Anche libero va bene

Difesa e attacco nella gara della vita

 

 

Nel gioco del calcio, chi ricopre il ruolo di libero ha una duplice funzione: quella di sostenere la difesa e, all’occorrenza, di spingersi in avanti per potenziare l’attacco. Fortunata quella squadra che può contare su un “libero fluidificante”, perché si difende e attacca sempre con un uomo in più. L’espressione, che svela il vero significato del titolo di questo debutto nella regia di Kim Rossi Stuart, arriva alla fine, ma non si coglie nel segno se la si interpreta come una felice frase inserita per caso nella sceneggiatura. Tutt’altro. Nella sua valenza polisemica essa è, infatti, la chiave di lettura per comprendere i comportamenti dei personaggi di un gruppo di famiglia in un interno passati ai raggi x dal sorprendente neoregista italiano. Il lessico calcistico ben si adatta al microcosmo di Anche libero va bene dove, ciascuno a suo modo, interpreta la vita come una gara e, di conseguenza, è costretto a difendere e attaccare secondo le circostanze.

 

Di questa famiglia, Renato è il padre. Un padre che deve tutelare il suo lavoro, la sua casa, i suoi figli, se stesso. Per questo tenta di trasmettere la voglia di lottare e di primeggiare soprattutto al figlio maschio, promettente campioncino di nuoto. Ma si deve difendere da chi non lo paga, da chi gli impone un modo diverso di vedere le cose, da chi lo ha costretto a ricoprire il duplice ruolo di padre e di madre. Tramuta, allora, questa difesa in attacco con improvvisi scoppi d’ira, perché ormai non si fida di nessuno, soprattutto della moglie Stefania che sparisce e ricompare senza preavvisi e giustificazioni. Il guaio è che Stefania è una donna mobile, qual piuma al vento. Malata di un’immaturità cronica, promette e non mantiene, piange e ride, chiede perdono al marito e lo tradisce, cerca i figli e li abbandona. Il “ruolo di libero” è l’unico ruolo che conosce e ad esso si adatta, consapevole di non saperne e non poterne interpretare altro. Viola, la figlia adolescente, la difende fino a quando può, entusiasmandosi per il suo ritorno e intercedendo presso il padre. Poi, cede anche lei all’evidenza dei fatti. Discorso a parte merita, invece, Tommi, il figlio undicenne, intorno al quale il regista costruisce l’intera vicenda. A casa, a scuola, nella società, ogni sequenza sembra congegnata per farci scandagliare meglio il mondo di questo ragazzino; operazione facilitata dalla bravura del piccolo Alessandro Morace, scovato dopo una serie di provini in una scuola romana.

Dalla diversa interpretazione del ruolo di libero dipende il  diverso modo di affrontare la vita. Nei rapporti tra genitori e figli l’esperienza dei primi dovrebbe compensare l’immaturità dei secondi. E’ così che, all’inizio del film, ci si presenta la famiglia di Anche libero va bene. Non c’è la madre, ma nessuno sembra soffrirne più di tanto. L’equilibrio familiare sostanzialmente raggiunto si rompe, per ironia della sorte, proprio all’arrivo di Stefania. Ed è allora che i ruoli si ribaltano. La madre fragile e immatura che trema, piange, implora e chiede perdono è sostenuta dalla figlia che, in un certo senso, l’ha sostituita durante la sua ingiustificata assenza. Se Tommi non l’accoglie con lo stesso entusiasmo della sorella è perché ha esperienza e sa che “se ne andrà di nuovo”. E l’esperienza non è di certo l’unica dote che, a soli undici anni, Tommi già possiede. Egli non ha paura di correre rischi, sa impartire lezioni di tolleranza ai compagni, sa costruirsi nuove amicizie e rinunciare alla settimana bianca, sa osservare con distacco gli altri, sa controllare e mascherare i primi turbamenti affettivi per una compagna di scuola; soprattutto, sa fare da padre a suo padre, invitandolo a desistere nei litigi di lavoro, sopportandolo pazientemente nelle sue escandescenze,  smussandogli la testardaggine del nuoto ad ogni costo, rifiutandolo e abbracciandolo, facendolo sciogliere nel pianto finale. E’ Tommi, insomma, il libero fluidificante della squadra, il personaggio che esce fuori dallo schema della famiglia e dal nido-prigione per guardare dall’alto il fluire della società. Più che a I bambini ci guardano di De Sica, o a Incompreso di Comencini, Anche libero va bene si ricollega a un film tedesco del 2003 poco noto – Il miracolo di Berna di Sonke Wortmann - e al celebre I 400 colpi di Francois Truffaut. Il richiamo a Truffaut, oltre a spiegare la calda accoglienza che il film ha avuto a Cannes 2006, dove è stato presentato nella rassegna “La quinzaine des réalisateurs”, va letto come una nota di merito. Chi vuole trattare il tema dell’infanzia e della famiglia, infatti, deve necessariamente fare i conti con il regista francese. E non sarebbe fuori luogo se – come per il ciclo dei film di Antoine Doinel – anche per questo film si approfondisse la lettura critica esaminando, per esempio, la funzione di un personaggio secondario che non può essere stato inserito nella vicenda solo per coreografia. Il riferimento è al taciturno alunno che, inseritosi nella classe ad anno scolastico già iniziato, diventa per caso il compagno di banco di Tommi. Distratto e non interessato alle lezioni, probabilmente pluriripetente, questo ragazzo comunica  alla fine solo con Tommi. Lo fa, guarda caso, fuori dall’aula e quando Tommi gli passa la palla. C’è da augurarsi che, in una sua auspicabile seconda prova, Rossi Stuart prosegua la sua indagine nel mondo dell’infanzia ripartendo proprio da questo personaggio marginale senza nome né storia. Stile Truffaut, insomma.

 

 

 

Anche libero va bene  

Regia: Kim Rossi Stuart

Con: Kim Rossi Stuart, Barbara Bobulova, Alessandro Morace, Marta Nobili.

Italia, 2006

Durata: 108’