Locandina del film La classe  

Entre les murs de La classe
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Lo confesso: sono di parte. Pertanto, scriverò sul film La classe di Laurent Cantet, premiato a Cannes 2008 con la Palma d’oro, non come potrebbe fare uno spettatore qualsiasi, ma come uno che ha passato la sua vita entre les murs di un’aula. Con la logica conseguenza di una visione personalizzata, da seduta psicanalitica, giacché ho avuto la sensazione di trovarmi non all’interno di una sala cinematografica, ma nel salotto di casa e con un album di fotografie tra le mani. Lo sfoglio e, dai fotogrammi fissi, partono spezzoni di vita scolastica.

 

Lo so: è un errore costringere gli amici a vedere fotografie con i nostri occhi e a pretendere che ne condividano i ricordi. Ma lo faccio lo stesso, perché è più forte di me e perché, in altre occasioni, sono stato io a sopportare i loro racconti di prime comunioni, nozze e gite. E’ così che, sfogliando le sequenze de La classe, non posso fare a meno di raccontare ad altri quello che io ho visto dentro le immagini e che, di certo, vedranno anche coloro che nella scuola ci vivono. Gli altri si accontentino pure di guardare dall’esterno, ma sappiano che la loro è una visione inevitabilmente approssimativa.

 

Tutto inizia con un libro autobiografico, scritto da François Bégaudeau, insegnante di Francese in una scuola media superiore di Parigi. Cantet (quello di Verso il sud) se ne impossessa e decide di realizzare il film. Non vuole attori professionisti e si rivolge agli stessi insegnanti ed alunni che frequentano la scuola. Alla fine di un anno di  incontri settimanali di recitazione, sceglie quelli più assidui.

 

Tutti, professori e Preside compresi, non devono fare altro che costruire autoritratti e interpretare se stessi. Ne viene fuori un film verità senza una sola sequenza inventata, una sola inquadratura che non richiami alla mente alunni, docenti, genitori realmente esistenti. La compressione del tempo e dello spazio fa sì che in due ore e otto minuti di proiezione venga riassunto un intero anno scolastico e che il liceo Françoise Dolto del ventesimo arrondissement di Parigi diventi una finestra aperta non solo sulla scuola francese, ma anche su quella italiana ed europea. Tutto quello che si vede in questo film, insomma, accade veramente nelle nostre scuole.

 

Il cinema, una volta tanto, non ha preso la scuola come pretesto per narrare una sua storia; è stata la scuola che si è servita del cinema per narrare se stessa. E’ per questo che, invece del film, ho visto le scuole della mia carriera di insegnante, gli sfoghi di delusione dei colleghi, i consigli di classe con pareri discordi, i colloqui con i genitori, i consigli di disciplina, le chiacchiere di corridoio, il brindisi augurale alla collega incinta.

 

Che i ragazzi del film si chiamassero Souleymane, Kohumba, Wei e Sandra e quelli dei miei ricordi Giulio, Francesco, Lucia e Naomi; che i primi provenissero dal Marocco, dal Mali, dal Giappone e dalla Cina e i secondi da Olevano Romano e da Nettuno, dal centro di Roma e dai quartieri periferici di Primavalle, Ponte Mammolo e Tufello, è stato del tutto irrilevante. La classe racchiude tutte le classi, dove i bravi ragazzi e i secchioni che gratificano il lavoro dei docenti dividono lo stesso banco con coetanei indisciplinati, saccenti e maleducati che mettono a dura prova entusiasmo e voglia di insegnare.

 

A differenza di tanti altri film sulla scuola, in questo diario  di BégaudeauCantet, sono del tutto assenti l’enfasi, la parodia, la drammatizzazione, la retorica. L’aula è solo il luogo dove si dà spazio al dialogo, si crede nella democrazia e si costruiscono individui, giorno dopo giorno e con pazienza infinita. E’ un errore quantificare il valore di un’ora di lezione facendo riferimento solo all’assistenza, alla preparazione delle lezioni e alla correzione dei compiti. Vanno valutati i successi e le sconfitte, il pericolo di perdere le staffe di fronte ai continui perché lanciati come provocatorie sfide, la delusione per le accuse vendicatrici e maliziose di alunne sgallettate, la tentazione di prendere a schiaffi il ragazzo dell’ultimo banco che non si togliere il cappellino, dà del tu al prof e diventa improvvisamente violento.

 

Mestiere amaro, quello del docente, che solo di rado dà la soddisfazione di vedere i frutti di quanto s’è seminato. E fa bene Carnet a  non dirci chi ha vinto e chi ha perso alla fine dell’anno scolastico. L’unica sfida che  propone è quella che si svolge all’interno del minuscolo cortile della scuola, con preside, docenti e alunni accomunati in una chiassosa partita di calcio. L’aula resta vuota e non sapremo mai chi è stato promosso o bocciato. Tutto è rimandato negli anni, quando sarà la vita a dare una risposta alla ragazzina che dice “Professore, io non ho imparato nulla quest’anno, perché non capisco perché studiamo quello che studiamo”. 

 

Non è compito del cinema trovare le risposte ai conflitti e alle intolleranze che, all’interno di una classe come nella società, si scatenano per un nonnulla. Potrebbe, dovrebbe essere compito della scuola in simbiosi con la famiglia; ma dovremmo parlare di una scuola amata da tutti. Potrebbe, dovrebbe essere compito di chi governa; ma dovremmo parlare di politici e ministri che, prima di sproloquiare su un’istituzione  allo sbando e da riformare, su docenti fannulloni pagati più di quanto non meritano, su tagli da operare per risanare il bilancio, abbiano, almeno per un’ora, messo piede dentro le mura di una classe composta da 25 scatenati adolescenti.

 

La classe (Entre les murs)

Regia: Laurent Cantet

Con: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucoure, Arthur Fogel
Francia, 2008

Durata: 128’