
Il bambino con il pigiama a righe
Il
primo pericolo è quello di dire “basta!” Basta film sull’Olocausto, sui campi
di sterminio, sulle leggi razziali, sulle camere a gas e sui forni crematori. Basta, perché? Per farla
finita con i film di denuncia e restituire al cinema la sua funzione di divertimento
puro? Perché ormai si è detto tutto su questo argomento
e il déjà vu si traduce inevitabilmente
in insuccesso commerciale? Non ci sarà, piuttosto, dietro queste scuse la voglia
di accantonare rimorsi e sensi di colpa, di mettere una pietra sopra errori ed
orrori del nazifascismo? Non ha detto basta
il regista inglese già autore del delizioso Grazie, signora Thatcher (1996) e di Prenditi un sogno (2000) che in questo
film ribalta il punto di osservazione de La
vita è bella di Benigni e colloca la cinepresa fuori dal filo spinato e
dalle baracche. Al centro della vicenda c’è, infatti, la casa di un ufficiale nazista,
promosso direttore di un campo di sterminio e costretto a lasciare Berlino con l’intera
famiglia al seguito. Trincerandosi dietro il segreto militare, l’uomo non
rivela neppure ai suoi familiari tutto quello che avviene nel campo e così, quando
la moglie scoprirà la verità e insisterà per portare via da quel posto i figli,
è già accaduto l’irreparabile. Bruno, il figlio minore di 8 anni, stanco di
vivere in un bunker e senza amici, si è avventurato in segreto nel bosco, spingendosi fino al
reticolato di filo spinato che, come gli hanno fatto credere, protegge una
fattoria. Qui ha incontrato Schmuel, un bambino ebreo
della sua stessa età che indossa un pigiama a righe ed è diventato un numero. E’
iniziata così l’amicizia tra due mondi, quello del Bene e quello del Male,
incomprensibile agli occhi degli adulti, ma del tutto naturale per i bambini.
Le domande di Bruno – “Cosa
succede in questo posto?
Perché ci sono tante persone dall’altra parte del recinto?” – avranno una
risposta drammatica nelle ultime sequenze quando, per aiutare Schmuel a ritrovare suo padre “scomparso” da tre giorni e per
farsi perdonare una cattiveria, il piccolo tedesco si spoglierà dei suoi
vestiti, indosserà un pigiama a righe e si introdurrà
furtivamente nel campo. L’amicizia tra i due ragazzi si trasforma, allora, nel viaggio
dell’innocenza verso la morte.
E’
questo il secondo pericolo da evitare, perché anche le favole, come ben sappiamo, hanno una radice storica. E
la radice del bambino con il pigiama a
righe è di quelle che non si possono e non si devono estirpare. La storia
di Bruno è inserita in un contesto che nulla ha da
spartire con la fantasia. Da anni, revisionisti e negazionisti
dell’Olocausto sono costretti a confrontare le loro tesi con le testimonianze
dei sopravvissuti che, superata la fase traumatica, hanno deciso di parlare e
di raccontare al mondo cos’era quel fumo nero che si
stagliava nel cielo, da dove proveniva la puzza che si sentiva a chilometri di
distanza e come si moriva nelle baracche. Mark Herman affronta questo argomento
da cineasta e, prima che Bruno si renda personalmente conto di quello che
accade nel campo di sterminio, fa in modo che egli possa furtivamente assistere
alla proiezione di alcune sequenze di un falso documentario, dove la vita dei
detenuti appare sopportabile, se non idilliaca: prigionieri ben nutriti,
rispetto dei diritti umani, bambini che giocano. E’ come se mettesse
sull’avviso gli spettatori. Attenzione, egli dice, a non cadere nello stesso
errore del piccolo Bruno, lasciandosi convincere dalla finzione della
propaganda nazista finalizzata a mascherare i crimini di guerra. La verità, invece
e purtroppo, è quella sintetizzata nelle ultime scene del film. La mamma,
ultimando i preparativi per il trasloco, si accorge che Bruno è scomparso e dà
l’allarme. Inizia una disperata e inutile corsa di familiari e militari. Dalla
casa al bosco, dal recinto al campo: troppo tardi per
impedire la tragedia. Anche dopo l’accensione delle luci in sala, ci si
porta dentro, come punizione per l’ottusità degli adulti, la colonna sonora del grido della donna, il
primo piano disperato del fanatico militare nazista e l’inquadratura dei
pigiami a righe lasciati fuori dalle docce, “in ordine per ritrovarli
facilmente”, come cinicamente veniva detto ai condannati.
Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Striped Pyjamas)
Regia: Mark Herman
Con: Asa Butterfielde, Vera Farmiga, David Thewlis, Rupert Friend, Cara Horgan, Zsuzsa Holl
Gran Bretagna, USA,
2008
Durata: