OSAMA

 

Osama: l’infanzia negata

 

 

Non sorprende più di tanto la notizia che Osama, dell’esordiente  regista afgano, Siddiq Barmak, selezionato per ottenere una nomination agli Oscar come miglior film straniero, è stato accantonato dai soci dell’Academy Award. Il fatto che, dopo la sua apparizione nella sezione parallela 'Quinzaine des realisateurs' di Cannes, abbia avuto una menzione speciale alla 'Camera d'Or' e che sia stato acquistato dalla United Artists per essere distribuito negli Stati Uniti, significa ben poco. Il mercato, soprattutto quello americano, ha gli occhi rivolti verso il botteghino e se deve sconvolgere gli spettatori lo fa con gli effetti speciali de Il Signore degli Anelli; altro che con piagnucolosi film di una cinematografia che in cento anni è riuscita a produrre, cortometraggi compresi, solo 43 film.

 

Chi ama vedere film spettacolari, pertanto, giri alla larga da questo prodotto. Stesso avvertimento per chi va al cinema solo per distendersi, per evadere, per non pensare. Chi, invece, ha del cinema un concetto del tutto diverso e vuole vedere un bel film - uno di quei film che lasciano il segno - non se lo lasci scappare.

 

Girato anche grazie all’aiuto finanziario di Mohsen Makhmalbaf (che era venuto a conoscenza del progetto mentre girava Viaggio a Kandahar), Osama è uno dei film più interessanti attualmente in circolazione. Questione di gusti, certo; ma anche questione di intendere il cinema come strumento di documentazione, di denuncia, di riflessione, di impegno culturale e sociale.

 

Siamo a Kabul, nel 1996, quattro mesi dopo la presa di potere dei Talebani. La città, devastata dalla guerra, vive nel terrore e nell’impossibilità di manifestare contro il regime. Tre donne - una madre, una nonna e la dodicenne Marina –, dopo la morte dei due uomini della famiglia, sono rimaste sole in casa e cercano di sopravvivere nonostante il perentorio divieto che impedisce loro di lavorare, di uscire da sole per la strada, di mostrare una caviglia scoperta. In preda alla disperazione e pur valutandone i pericoli, la nonna e la madre decidono di ricorrere allo stratagemma di travestire la bambina da maschio e di mandarla alla ricerca di un misero impiego. Con i capelli tagliati e con gli indumenti del padre accomodati alla meno peggio, Marina diventa, dall’oggi al domani, Osama. L’espediente dura poco, esattamente fino a quando tutti i ragazzi del quartiere non vengono condotti a forza nella scuola religiosa talebana e nel centro di addestramento militare, dove vengono impartite anche lezioni pratiche di abluzioni corporali. Una volta scoperta la vera identità della bambina, gli inflessibili giudici emettono la condanna più severa: morte per lapidazione. Il vecchio mullah, che si era invaghito di lei, coglie al volo l’occasione di infoltire il suo harem e, con la scusa di salvarle la vita, la prende  in sposa. Per Marina-Osama si apre un futuro peggiore della morte: come regalo di nozze il marito le concede l'onore di scegliere il lucchetto che la rinchiuderà per sempre.

 

Nella conferenza stampa di presentazione del film, a Roma,  Siddiq Barmak dice: “Osama è la storia amara e tragica della nostra vita, di coloro che hanno perso la propria identità. Il periodo più orrendo, quello in cui nessuno aveva il diritto di decidere qualsiasi cosa. Racconta il terrore. Racconta il dramma continuo e senza fine delle donne in prigione. Ed è la storia di una ragazzina, del fardello di ingiustizie che è costretta a portare sulle spalle”.

 

Un film di denuncia, quindi, che porta alla ribalta, con le mostruosità di un regime, le sofferenze dei bambini. Un “film verità” nato da una storia vera. “Quando ero in Pakistan – aggiunge il regista - volevo fare un cortometraggio. Stavo cercando di trovare dei soggetti e dei personaggi particolari in diverse organizzazioni afgane come quella per gli handicappati, per i bambini che vivono in strada e tramite i quotidiani afgani di Peshawar. Per caso lessi la lettera di un vecchio insegnante afgano che raccontava la storia di una ragazzina che aveva un desiderio bruciante di frequentare la scuola durante il regime talebano, cosa che invece era vietata alle donne. Così si è travestita da ragazzo, si è tagliata i capelli e ha indossato abiti maschili.  Naturalmente, questa storia ha scioccato sia me che i miei amici.”

 

Ci sono, nella storia del cinema, precedenti illustri ai quali questo film spontaneamente rimanda; su tutti, il neorealismo italiano. Anche allora, per denunciare lo squallore della povera gente, De Sica, Rossellini, Visconti e molti altri registi italiani narrarono storie di sciuscià, di figli di ladri di biciclette, di bambini abbandonati a Napoli, Roma, Berlino. Lo fecero prendendo gente di strada, non abituata a stare sul set, ma proprio per questo più vera. Dice ancora Siddiq Barmak: “Ho conosciuto Marina casualmente; era sulla strada a chiedere l'elemosina. Le ho chiesto se desiderava recitare nel mio film e lei è rimasta sorpresa: non comprendeva il significato della parola film. Anche lei è una vittima: i talebani le hanno arrestato il padre, gettandola nella miseria.

 

Non è il cinema che si ripete, ma la vita con tutti i suoi peggiori difetti: la misoginia, l'estremismo religioso, lo sfruttamento, la guerra, le ingiustizie, la mancanza del rispetto dei più elementari diritti umani, l’infanzia negata.

 

C’è una notizia di cronaca “a latere” (della quale, ovviamente, non c’è traccia nel film) che vale la pena portare a conoscenza dei lettori. La piccola protagonista - Marina Golbahari – adesso ha una casa dove vivere e frequenta la quarta elementare. Come dire che il cinema le ha cambiato la vita.

 

Peccato che non accada la stessa cosa a noi. Dopo 82 minuti di forti emozioni e di tenera commozione, torniamo a casa, magari ringraziando il cielo per essere nati in un paese e in un periodo storico in cui quello che abbiamo visto al cinema non lo viviamo  nella realtà. Poi, però (e purtroppo), alla prima occasione ci tuffiamo nella magica evasione de Il Signore degli Anelli e la piccola Osama va a finire nel dimenticatoio. Così va il cinema! Pardon: Così va il mondo!

 

 

Osama

Afghanistan, 2003

Regia: Siddiq Barmak

Con: Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Khwaja Nader, Hamida Refah.

Col. 82’