Locandina Il nastro bianco

Le radici del male

ne "Il nastro bianco" di Michael Haneke

 

Se è vero che ci sono film che si dimenticano facilmente e altri che restano a lungo nella memoria degli spettatori, Il nastro bianco, Palma d’oro al Festival di Cannes 2009 e miglior film alle Haward Europei, appartiene di certo a questi secondi. Dire qualcosa di interessante e dirla bene è merce rara; pertanto, quando arriva, è opportuno non lasciarsela scappare.   

Germania 1914. In un piccolo villaggio di campagna – chiesa, scuola, palazzo baronale, cascine, campi da coltivare, placidi contadini e biondi pargoli – la vita scorre tranquilla, fino a quando un incidente apparentemente casuale non si traduce in campanello d’allarme. Accade, infatti, che la caduta da cavallo del medico del paese diventi il primo di una serie di strani e preoccupanti fenomeni. Qualcuno di questi ha una spiegazione, ma altri fomentano la psicosi del mostro. Se la devastazione del campo di cavoli del barone è opera del figlio del fattore che si ribella alle ingiustizie e intende vendicare la morte della madre e se il suicidio dello stesso fattore appare come un’autopunizione per non riuscire a sopportare la vergogna di un figlio irriconoscente e irresponsabile nei confronti di chi provvede al sostentamento dell’intero paese, altri fatti lasciano interdetti persino gli esperti inquisitori venuti dalla città. Chi ha messo il filo invisibile da un  albero all’altro per far inciampare il cavallo del dottore? Chi ha provocato veramente la disgrazia nella quale ha perso la vita la moglie del fattore? Chi ha appiccato il fuoco al granaio? Chi ha  rapito e torturato il figlio del Barone? E chi, soprattutto, ha infierito su un bambino portatore d’handicap legandolo a un albero e torturandolo selvaggiamente? Solo per caso il maestro del villaggio intuisce la terribile verità:  seri indizi lasciano supporre che gli autori dei delitti siano quegli stessi alunni che frequentano l’unica classe della scuola del paese. Il suo tentativo di denuncia, però, è immediatamente respinto: suonerebbe come atto di accusa nei confronti degli adulti che non si rendono conto di allevare una generazione di sadici e vendicativi. Il film si chiude con l’annuncio dell’attentato a Sarajevo, ma la nube nera che anticipa lo scoppio della prima guerra mondiale va ben oltre, perché quei bambini e ragazzi belli e biondi diventeranno una ventina d’anni dopo i fautori del nazismo, i loro giochi si tingeranno di sangue e altri simboli prenderanno il posto del nastro bianco, emblema di purezza imposto dal rigido Pastore protestante ai suoi figli come monito a non peccare e a non cedere alle tentazioni della carne.  

E’ attraverso questi bambini che il regista tedesco di origini austriache Michael Haneke (che aveva già vinto a Cannes nel 2001 con La pianista) tratteggia, con tinte di giallo, un ritratto storico intessuto di drammi familiari - fotografia fredda e lucida di una società senza cuore - lasciando fuori ogni spettacolarizzazione, musica e colore inclusi.  Analogamente allo stile, anche i rapporti personali – non solo tra ragazzi e adulti, ma anche tra uomini e donne, padrone e sudditi, medico e pazienti, genitori e figli, pastore e fedeli – sono di ghiaccio. Un mondo senza calore umano, retto dalla disciplina ferrea di chi detiene il potere laico e religioso. L’eccesiva severità porta inesorabilmente al sopruso e alla perversione. Non c’è da stupirsi, pertanto, se, nella cupa atmosfera di un villaggio degli orrori, gli esempi di violenza fisica e verbale incidano sulla formazione dei bambini più delle lezioni del maestro, se non ci sia mai in tutto il borgo un solo abitante sorridente, se i ricchi cerchino l’evasione e i poveri il suicidio, se si respiri stupidità e intolleranza, se ci si nutra di rancori e di torbide passioni, se le uniche note romantiche provengano dall’amore di due giovani non appartenenti a quella comunità. Qualsiasi principio – ha dichiarato il regista -  quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro sulla Germania o sul nazismo".  Più che alla storia, pertanto, bisogna fare riferimento all’esplorazione introspettiva. Haneke va alla ricerca delle radici del male con una lucidità impressionante, guardando a Dreyer (Ordet, Dies irae) e a Bergman (Luci d’inverno, L’uovo del serpente, Fanny e Alexander). Cinema d’altri tempi, ante Avatar,  da vedere con gli occhi della coscienza che, al tirar delle somme, penetrano ancora più in profondità di quanto non permettano gli effetti speciali e gli occhialini Dolby 3D.  

Il nastro bianco (Das Weisse Band)
Regia: Michael Haneke

Con: Rainer Bock, Ulrick Tukur, Cristian Friedel, Burghart Klaussner; Leonie Benesch, Susanne Lothar, Joseph Bierbichler

Austria,
Germania, Francia 2009
Durata: 145 minuti