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Non è ancora domani (La pivellina) 

Un film che viene premiato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes (2009) e che ottiene riconoscimenti un po’ dovunque, secondo la logica dovrebbe trovare uno spazio decente almeno in patria. Ma sappiamo che il mercato del cinema ama più la matematica che la filosofia ed è per questo che non suscita alcuna meraviglia constatare il successo di film indecenti e la quasi totale indifferenza della massa nei confronti di opere fresche, semplici e deliziose. Se non ci sono scene mozzafiato, inseguimenti, palazzi che franano, auto che saltano in aria, eroi che cadono dal settimo piano senza fratturarsi una costola, bulli e pupe, che cinema è? Un cinema altro, coraggioso e non allineato, come quello di due fotografi professionisti - la bolzanina Tizza Covi e l’austriaco Rainer Frimmel –  che hanno creduto in Non è ancora domani (La pivellina).  La loro è una sfida fatta con armi semplici: l’uso di una 16 millimetri, niente luce artificiale, attori che conservano i loro stessi nomi e recitano la loro stessa vita, pedinamento neorealistico, ambientazione scenografica naturale, dialoghi ridotti all’osso. Ne viene fuori un film pasoliniano,  parente stretto del documentario e del cinema verità, con una storia che, pur essendo inventata, è di quelle che possono accadere da un giorno all’altro. 

Patty (Patrizia Gerardi), alla ricerca del cane Ercole, si imbatte in Asia, una bambina di circa due anni, abbandonata dalla madre su un’altalena in un parco della periferia romana.  Nella tasca del pagliaccetto della bimba c’è un messaggio: la mamma promette che, un giorno, verrà a riprendersi la sua creatura. Patty è una cinquantenne giostraia che vive in una roulotte con Walter (Walter Saabel). I due mandano avanti con difficoltà un circo disastrato e non sanno come comportarsi con l’imprevista irruzione di un’ indifesa creatura. Walter è del parere di consegnare la bambina alla polizia per non mettersi  nei guai con la giustizia; Patty, invece, con l’aiuto di Tairo (Tairo Caroli), un adolescente che ama il circo e il gioco del pallone più della scuola, cerca di rintracciare la mamma. Passano i giorni e la presenza di Asia, che si adatta con gioia crescente alla nuova famiglia, opera in tutti sostanziali cambiamenti: Patty sente nascere sempre più il senso materno, Tairo vede in quella bambina la sorellina che non ha mai avuto, Walter non ha più il coraggio di rivolgersi alla polizia, l’intera piccola comunità si affeziona alla pivellina. Poi, inaspettata, arriva una lettera: la madre verrà a riprendersi la bambina. Ma non è ancora domani, quello della partenza. C’è tempo per una festa di addio, con tanto di torta e spumante e la partecipazione di gente povera e precaria, ma ricca di calore umano e di allegria. C’è ancora tempo, per Patty, di cullarsi tra le braccia quella creatura caduta dal cielo. 

Uno sguardo all’interno di una comunità spesso emarginata dai pregiudizi; una storia di maternità intrecciate: quella naturale che abbandona, quella occasionale che assiste; una riflessione sull’infanzia abbandonata; un film tenero e toccante girato con pochi soldi e molte idee. La Pivellina  è tutto questo, ma a una condizione: che non ci si accosti al cinema con l’idea di evadere dalla realtà. Emuli della più gloriosa stagione cinematografica italiana, quella neorealista di Visconti, Rossellini e De Sica, Tizza Covi e Rainer Frimmel hanno preso la cinepresa e l’hanno piazzata in un recinto fangoso. Ed è in questo recinto – non nelle favelas, ma nel quartiere di San Basilio, a Roma - che il cinema ha incontrato uomini e belve, cani e bambini, clowns e domatori. Tutti con una dignità da difendere, onestamente rispettata dai due registi che non hanno voluto alterare né i loro nomi, né il loro vero mestiere. Qualcosa di nuovo (anzi di antico, ma lo avevamo dimenticato) nel panorama del cinema italiano; una storia talmente verosimile da coinvolgere emotivamente lo spettatore che, di sequenza in sequenza, si ritrova a parteggiare per la rossa Patty, augurandole che non arrivi mai quel domani in cui le verrà tolta dalle braccia la bambina. Lei sì, madre per caso, meriterebbe l’affido; come lo meritavano il vagabondo vetraio Charlot ne Il monello, i frati del convento in Marcellino pane e vino, l’ex insegnante Dora, scrittrice per conto di analfabeti in Central do Brasil,   la giovane suor Caterina in Fuori dal mondo.  

E a proposito di meriti: ad Asia Crippa, se ci fosse, un Oscar come migliore attrice under 2 non glielo toglierebbe nessuno.

Non è ancora domani (La pivellina)

Regia: Tizza Covi e Rainer Frimmel

Con: Patrizia Gerardi, Asia Crippa, Tairo Caroli, Walter Saabel

Austria, Italia, 2009

Durata: 100