Chi è l’enfant?
La palma d’oro di Cannes 2005 è
andata, per la seconda volta, ai fratelli Dardenne. L’enfant bissa, dopo sei anni, il successo di Rosetta e conferma ancora una volta la predilezione dei fratelli
belgi per un cinema crudo e realistico, sulla scia de La promesse e Il figlio. Con
notevole ritardo, questo film arriva ora sui nostri schermi e, ancora una
volta, si ha la sensazione di assistere in presa diretta ad un documentario
sull’emarginazione sociale, a un “cinema-verità” che intende solo raccontare come
stanno le cose, utilizzando la colonna sonora della vita, fatta di rumori
d’ambiente, passi, silenzi, sospiri, caos cittadino. I richiami al cinema di
Bresson, Truffaut, Zurlini, Pasolini e De Sica-Zavattini sono evidenti - nello
scippo e nell’inseguimento dei due ladruncoli c’è un bel po’ di Ladri di biciclette; la potenza
distruttiva del denaro e la dolente visione della delinquenza minorile fanno
venire in mente, rispettivamente, L’argent
di Robert Bresson e il romanzo Cani
perduti senza collare di Gilbert Cesbron -
ma, al di là di questi richiami filmici e letterari, resta il marchio
esclusivo della cinematografia dei fratelli Dardenne, che continuano a scrutare
sempre più a fondo l’animo umano, con lo scopo dichiarato di volere fare un
cinema utile, che da loro viene definito “funzionale al risveglio della
coscienza degli spettatori”.
Ne L’enfant, il ventenne Bruno vive di borseggi e ha fatto del denaro
l’unico scopo della sua esistenza. Bruno non è un ragazzo cattivo; è solo un
incosciente che gioca con la vita, un immaturo che recita la parte del boss in
una mini gang di minorenni. In questa sua leggerezza esistenziale ha coinvolto
anche Sonia, la sua ragazza di 18 anni, senza rendersi conto che a tutto c’è un
limite. La situazione precipita quando arriva Jimmy, il frutto del loro
imprudente amore. Il giorno stesso in cui dovrebbe riconoscerlo come suo
figlio, Bruno lo vende a degli sconosciuti come se fosse un oggetto qualsiasi e
il suo gesto provoca la ribellione di Sonia. Superato il confine invalicabile
dell’etica, Bruno viene inesorabilmente risucchiato nel vortice di spacciatori
e delinquenti di professione, recupera Jimmy pagando una penale di botte, perde
l’affetto di Sonia, tenta altri scippi, rischia di morire e di far morire. La
sua odissea finisce nel carcere, dove va a trovarlo Sonia, nelle cui braccia si
scioglie in pianto.
La trama, narrata così
sinteticamente, penalizza un film tutto da vedere, perché giocato su una serie
di sfumature visive e sonore. C’è, per esempio, il girovagare senza meta per la
città di Bruno con la carrozzina (con e senza bebé) e con lo scooter (con e
senza benzina) che non può essere descritto; bisogna seguirlo con gli occhi
della cinepresa che lo tallona passo dopo passo, disprezzarlo e com-patirlo per
la sua immaturità, come se fosse un nostro nemico-parente. E ci sono anche le
due sequenze memorabili della vendita di Jimmy e del suo recupero, non viste,
ma udite e immaginate tramite il fruscio sinistro delle banconote.
Più dell’analisi stilistica, tuttavia, L’enfant si presta a considerazioni contenutistiche che prendono
l’avvio dallo stesso titolo: chi è l’enfant?
Il sottotitolo della versione italiana – Una
storia d’amore –, che non sembra sia dispiaciuto ai Dardenne, complica
ulteriormente la lettura. “Storia d’amore” di chi? Di Bruno e Sonia? Di Sonia
per Jimmy? Di Bruno per Jimmy?
Il film inizia e finisce con il
pianto: prima quello di Jimmy e poi quello di Bruno. E tutti e due vengono
consolati da Sonia, il personaggio più forte, divenuta in breve tempo Madre
Coraggio, grazie alla maternità. La via d’uscita che i fratelli Dardenne
additano agli spettatori passa attraverso la metamorfosi di Sonia, che
trasforma la naturale gioia di vivere in voglia di costruire un futuro per sé e
per i due enfants che la vita le ha
regalato. E’ lei che, non accontentandosi più di sopravvivere, cerca di
costruire per le due persone che ama un futuro meno balordo. Al suo confronto,
l’altra mamma che appare fugacemente nel film, quella naturale di Bruno, è
l’emblema di una famiglia che non esiste, vera causa dello sbandamento dei
giovani. “Sono ragazzi che vivono in quartieri dove le scuole non sono più
tali, dove le case non sono case perché in una stanza spesso vivono otto
persone”, hanno detto i Dardenne. E allora la legge della sopravvivenza deve
fare i conti con una società asservita all' idea del consumo e alle
disponibilità finanziarie. I soldi sono l’unico mezzo, perché permettono il
cellulare, la macchina sportiva, il giubbino alla moda. Nell’attenta
sceneggiatura questo aspetto è sottolineato da dialoghi di contrattazioni,
baratti, valutazioni e prezzi e dalla cura dei particolari sempre caricati di
senso, funzionali a un thriller etico.
“Il finale non offre risposte, ma interrogativi a una società che non può più
fingere di non vedere”, hanno aggiunto i due registi, invitandoci a fare
attenzione anche ai più piccoli segnali. In tal senso, acquista importanza
persino venire a conoscenza di com’è nata l’idea di questo film. “Mentre
giravamo Il figlio, vedevamo passare
spesso una ragazza con una carrozzina nella quale dormiva un neonato. Era
sempre sola e spingeva la carrozzina con gesti meccanici, lo sguardo assorto e
distante. Abbiamo pensato anche a colui che non c’era mai, il padre del
bambino, e abbiamo fantasticato sui loro rapporti, sulla loro vita”.
Probabilmente, vedendo L’enfant, molti spettatori si sentiranno
contagiati dalla creatività dei Dardenne e fantasticheranno a loro volta sulla
vita sotterranea di altri Bruno, Sonia, Jimmy di loro conoscenza. E con piacere
si renderanno conto che il cinema utile
esiste.
L’enfant
(Una storia d’amore)
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Con: Jeromie Renier, Deborah Francois, Jeremie
Segare, Olivier Gourmet
Francia/Belgio, 2005
Durata: