
Le facce della paura
in Io non ho paura di Gabriele Salvatores
Nel 1991, Gabriele Salvatores ci aveva
regalato, con Mediterraneo, due ore di cinema solare. Dopo quella prova,
giustamente premiata con l'Oscar, erano arrivate, una
dopo l'altra, piccole delusioni: Puerto Escondido nel 1992, Sud nel 1993, Nirvana
nel 1997, Denti nel 2000. Dopo dodici anni, ispirato da un romanzo di
Niccolò Ammaniti (edizioni Einaudi),
ecco Io non ho paura, un film che, narrando l'ingresso traumatico di un
bambino nel mondo degli adulti, offre il pretesto per avviare riflessioni e
dibattiti sul sentimento della paura. "Avviare", non esaurire, perché
quando si parla di bambini nulla è completamente chiaro e del tutto definito.
Michele vive in un imprecisato e sperduto paesino di campagna. La
sua educazione e quella della sorellina più piccola sono
affidate alla madre casalinga, poiché il padre è quasi sempre in giro con il
suo camion. Il gruppetto di amici con i quali,
d'estate, trascorre ore di gioco all'aria aperta è quello di tutti i ragazzi di
tutte le piccole comunità: il capo forte e spesso sadico, i gregari ubbidienti
che votano a seconda di come soffia il vento, la grassona vittima delle
angherie, la piccola piagnona e rompiscatole, la spia. I giochi sono conditi di
gare e di escursioni, di scommesse e di penitenze, di
leggi e di contestazioni, di risate e di malizie. Un giorno, per scontare una
penitenza, Michele è costretto a camminare su un'asse sospesa in aria
all'interno di un casolare abbandonato. Lo spavento per la caduta a faccia in
giù, si tramuta in terrore quando i suoi occhi si fissano su qualcosa di
scheletrico che si muove in una buca profonda e umida. Dopo la paura iniziale,
che gli impedisce di comunicare la sua scoperta persino agli amici, Michele si
fa vincere dalla curiosità e scopre che in quella tana è tenuto prigioniero un
bambino della sua stessa età. In successivi incontri clandestini viene a sapere
che il sequestrato si chiama Filippo, che è figlio di gente ricca, che è stato rapito da malviventi senza coscienza e che è
incatenato come una bestia in attesa del pagamento del riscatto. Dopo un po',
origliando in discussioni che si tengono a casa sua, dove intanto si è
sistemato un misterioso e fosco individuo che si rivelerà la mente della banda,
Michele scopre che anche suo padre fa parte dei sequestratori.
Interrompo qui, momentaneamente, la narrazione della trama. Lo
faccio di proposito perché c'è già un bel po' di materiale per
"avviare" la riflessione sul tema della paura. Che
cos'è la paura?
In coincidenza con l'uscita del film nelle sale, il quotidiano
Dunque, Michele non ha paura, ma angoscia. Tutti i bambini vivono nell'angoscia.
Per esorcizzarla, come si sa, si rifugiano nella fiaba, dove vince sempre il
buono e persino la morte subisce sconfitte. Peccato che, ad
una certa età, essi siano costretti a scoprire la realtà della cattiveria in
ciò che li circonda: nel loro paese e nella loro stessa casa. In questa
storia con intreccio da thriller, Michele prova che cos'è la
paura non tanto nell'antro scuro della morte, ma nella stanza in cui
dorme. Come dire che la paura gli nasce da dentro ed esplode, come vedremo in
seguito, solo quando è costretto ad agire da adulto.
E Filippo? Quando il personaggio entra
nella storia, la sua angoscia è già diventata autodistruzione. Non comprendendo
il silenzio dei suoi genitori e non volendo ammettere che l'abbiano
abbandonato al suo destino, ripete a se stesso "Io sono
morto". Ci vorrà un angelo venuto dal cielo (è per caso che Ammaniti ha chiamato Michele il protagonista? è per caso che la liberazione arriva tramite l'elicottero?)
per farlo rinascere e per proiettarlo nel mondo "aperto" degli altri
ragazzi, in contrasto evidente con l'ottusità dei grandi. E' lo stesso regista
che ci mette al corrente di una sua geniale soluzione
di regia, adottata in funzione contenutistica, quasi a ribaltare i personaggi e
la vicenda, facendo dei sequestratori i veri sequestrati. Dice Salvatores: "La separazione tra i due mondi l'ho voluta sancire anche fisicamente, nello spazio. Gli
adulti sono sempre al chiuso, rintanati in un interno, come in una macchina di
difesa. I bambini fuori, nei campi all'aperto."
La paura, quindi, è dei grandi. Ed è una paura che indossa i mille vestiti dei vizi e delle
debolezze umane. Ammaniti e Salvatores
ce ne offrono un vasto campionario: quella di chi
attende il pagamento del riscatto, quella di chi teme d'essere scoperto, quella
di chi non vuole che i figli sappiano, quella del disonesto, del cattivo,
dell'opportunista, dell'arrivista, del cattivo maestro… Per entrare nel mondo
degli adulti, Michele deve provare, anche se in misura ridotta, qualche dose di
questa paura: accorre in aiuto di Filippo dicendo bugie e non mantenendo la
promessa fatta e si butta tra le braccia del padre malvivente con un gesto che
sembra di accettazione della parte cattiva dell'adulto. "Non diventa
grande immacolato - rileva ancora Galimberti
nell'articolo sopra citato, cogliendo, a mio avviso, nel segno - ma con una
ferita alla gamba che è la memoria del percorso accidentale della sua crescita.
Perché la crescita, ormai si è capito, non avviene senza cicatrici."
Io non ho paura
Italia, 2003
Regia: Gabriele Salvatores
Con: Giuseppe Cristiano, Dino Abbrescia,
Aitana Sànchez-Gijon, Diego
Abatantuono
Col.