Locandina Alla luce del sole

 

 

Come può il sorriso dei bambini fare paura?

Alla luce del sole  di Roberto Faenza

 

 

 

15 settembre 1993: un prete di 56 anni, Don Giuseppe Puglisi, viene ucciso al centro della piazza del quartiere Brancaccio di Palermo, lo stesso quartiere  dove aveva trascorso la sua infanzia e dove svolgeva il suo apostolato. Prima di morire, guardando in faccia i suoi assassini che conosceva benissimo, dice: “Vi aspettavo”. Oggi, dopo le dichiarazioni dei pentiti, sappiamo il motivo vero per cui la mafia decise di eliminarlo: “Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole. Per questo lo abbiamo ammazzato”. Dunque, dove c’è la mafia si muore anche perché si tolgono i bambini dalla strada e perché si parla troppo.

Che la parola dia fastidio a chi ama il silenzio è una cosa risaputa, giacché il più classico dei motti mafiosi recita: “Niente so, niente ho visto e niente ho detto; e se quello che ho detto costituisce delitto, è come se non l’avessi detto!” Può sorprendere, invece, il divieto di togliere i ragazzi dalla strada. Precisiamo, allora, questa legge mafiosa che non sta scritta da nessuna parte, ma alla quale difficilmente ci si può opporre. Chi nasce in certi quartieri è già marchiato dalla nascita: è un “caruso di strada”, destinato ad infoltire la manovalanza della malavita organizzata ed è inammissibile la sua conversione in ragazzo d’oratorio, boy scout, chierichetto. Per lui non ci sono suore con chitarre e giovani che organizzano lotterie di beneficenza, ma catechisti laici che lo fanno diventare “uomo di panza e di sostanza” allontanandolo dai banchi della scuola, mettendogli in mano un coltello al posto di un giocattolo, avviandolo sulla strada delle scommesse clandestine e dello spaccio di droga, regalandogli motorini per scorrazzare nelle viuzze e bombolette spray per scrivere sui muri “W la Mafia”, come segno di esultanza dopo un massacro. 

 

Ai bambini di Brancaccio Roberto Faenza dedica Alla luce del sole, un film che ci riporta agli anni bui degli  attentati firmati dalla mafia a Roma, Firenze e Milano e delle terribili stragi di Capaci e di Via Amelio. 

 

Agli stessi bambini Don Pino Puglisi, che di quel quartiere conosceva tutta la sottile e perfida aria di violenza che vi si respirava, aveva dedicato la sua vita. Voleva “aiutare la gente per bene a camminare a testa alta”: una cosa giudicata dai boss tanto pericolosa quanto le indagini che stavano facendo sui loro conti i giudici Falcone e Borsellino. Dal giorno del suo arrivo a quello del suo sacrificio passano poco più di due anni e, in apparenza, tra la chiesa vuota dell’inizio del film e la piazza deserta della fine non c’è molta differenza: lo stesso prete ammutolito sull’altare boccheggia morente sull’asfalto. Nessun fedele lo ha accolto, nessuna anima buona lo soccorre. In realtà, all’interno di un lungo flashback, ci sono: un campetto di calcio che ha preso il posto della strada, una prostituta ancora adolescente che trova un amico vero, bambini che sorridono, un fabbricato abbandonato che è diventato un luogo d’accoglienza, delle ore di religione in cui gli alunni prendono coscienza della manipolazione della stampa, una coraggiosa raccolta di firme per avere una rete fognaria, una processione in onore di San Gaetano senza sprechi di fuochi d’artificio e falsa devozione, ragazzi che passano dalla mattanza di animali alla contemplazione del cielo stellato, bustarelle rifiutate, prediche coraggiose fatte sul sagrato della chiesa, sfide di sguardi e di parole alla luce del sole.

 

Eccola la strada scelta da Don Puglisi e sottolineata dal bel film di Faenza: il coraggio come risposta alla sopraffazione. Il coraggio della vittima che genera paura nel carnefice. La frase più eloquente, a tal proposito, è una domanda spiazzante: come può il sorriso dei bambini fare paura? Può; certo che può. Può fare paura per una serie di motivi: perché è sintomo della trasformazione delle coscienze, è l’opposto della corruzione, disarma chi si crede padreterno e mammasantissima, è risposta civile a chi usa la cinghia dei pantaloni per imporre la propria legge.

 

Contrariamente a quanto sarebbe stato logico, vedendo Alla luce del sole non ho pensato a I cento passi di Marco Tullio Giordana, ma a un altro bel film che lo stesso Faenza realizzò nel 1994: Jona che visse nella balena. Protagonista di quella storia era un piccolo ebreo olandese che spalancava gli occhi sulla barbarie nazista e trovava la forza di sorridere solo alla fine e grazie all’affettuosa accoglienza di una coppia di anziani coniugi. In quel film, per continuare a sperare, non si poteva fare a meno di aggrapparsi al sorriso del bambino. In questo film, la muta processione dei bambini che vanno a depositare i loro giocattoli sulla bara dell’amico prete sarebbe un mesto de profundis se non fosse seguita dalla poetica immagine finale del monello che sorride a chi l’ha tolto dalla strada. Gli adulti si nascondono vigliaccamente dietro le persiane; i bambini escono allo scoperto e dimostrano con la semplicità dei loro gesti  che nessun colpo di pistola può annullare il bene che si compie.

 

 

Alla luce del sole

Regia: Roberto Faenza

Con: Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna, Giovanna Bozzolo, Lollo Franco

Italia, 2005

Durata: 92'