Locandina Era mio padre

 

 

L'errore di idealizzare la figura paterna

Era mio padre di Sam Mendes

 

 

Crescere significa prendere coscienza di ciò che ci circonda, aprire gli occhi e capire. Per un bambino, le cose da capire possono essere buone o cattive; e il suo modo di aprire gli occhi sulla realtà può essere graduale o improvviso. Ne deriva che il modo peggiore di crescere è quello di aprire improvvisamente gli occhi su cose cattive.

Nell'Illinois degli anni Trenta, Michael O'Sullivan (Tom Hanks) è un uomo innamorato della moglie e un severo padre di famiglia.  I due figli ignorano la sua vera professione e, un giorno, il più grandicello, Michael jr., spinto dalla curiosità, decide di seguirlo di nascosto. Scopre, così, di avere un genitore che si guadagna lo stipendio eseguendo stragi su commissione, un killer, un "angelo sterminatore" al servizio del potente boss John Rooney (Paul Newman). E' il primo di una serie di traumi, giacché il ragazzo viene scoperto a sua volta e innesca senza volerlo un meccanismo impietoso: il boss che ordina lo sterminio dell'intera famiglia, i due Michael che sfuggono per caso alla carneficina e cercano riparo da lontani parenti, O'Sullivan che si trasforma da preda in cacciatore. Il tutto tra rapine, agguati e trappole fino all'inevitabile duello finale (che, per rispetto delle più elementari norme di correttezza narrativa, conviene non svelare).

Avevo visto il film a Venezia nel settembre del 2002 - da mezzanotte alle due e dopo averne visti altri 4 nello stesso giorno - e non  mi era dispiaciuto, ma i giudizi che si formulano in quell'occasione sono sempre pericolosi, perché inevitabilmente condizionati dal fresco paragone con altre opere, dalla stanchezza, dal sonno. E' come se si pretendesse di giudicare una pietanza in uno di quei pranzi di nozze dove le portate sono infinite. Le abbuffate si fanno e basta; poi, magari, ci si ritorna con calma. Ed è con calma che intendo ritornare su questo Era mio padre di   Sam Mendes, alla sua seconda prova dopo American Beauty, che ha come titolo originale Road to perdition, dal voluto duplice significato, visto che la lontana parente alla quale il killer intende affidare il bambino superstite è una zia che abita nella città di  Perdition. Reso il dovuto omaggio alla bravura di Tom Hanks e dell'inossidabile Paul Newman, alla fotografia da Oscar e alla regia, è bene soffermarsi sul contenuto, perché il film si presta a considerazioni di altro genere, come quella dell'improvvisa crescita di un bambino cui si accennava all'inizio. Il piccolo Michael scopre ciò che tutti abbiamo in certo qual modo scoperto: si sbaglia ad idealizzare la figura paterna. E la storia, che può sembrare un ennesimo film di gangster, o un fumetto western, si muta in racconto psicoanalitico su problematici rapporti familiari; doppio racconto, addirittura, giacché Michael O'Sullivan senior, adottato e amato dal boss John Rooney quanto e più del figlio naturale Connor, è costretto a sua volta a ribellarsi, a mutare in odio  il profondo affetto che l'ha legato per anni al Padrino. La lettura psicanalitica è giustificata anche dal punto di vista tecnico. Mendes, infatti, non indugia con piacere sulle inevitabili sequenze di violenza pura e ricorre ad espedienti registici che prediligono la prospettiva psicologica, come la soggettiva e l'accenno, il velo della pioggia nella sparatoria muta (forse la più bella scena di tutto il film) e la "delicata" rapina alla banca. Non è certamente per caso che Tom Hanks, parlando del suo personaggio abbia detto: "Questo film parla di quel preciso momento in cui viene rivelata la verità, quando ci si accorge che il proprio padre ha dei limiti, dei difetti. Il tuo mondo va in pezzi oppure è l’inizio di una nuova consapevolezza, del fatto che tutti gli esseri umani hanno dei limiti".

Fra non molto, forse,  (è giusto dire "forse", visto che sposto il discorso in Italia, dove non si capiscono mai i veri motivi per cui certe cose - come il blocco di un film in lavorazione -  accadono) vedremo nelle sale un film di Gabriele Salvatores tratto dal bel romanzo di Niccolò Ammaniti "Io non ho paura". E' la storia di un ragazzo di paese che scopre, per caso, all'interno di una buca, un suo coetaneo rapito e incatenato in attesa che venga pagata la somma per la sua liberazione. Tra i banditi,  quasi tutti balordi locali, c'è pure suo padre. Un altro racconto sul rapporto complesso e contraddittorio tra padre e figlio; sullo sfondo, una serie di viaggi che il protagonista fa per portare conforto alla piccola vittima con la quale ha fatto amicizia. Sulla strada della perdizione intrapresa dagli adulti, i ragazzi - americani degli anni Trenta o italiani di oggi - tentano un percorso contrario, verso la redenzione e la salvezza.

Da Mendes a Salvatores, da Max Allan (è suo il romanzo Road to perdition) ad Ammaniti: il tema dell'amore e delle difficoltà del legame tra padri e figli, tra adulti e ragazzi è sempre attuale e, purtroppo, non sempre con finali lieti. Luc Besson, nel 1994, aveva scandalizzato i benpensanti con Leon che salvava la vita alla dodicenne Mathilda e poi le insegnava il mestiere di killer. Si disse, allora, che "la fantasia dei cineasti era proprio fertile" e con questa giustificazione, in qualche modo, si accantonò la discussione sulla responsabilità degli adulti nell'aggressività degli adolescenti. A livelli più ufficiali si avanzò anche l'ipotesi di una censura cinematografica per scongiurare il pericolo dell'emulazione incosciente. Qualcuno è ancora convinto della bontà di questa tesi e addossa grosse responsabilità a sceneggiatori e registi che insistono sull'argomento. Ad aprire gli occhi bisognerebbe essere in tanti: i traumi non arrivano solo dallo schermo. Quotidiani e media -  con le prime pagine, i servizi speciali e la spettacolarizzazione - ci ricordano ogni giorno gangster movie con insospettati e maniaci killers, dark ladyes, padrini… Qualche titolo made in Italy?  "Tre ragazzine, la setta satanica, la suora", "Erika ed Omar", "Il  mistero di Cogne", "Sangue nella lavatrice", "Desireé: il casolare della morte"… Ma, forse e purtroppo, prima che voi leggiate ciò che sto scrivendo la lista si allungherà.

Era mio padre (The Road to Perdition)

USA, 2002

Regia: Sam Mendes

Con: Tom Hanks, Paul Newman, Jude Law, Stanley Tucci

Col. 117’