Luna papa

Quadro naif in movimento

 

 

Immaginiamo che un quadro, improvvisamente, esca dalla sua immobilità e prenda vita sotto i nostri occhi.  Accadrebbe, allora, quel miracolo che aveva affascinato il piccolo Ingmar Bergman. “I miei rapporti con il cinema – scrisse il grande regista svedese – risalgono al mondo della mia infanzia. Mia nonna aveva un vecchio appartamento assai grande, a Uppsala. Avevo l’abitudine di sedermi sotto il tavolo da pranzo, ad “ascoltare” il sole che penetrava dalle enormi finestre. Le campane della cattedrale rintoccavano e i raggi del sole si spostavano, “suonando” in un modo particolare. Avevo cinque anni; un giorno – l’inverno aveva ceduto alla primavera – dall’appartamento accanto si udiva il suono di un pianoforte. Suonava un valzer. A una parete della stanza era appeso un grande quadro di Venezia. Come i raggi del sole avanzarono sul quadro, l’acqua del canale cominciò a scorrere, i piccioni si alzarono in volo dalla piazza, persone gesticolanti scambiavano inaudibili conversazioni; le campane suonavano – non quelle della cattedrale di Uppsala, quelle del quadro. Perfino la musica del pianoforte sembrava provenire da quello straordinario quadro di Venezia”. (I. Bergman, Quattro film, Einaudi, Torino 1964, pagg. XI-XII)

Ma i quadri, come i film, non sono tutti uguali e, di conseguenza, ognuno di essi acquista un suo particolare movimento. Ci sono quelli d'epoca che si muovono con maestosa lentezza e quelli moderni dal frenetico ritmo, quelli d'autore che hanno movenze eleganti  e quelli dozzinali dall’incedere sgraziato, quelli preziosi che attirano l’attenzione di tutti e quelli di scarso valore che nessuno nota. E ci sono anche quelli naif - figurativi, fatti da autodidatta, non legati a scuole e accademie, con moduli stilistici elementari e immediati, miranti a dare una visione magicamente suggestiva della realtà - che, a dispetto di quanti arricciano il naso e storcono il muso, hanno i loro estimatori e un loro mercato.

Luna papa è un quadro naif realizzato con colori vivaci in frenetico movimento, un miscuglio di realtà e immaginazione che dà vita a una storia sconfinante nella fiaba dove trionfano sentimenti infantili. Vedendolo, non si può fare a meno (e giustamente) di pensare a Kusturica – quello di Underground e Gatto nero, gatto bianco -, grande amico dell’autore, un giovane regista tagiko che ha studiato cinema a Mosca e che ha un nome impronunciabile: Khudujnazarov. Quello che succede in Luna papa non è facilmente raccontabile e, se lo fosse, non  renderebbe sufficientemente chiari i movimenti che il quadro acquista quando diventa film. Tentiamo comunque una sintesi, se non altro per soddisfare la legittima curiosità di chi sente per la prima volta questo strano titolo.

 

Mamlakat è una ragazza che vive in un villaggio sulle rive del mar Caspio. Le urla del padre, collerico ma affettuoso con i figli, e le stranezze del fratello traumatizzato dalla guerra in Afghanistan, non le impediscono di vivere il sogno della sua vita: diventare un’attrice famosa. Felliniana quanto basta (un misto di Gelsomina de La Strada , di Cabiria de Le notti di Cabiria e dell’ingenua sposina de Lo sceicco bianco) e a tratti bressoniana (la tragica Mouchette), Mamlakat va alla ricerca di colui che l’ha sedotta e abbandonata in un’Asia centrale percorsa da soldati allo sbando e tempestata da animali che piovono dal cielo. La sua odissea tragicomica, caratterizzata da allegorie e metafore, visioni e invenzioni, si trasformerà in fiaba e, a narrare le sua gesta, sarà il bambino che si porta in grembo.  

 

Pur non conoscendo il vero motivo per cui Khudujnazarov abbia deciso di affidare la narrazione alla voce fuori campo del figlio che deve ancora nascere, ci piace immaginare nella sua scelta una certa influenza del pensiero di Corneille quando scrisse: “A raccontare i propri mali, spesso vi si porta sollievo “. Mali che vanno al di là dei personaggi della storia e del villaggio dove avvengono i fatti, per raggiungere la realtà disastrosa di una società come quella post sovietica che insegue sogni e spera sempre di spiccare il volo. Inseguimento e volo che costituiscono l'elemento costante, la parola chiave, il fil rouge di tutto il film. Forse, solo chi guarda Luna papa con questa particolare attenzione sarà in grado di gustare completamente il “movimento del quadro”, di entrare in uno di quei giochi collettivi di inseguimento che comprendono anche le visioni dei film e che, a sentire Pascal (“gli uomini si dedicano ad inseguire una palla o una lepre; è il piacere persino dei re”), affascinano tutti.

Inseguimento inteso nella duplice direzione della ricerca di qualcosa o di qualcuno e della fuga da qualcosa o da qualcuno. In Luna papa, infatti, tutti cercano (il padre del bambino, la pace, il cibo, il nemico…) e tutti fuggono (da chi vuole vendicarsi, punire, uccidere, costringere…), in un "guardie e ladri" picaresco, in una "caccia al tesoro" paesana, in un gioco di massa. “I giochi mettono i filosofi  in imbarazzo”, scrisse Sinisgalli, alludendo probabilmente al fatto che essi non sono solo passatempo, ma anche sfida alla fortuna, competizione, travestimento, vertigine.

Volo  inteso come movimento per librarsi oltre gli altri (anche l'attore "vola"), fuga dalla realtà, libertà e vitalità, fantasia, mito (Icaro e Dedalo) e letteratura (dal tappeto volante della tradizione delle Mille e una notte al viaggio di Astolfo sull'ippogrifo a riprendere il senno di Orlando). Volo che in Luna papa appare in una sconfinata serie di toni cromatici: da quello reale (l'aereo), a quello ricreato nella fantasia di un demente; da quello fiabesco del tetto di una casa di Samarcanda, a quello di uomini e animali; da quello visto come evasione dalla realtà, a quello della recitazione artistica. Un volo considerato nelle sue tre principali fasi di  decollo-viaggio-atterraggio, visto nelle più  spericolate evoluzioni e  con vari mezzi di locomozione (aereo, macchina, carro armato, barca, chiatte, treno, bici, sidecar, ambulanze, macchine della polizia…) e, considerato che  anche il cinema è volo, rappresentato tecnicamente nella velocità del montaggio e dei movimenti interni alle inquadrature.

Inseguimento e Volo che sono ingredienti indispensabili del gioco di squadra, nel quale anche se vince uno solo dei componenti è come se vincessero tutti. Nella famiglia allargata del villaggio e in quella ristretta e incompleta della sedicenne Mamlakat (un padre e due figli, con l’assenza/presenza della madre morta; una madre e un figlio nascituro, ma vivo, con la presenza/assenza del padre), se vola una sola persona è come se volassero tutti,  fratello demente compreso, al sorriso del quale è affidata la chiusura e/o lo sberleffo finale.

 

 

Luna Papa

Germania, Austria, Tagikistan, 1999

Regia: Bakhtiar Khudojnazarov

Con: Chulpan Khamatova, Ato Mukhamedshanov, Moritz Bleibtreu, Merab Ninidze

Col. 106’