Il bambino con il pigiama a righe

 Sono due i pericoli da evitare vedendo Il bambino con il pigiama a righe, il film che  Mark Herman ha tratto dall’omonimo best-seller di John Boyne.

Il primo pericolo è quello di dire “basta!” Basta film sull’Olocausto, sui campi di sterminio, sulle leggi razziali, sulle camere a gas e sui forni crematori. Basta, perché? Per farla finita con i film di denuncia e restituire al cinema la sua funzione di divertimento puro? Perché ormai si è detto tutto su questo argomento e il déjà vu si traduce inevitabilmente in insuccesso commerciale? Non ci sarà, piuttosto, dietro queste scuse la voglia di accantonare rimorsi e sensi di colpa, di mettere una pietra sopra errori ed orrori del nazifascismo? Non ha detto basta il regista inglese già autore del delizioso Grazie, signora Thatcher (1996) e di Prenditi un sogno (2000) che in questo film ribalta il punto di osservazione de La vita è bella di Benigni e colloca la cinepresa fuori dal filo spinato e dalle baracche. Al centro della vicenda c’è, infatti, la casa di un ufficiale nazista, promosso direttore di un campo di sterminio e costretto a lasciare Berlino con l’intera famiglia al seguito. Trincerandosi dietro il segreto militare, l’uomo non rivela neppure ai suoi familiari tutto quello che avviene nel campo e così, quando la moglie scoprirà la verità e insisterà per portare via da quel posto i figli, è già accaduto l’irreparabile. Bruno, il figlio minore di 8 anni, stanco di vivere in un bunker e senza amici, si è avventurato  in segreto nel bosco, spingendosi fino al reticolato di filo spinato che, come gli hanno fatto credere, protegge una fattoria. Qui ha incontrato Schmuel, un bambino ebreo della sua stessa età che indossa un pigiama a righe ed è diventato un numero. E’ iniziata così l’amicizia tra due mondi, quello del Bene e quello del Male, incomprensibile agli occhi degli adulti, ma del tutto naturale per i bambini. Le domande di Bruno – “Cosa succede in questo posto? Perché ci sono tante persone dall’altra parte del recinto?” – avranno una risposta drammatica nelle ultime sequenze quando, per aiutare Schmuel a ritrovare suo padre “scomparso” da tre giorni e per farsi perdonare una cattiveria, il piccolo tedesco si spoglierà dei suoi vestiti, indosserà un pigiama a righe e si introdurrà furtivamente nel campo. L’amicizia tra i due ragazzi si trasforma, allora, nel viaggio dell’innocenza verso la morte.

 Un film duro, coraggiosamente prodotto dalla Disney, che qualcuno vorrebbe  addolcire suggerendo una diversa lettura. “E’ una favola - si dice - un adattamento de Il principe e il povero di Mark Twain”. E, a sostegno di questa tesi, si fa notare come la vigilanza nei campi di sterminio non poteva essere così blanda come appare nel film.

E’ questo il secondo pericolo da evitare, perché anche le favole, come ben sappiamo, hanno una radice storica. E la radice del bambino con il pigiama a righe è di quelle che non si possono e non si devono estirpare. La storia di Bruno è inserita in un contesto che nulla ha da spartire con la fantasia. Da anni, revisionisti e negazionisti dell’Olocausto sono costretti a confrontare le loro tesi con le testimonianze dei sopravvissuti che, superata la fase traumatica, hanno deciso di parlare e di raccontare al mondo cos’era quel fumo nero che si stagliava nel cielo, da dove proveniva la puzza che si sentiva a chilometri di distanza e come si moriva nelle baracche. Mark Herman affronta questo argomento da cineasta e, prima che Bruno si renda personalmente conto di quello che accade nel campo di sterminio, fa in modo che egli possa furtivamente assistere alla proiezione di alcune sequenze di un falso documentario, dove la vita dei detenuti appare sopportabile, se non idilliaca: prigionieri ben nutriti, rispetto dei diritti umani, bambini che giocano. E’ come se mettesse sull’avviso gli spettatori. Attenzione, egli dice, a non cadere nello stesso errore del piccolo Bruno, lasciandosi convincere dalla finzione della propaganda nazista finalizzata a mascherare i crimini di guerra. La verità, invece e purtroppo, è quella sintetizzata nelle ultime scene del film. La mamma, ultimando i preparativi per il trasloco, si accorge che Bruno è scomparso e dà l’allarme. Inizia una disperata e inutile corsa di familiari e militari. Dalla casa al bosco, dal recinto al campo: troppo tardi per impedire la tragedia. Anche dopo l’accensione delle luci in sala, ci si porta dentro, come punizione per l’ottusità degli adulti, la colonna sonora del grido della donna, il primo piano disperato del fanatico militare nazista e l’inquadratura dei pigiami a righe lasciati fuori dalle docce, “in ordine per ritrovarli facilmente”, come cinicamente veniva detto ai condannati.  

Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Striped Pyjamas)

Regia: Mark Herman

Con: Asa Butterfielde, Vera Farmiga, David Thewlis, Rupert Friend, Cara Horgan, Zsuzsa Holl

Gran Bretagna, USA, 2008

Durata: 93’