
Neorealismo all’iraniana
Piccoli ladri di Marziyeh Meshkini
Gran bella famiglia di cineasti quella dei Makmalbaf. Dopo Mohsen
(Pane e fiori, Il silenzio, Viaggio a Kandahaar), abbiamo conosciuto la figlia Samira (La
mela, Lavagne, Alle cinque della sera) ed ora è arrivato il turno della
moglie, Marziyeh Meshkini che ha
presentato a Venezia, nell’edizione 2004, Piccoli ladri. Fedele al tema del neorealismo all’iraniana, anche lei ha scelto una storia
angosciosa, ispirandosi alla disastrosa situazione dell’ Afghanistan, che non
riesce a liberarsi completamente dalla guerra, dalla fame e dall’integralismo
dei talebani. Non è, come sappiamo, un tema
originale, ma ciò non giustifica l’insofferenza di qualche critico che ha accusato la regista di “abile e trito modus operandi volto a far scendere la lacrimuccia
e ad impietosire il pubblico occidentale, operazione cinematograficamente
irrilevante e moralmente condannabile.” (Manuel Billi,
www.spietati.it/archivio/recensioni)
Spiacente, ma sono di tutt’altro
avviso. Piccoli
ladri non sarà un capolavoro, ma ha il pregio di riportare ancora una
volta alla ribalta il dramma che, soprattutto i bambini, vivono a Kabul e in altre
città del martoriato Afghanistan.
Gioca sulle metafore, strappa amari sorrisi, ha qualche lentezza narrativa, ma
fa riflettere. E tanto basta per elevarlo al di sopra di
certe insulse pellicole che ci tocca vedere.
Zahed
e Gol Ghoti, fratello e sorella di Kabul, sono rimasti soli. Entrambi i genitori, anche se per motivi
diversi, sono finiti in carcere. Il padre, ora prigioniero degli americani,
quando era andato in guerra non aveva più dato notizie di sé per cinque anni. La
madre, allora, credendolo morto, si è risposata per dare da mangiare ai figli.
Pessima idea, giacché non solo il secondo marito l’ha
lasciata subito vedova, ma il primo, mullah talebano,
al suo rientro l’ha accusata di adulterio,
l’ha ripudiata e non intende più perdonarla. E’ così che i due bambini sono
costretti ad arrangiarsi da soli, vagando per la città semidistrutta,
raccattando legno e carta nelle discariche per rivenderli e per riscaldarsi.
Quando riescono a procurarsi un tozzo di pane secco lo
insaporiscono affumicandolo sui vapori della carne alla brace e si nutrono come
cani randagi. E’ per questo che, a differenza di altri
loro coetanei, non vedono in un cagnolino abbandonato l’odiato nemico, ma un
innocente compagno di sventura. Il loro problema maggiore, tuttavia, è dove
passare la notte. L’hanno risolto diventando prigionieri di notte, ovvero andando a dormire in carcere, nella
stessa cella della madre. Ma, un giorno, un sovrintendente scopre la loro
presenza e vieta loro l’ingresso, perché il carcere non è un orfanotrofio ma un
luogo dove vengono rinchiusi i criminali. Per tornare
con la mamma, allora, ai due bambini non resta altro da fare che tentare un
furto. Ma quando si è dolci e teneri come i nostri piccoli ladri
non è facile diventare, da un giorno all’altro, delinquenti.
L’infanzia abbandonata, dunque, ancora una volta
sullo schermo. L’idea di condurre i due fratellini che non sanno rubare in una
sala cinematografica deserta per trarre spunto da un vecchio film d’arte noioso
in bianco e nero che corrisponde al capolavoro di De Sica Ladri di biciclette, non è solo un omaggio al neorealismo italiano,
come ha affermato la regista, ma anche un’ideale linea tematica
che congiunge l’infanzia di oggi e di altri paesi a quella di ieri e nostra.
Sotto qualsiasi cielo e sotto tutti i regimi, a soffrire
sono sempre i bambini. “Chi ci pensa a noi?”, chiede in continuazione Gol Ghoti. Non ottiene
risposta nemmeno dal padre ottuso che pensa più a vendicare il disonore subito che a salvaguardare la
salute dei suoi bambini. La verità è che, a Kabul come in mille altri posti, oltre
al cibo, ai vestiti e ai medicinali, manca soprattutto il calore dell’affetto.
A voler leggere attentamente questo film si nota, infatti, come più di una
volta venga
inquadrato in primo piano il fuoco. Non è solo un espediente tecnico, ma un
preciso messaggio lanciato dalla regista. In certi paesi martoriati dalla
guerra e dilaniati da conflitti interni si confonde il furore con il calore. I
cani di combattimento che si sbranano l’un l’altro
sono l’esatto contrario del cagnolino salvato dai due fratellini. Nel loro
vagare senza meta, bimbi e cagnolino si rendono conto
delle contraddizioni della società che ingloba buoni e cattivi, grandi e piccoli,
uomini e bestie, militari e civili in un mondo peggiore del carcere.
Neorealismo all’iraniana, si diceva, non solo per i richiami evidenti a scene e
situazioni della più bella stagione del nostro cinema, ma anche per esplicita
ammissione della regista: “E’
stato un modo per esprimere un ringraziamento al neorealismo italiano a cui il
mio film é vicino (…) L'idea del film é nata nel 2002 quando sono andata in
Afghanistan come assistente alla regia di Samira Makhmalbaf che girava Alle cinque della sera. Durante
la ricerca della location siamo capitati in un carcere
dove i figli delle detenute vivevano come prigionieri insieme alle loro mamme.
Mi hanno spiegato che i piccoli erano lì tutte le
notti perché non avevano nessun altro che si potesse occupare di loro, né una
casa dove stare. Di giorno si guadagnavano in qualche modo da vivere sulla
strada. La vicenda mi ha colpito molto e due anni dopo
eccola nel mio film”.
Piccoli ladri (Titolo
originale Sag-haye velgar . In inglese: Stray Dogs)
Regia: Marziyeh Meshkini,
Con:
Gol Gothi, Zahed, Agheleh Rezaii, Sohrab Akbari e il cane Twiggy
Iran,
2004
Durata: