Miracolo a Le Havre

 

La finestra del cinema si apre sul mondo e non può stupire più di tanto se il panorama che si presenta a registi europei di diversa cultura, età e provenienza ha molti punti in comune. L’emergenza emigrati, che Olmi ne Il villaggio di cartone e Crialese in Terraferma hanno messo in evidenza a Venezia 2011, era stato già oggetto di attenzione a Cannes.  Merito di Aki Kaurismäki - il regista finlandese già apprezzato per Nuvole in viaggio (1996), L’uomo senza passato (2002), Le luci della sera (2006) – e del suo Miracolo a Le Havre.  La città portuale della Normandia fa da sfondo ad una favola moderna che richiama vecchi capolavori firmati Chaplin, Carné, Tati, De Sica. Si sorride e ci si commuove come avveniva una volta, con dolcezza e con quel pizzico di poesia che abbellisce persino la povertà. La sequenza di apertura vale già un intero film. Alla stazione ferroviaria scende un distinto signore con una valigetta in mano. Di certo quella valigetta contiene qualcosa di prezioso, perché l’uomo la tiene incatenata al polso anche quando si siede davanti a un lustrascarpe. Intorno, gente sospetta. L’uomo intuisce il pericolo, si alza di scatto e si allontana. Stridio di un’auto in corsa e un colpo di pistola.  Il lustrascarpe commenta: “per fortuna aveva pagato!”.

Eccolo il nostro protagonista: si chiama Marcel Marx, fa un mestiere d’altri tempi, vive in una casa modesta con la moglie Arletty e la cagnetta Laika, frequenta il bar del quartiere. In seguito, sapremo di lui qualcosa di più: che era uno scrittore bohémien parigino ritiratosi in volontario esilio, che mette da parte come una formichina gli spiccioli che guadagna, che va a bere qualche bicchiere di vino in un bar di un quartiere popolare di Le Havre e, soprattutto, che ha un cuore d’oro. La malattia della compagna e l’incontro fortuito con Idrissa, un ragazzino africano immigrato clandestinamente e braccato dalla polizia, gli cambiano la vita. In verità, più la seconda che la prima, giacché Arletty non vuole che i medici rivelino a Marcel la gravità del suo male. Marcel, ignaro del dramma che sta vivendo la sua compagna, limita le sue visite in ospedale per dedicarsi completamente al  piccolo Idrissa, desideroso solo di raggiungere la madre in Inghilterra. Ci riuscirà, nonostante la cattiveria di un vicino di casa spione e le difficoltà per reperire indirizzi e soldi, grazie alla comprensione di un ispettore stanco di ubbidire ciecamente agli ordini ministeriali e alla solidarietà di alcuni abitanti del quartiere. Con la sua filantropia, Marcel non compie miracoli, ma solo gesti di bontà. Del vero miracolo a Le Havre, invece, egli e Arletty saranno beneficiari, perché lasciano il male incurabile in ospedale e vedono rifiorire, con il ciliegio di casa, anche la loro vita.

Dice Kaurismäki: Non accade spesso che il cinema europeo affronti il tema della sempre più grave crisi economica, politica e soprattutto morale che ha portato alla questione irrisolta dei profughi: persone che arrivano dopo mille difficoltà nell’Unione europea e subiscono un trattamento irregolare e spesso inadeguato. Non ho soluzioni da proporre, ma ho voluto in qualche modo affrontare la questione, anche se in un film che ha poco di realistico”.  Se si sostituiscono alcune parole (cinema italiano al posto di cinema europeo; poveri al posto di profughi; Italia del secondo dopoguerra al posto di Unione europea) sembra di sentire il duo De Sica-Zavattini commentare Miracolo a Milano. In quel film i colori della fiaba erano più accentuati e i poveri evadevano verso un paese dove “buongiorno vuole dire davvero buongiorno” a cavallo di scope; in questo ci si affida ad un’atmosfera vagamente surreale, a concerti di beneficenza, a nascondigli e ad inspiegabili improvvise guarigioni. Restano, in comune, le trovate geniali, l’humour, la caratterizzazione dei personaggi, l’alternarsi di nebbie e raggi di sole, le allegorie, il recupero dei buoni sentimenti, l’ottimismo di fondo. E’ un vero peccato che questo Miracolo si compia solo sullo schermo.  

 

Miracolo a Le Havre (Le Havre)

Regia: Aki Kaurismäki

Con: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo

Finlandia, Francia, Germania, 2011

Durata: 93’, col.