come suo primo prodotto verista al posto di Nedda. Inserire all’interno della vicenda bozzetti insignificanti ed eliminare brani funzionali alla ricchezza del testo, non è un’operazione accettabile. Che senso ha, ci si chiede, contaminare la colonna sonora con musiche africane (suggestive quanto si vuole, ma spesso fuori luogo), inserire la comica minaccia dell’ingegnere all’attore shakespereano, la macchietta della nonna arida che recita e interrompe il rosario come nelle più dilettantistiche commedie paesane, il pasto in osteria di Rosso con la discussione dei due compari ubriachi, il furto della gallina e la cantata a doppio senso del donnone, la violenza del Padre Padrone, la giostra paesana, la ragazzina che diventa amica del protagonista, la pedofilia del minatore, le maialate del proprietario della miniera nei confronti della sorella di Rosso, ecc.? E perchè, al contrario, non si è sottolineato che Ranocchio faceva il manovale prima di diventare sciancato, un mestiere che Rosso avrebbe preferito perchè voleva dire “cantare sui ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena”?  E ancora: perché ribaltare la lezione sulle stelle? Non è Mastro Misciu che la impartisce al figlio e questi a Ranocchio; è Ranocchio che l’apprende dalla madre e la trasmette a Rosso. Non è una sottigliezza insignificante. Rosso, come il padre, è un topo di miniera ed è docente di forza, cattiveria, pessimismo, polvere; il pulcino Ranocchio, come la madre, è docente di debolezza, bontà, ingenuità, cielo.  Non si possono, infine, non rilevare nel film altre due imperdonabili omissioni. La prima è l’arrivo in miniera di “uno che non s’era mai visto”, un evaso, il quale, dopo poche settimane, “stanco di quella vitaccia da talpa”, dichiara che la prigione, rispetto alla miniera, è un paradiso e preferisce tornarci. Non è un personaggio secondario, perché provoca la considerazione di Rosso Malpelo che vale un’intera denuncia: “Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in prigione?” La seconda omissione riguarda la conclusione. La novella non finisce con Rosso Malpelo che si perde nella cava, ma con una proiezione di questo ragazzo cattivo e sventurato (il malupilu dialettale implica una serie di significati intraducibili) nella fiaba. Non in una di quelle fiabe dal finale positivo e rassicurante che fa fare sogni tranquilli ai bambini, ma nella più cupa delle tradizioni popolari che si nutre di spiriti maligni, presenze oscure e misteriose, incubi che fanno abbassare la voce anche ai grandi e che fanno capire a tutti come ciò che accadeva nell’Ottocento in Sicilia non è solo novella, ma cronaca dei nostri giorni. Scimeca è siciliano, è laureato in Lettere, ha insegnato letteratura e storia. Perché non si è tutelato inserendo quel “Tratto da…” che gli avrebbe consentito di narrare come voleva la storia di Rosso?

 

 

 

Rosso Malpelo

Regia: Pasquale Scimeca

Con:  Antonio Ciurca, Omar Noto, Marcello Mozzarella, Vincenzo Albanese, Lucia Sardo

Italia, 2007

Durata: 90’