Locandina Il cane giallo della Mongolia

 

L’altra scuola de Il cane giallo della Mongolia

 

 

A due anni di distanza dall’Oscar per La storia del cammello che piange, la regista Byambasuren Davaa, mongola con formazione cinematografica tedesca, gira un docu-fiction su una famiglia di pastori mongoli nomadi. Titolo: Il cane giallo della Mongolia.  Un’intera stagione, quella estiva, sintetizzata in 93 minuti, durante i quali l’occhio della cinepresa si sofferma sulla famiglia Batchuluun: padre, madre, tre figli ancora in tenera età. Dal ritorno a casa per le vacanze scolastiche della figlia di sei anni, Nansal, alla smobilitazione della tenda in cerca di un clima più mite, seguiamo una vita d’altri tempi, fatta di semplicità, gesti ripetuti, tradizioni orali, riti religiosi, lavori domestici. Gli unici momenti di apprensione si devono a due smarrimenti: quello di Nansal che, per seguire il cane al quale si era affezionata, non trova più la strada di casa, e quello del figlio più piccolo che, uscito fuori dalla cesta nella quale la madre lo aveva sistemato, per poco non finisce in pasto agli avvoltoi. Le premesse per un’opera lenta e noiosa ci sarebbero tutte se un film fosse fatto solo di storie; ma sappiamo che non è così, sappiamo che nel cinema contano anche le sensazioni. Ed è proprio per le sensazioni che riesce a suscitare che Il cane giallo della Mongolia resta impresso negli spettatori più di tanti film d’azione.

 

Le sensazioni portano inevitabilmente a riflettere su temi e argomenti che la regista propone con delicatezza, senza la pretesa di impartire lezioni. Il primo di questi temi riguarda la strenua resistenza di un mondo arcaico all’avanzare del progresso e della tecnologia. La famiglia Batchuluun ci riporta indietro negli anni, non tanto perché ignora o contrasta l’avvento della tecnologia e dei media, quanto perché riesce ancora a farne a meno. I quaderni, il mestolo di plastica, il peluche, la motocicletta sono chiari riferimenti a un mondo che cambia e che inesorabilmente si farà strada anche tra i Batchuluun, ma nella loro esistenza lo spazio maggiore è ancora occupato dalla natura incontaminata, dai giochi di fantasia sulle forme delle nuvole, dai riti religiosi, dai gesti ripetuti, dall’allevamento del bestiame, dalla preparazione del formaggio, dallo smontare e rimontare la tenda. In tal senso, va letta l’ultima sequenza, splendido esempio di eloquenza delle immagini. La famigliola, che sta traslocando su carri trainati da animali, incrocia un camioncino sul quale è installato un altoparlante. Risuona nell’aria una voce metallica che invita i cittadini a compiere il loro dovere andando a votare. Intorno non ci sono case, villaggi, persone; è evidente che l’invito è rivolto ai coniugi Batchuluun e gli spettatori si aspettano di vedere in primo piano la loro reazione. Vedranno, invece e solo in campo lungo, la carovana dei nomadi che cede la strada al camioncino e continua il suo lento viaggio nella vasta distesa dei campi.

 

In questo mondo completamente diverso dal nostro affascina anche l’educazione dei bambini. In alcune scene si ha l’impressione che i tre piccoli Batchuluun siano seguiti dai genitori con eccessiva superficialità. Si teme che, da un momento all’altro, accada qualcosa di irreparabile, soprattutto quando Nansal, avventuratasi alla ricerca del cagnolino perduto, si sporge su un burrone. La critica al comportamento della madre che, per necessità, ha messo la bambina su un cavallo, incaricandola di vegliare sul gregge al pascolo, si stempera ben presto. L’incauto allontanamento di Nansal si tramuta, infatti, in precoce rito di iniziazione. L’anziana della steppa protegge la bambina, le racconta la fiaba del cane giallo della Mongolia che scompare e si reincarna, la riconsegna sana e salva alla mamma. Analoga disapprovazione nei confronti dei genitori si è tentati di avanzare nella scena della “dimenticanza” del figlio più piccolo. Un gesto di superficialità incomprensibile per genitori abituati a vivere in apprensione continua. Probabilmente, il controllo senza assillo dei bambini è una prerogativa orientale; anche Maria e Giuseppe dimenticarono il piccolo Gesù nel Tempio di Gerusalemme. Certo, ai nostri occhi, appare quanto meno imprudente mandarli a pascolare il gregge in groppa a un cavallo, lasciarli soli a casa, permettere che si arrampichino sulle palizzate, affidarli tutta la notte alla sorellina poco più grande; ma sarebbe interessante sentire il parere dei Batchuluun sui pericoli ai quali sono esposti i nostri bambini in un ambiente pieno di elettrodomestici, prese di corrente, davanzali bassi, auto che sfrecciano…  E’ un’altra scuola, quella che la regista mongola ci propone. Una scuola di vita che si fonda su espedienti pratici per inculcare norme e impartire insegnamenti. “Prova a mordere il palmo della tua mano”, dice la mamma a Nansal. La bambina ci prova e non ci riesce. La mamma, allora, conclude: “Non puoi possedere tutto quello che vedi”. Bella lezione su come non cedere ai capricci dei bambini e su come insegnare loro che la vita è fatta anche di privazioni. Ma cosa vuole, in fondo, Nansal? Vuole Macchia, il cagnolino dal muso nero che ha trovato in una grotta e al quale si è affezionata. I bambini non stanno a guardare il curriculum dei loro amici e non capiscono quale pericolo si possa nascondere in un animale docile e tenero, anche se cresciuto in mezzo ai lupi. Hanno fiducia e basta. Bella lezione di tolleranza impartita, questa volta, dai bambini agli adulti. Come bella lezione di cinema etico e antropologico è questo film, soffice come una fiaba, genuino come la vita dei protagonisti. 

 

 

Il cane giallo della Mongolia  

(Die Höhle des gelben Hundes)

Regia: Byambasuren Davaa

Con:  La famiglia Batchuluun
Mongolia/Germania, 2006

Durata: 93’