Ogni cosa è illuminata
USA – Ucraina: andata e ritorno sulle orme del nonno
Per tenere
viva la storia della sua famiglia proveniente dall’Ucraina, Jonathan, giovane
ebreo nato in America, colleziona svariati oggetti: spille, statuette, foto,
cartoline, dentiere, ciarpame. Il tutto
conservato in bustine e sacchetti, catalogato e appeso alle pareti di casa. Il giorno in cui la nonna, prossima a lasciare
questo mondo, gli consegna una vecchia foto, Jonathan decide di compiere un
viaggio in Ucraina per rintracciare la donna ritratta nella foto in compagnia di
nonno Safran e rispondente al nome di Augustine, abitante nel paese di Trachimbord.
Per questo viaggio, Jonathan si affida alla stramba ditta a conduzione
familiare “Viaggi Tradizione” di Odessa,
specializzata nel prestare aiuto a ricchi ebrei alla ricerca di parenti
estinti. L’inevitabile incontro-scontro di diverse culture e mentalità
movimenteranno l’avventura, ma personaggi, luoghi, episodi, panorami, cose e
animali riveleranno che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
Tratto
dall’omonimo libro autobiografico di Jonathan Safran Foer, questo film è un road
movie che, come certi film di Kusturica e di Tim Burton, alternando l’allegria
della commedia e la malinconia del dramma, diverte e commuove. Ripercorrendo le
orme del nonno costretto ad emigrare, dalla natia Ucraina, negli USA, Jonathan
compie più di un viaggio: fisico, storico, culturale, spirituale. Se è vero,
com’è vero, che la riuscita di un viaggio dipende da una serie di fattori
(tempo, luogo, imprevisti e, soprattutto, compagnia), quella di Jonathan deve
fare i conti con Alex, giovane ucraino amante della cultura e della musica
americana e interprete sui generis, con Baruch, nonno
di Alex, apparentemente burbero e cieco, e con Sammy,
un cane guida con qualche rotella fuori posto. E così, attraverso paesaggi
meravigliosi e fiabeschi, saranno in tre a viaggiare, raggiungendo ognuno un
suo personale traguardo e, insieme, la convinzione che qualsiasi tipo di vita
lascia sempre un segno per permettere, a chi ha voglia, di non dimenticare.
Figlio di un
attore teatrale e di una pittrice-taxista, Liev Schreiber, nato nel 1967, fa il suo convincente esordio
nella regia con questo film coraggioso che affronta con delicatezza la realtà
di un paese distrutto dalla guerra e dalla dittatura. Il viaggio esterno è solo
uno strumento per penetrare nello spazio e nel tempo. Il vero viaggio viene
compiuto all’interno dell’animo umano, complice il richiamo degli oggetti e dei
luoghi. Chi è stato ad Auschwitz, rimane impressionato dal filo spinato, dai
forni crematori e dai capannoni dove venivano ammassati i prigionieri, ma non
dimenticherà mai il linguaggio delle cose: pettini, scarpe, pennelli da barba,
occhiali, bambola. Prima di iniziare il suo viaggio, Jonathan è solo un
maniacale collezionista; dopo, è una biblioteca vivente. Il villaggio di Trachimbord è uno dei numerosi shtetl
rasi al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale. Una lapide ricorda che 1024
abitanti sparirono di botto il 18 marzo del 1942. Oggi non è più un luogo
geografico, ma continua a vivere nel ricordo di quanti ne hanno pazientemente
raccolto la storia e le tracce, conservandole e collezionandole. Come Jonathan
negli USA. Come la sorella di Augustine in Ucraina. Incastrare,
tra questi reperti, anche le pagine del libro di Jonathan Safran
Foer e le immagini del film di Liev
Schreiber, non è aggiungere robaccia nella pattumiera
dei rifiuti, ma contribuire a non fare calare il buio sul passato. Tra
piacevoli e indimenticabili sequenze (la presentazione della famiglia di Alex,
l’accoglienza alla stazione con la sgangherata banda, la patata lessa divisa in
quattro, l’arrivo alla meta tra campi di girasoli che non possono non
richiamare De Sica, ecc.) va estrapolata la narrazione dei tragici avvenimenti
accaduti a Trachimbord. Per dare risalto alla
barbarie nazista, la sorella di Augustine ricorda che
prima del massacro fu intimato agli ebrei con vili ricatti di sputare sui
libri, Torah compresa. Tra gli insegnamenti che i piccoli ebrei ricevono dai
loro padri c’è quello di baciare i libri caduti per terra. I miei genitori
volevano che facessi la stessa cosa con il pane. Quando nella nostra società si
è fatto reale lo spettro della crisi e la falce dei provvedimenti si è abbattuta
su scuola, editoria e spettacolo, qualcuno ha detto che con la cultura non si mangia. Pane e libri ancora insieme. Se
illuminiamo con la luce del passato anche la cultura e il sostentamento,
dovremmo considerare la frase monca e chiarirla meglio. Dovremmo dire
apertamente, quello che questo delizioso film lascia intendere: probabilmente con la cultura non si mangia,
ma di certo senza cultura gli uomini si mangiano tra di loro.
Ogni cosa è illuminata (Everything is Illuminated)
Regia: Liev Schreiber
Con: E. Wood, E. Hutz, B. Leskin,
L. Lauret, J. Hrabetova, S.
Samudovski, L. Dezera
USA, 2005
Durata: 106, col.