Le radici del male
ne "Il nastro bianco" di Michael Haneke
Se è vero che ci sono film che si
dimenticano facilmente e altri che restano a lungo nella memoria degli
spettatori, Il nastro bianco, Palma
d’oro al Festival di Cannes 2009 e miglior film alle Haward Europei, appartiene
di certo a questi secondi. Dire qualcosa di interessante e dirla bene è merce
rara; pertanto, quando arriva, è opportuno non lasciarsela scappare.
Germania
E’ attraverso questi bambini che il
regista tedesco di origini austriache Michael Haneke (che aveva già vinto a
Cannes nel 2001 con La pianista) tratteggia,
con tinte di giallo, un ritratto storico intessuto di drammi familiari - fotografia
fredda e lucida di una società senza cuore - lasciando fuori ogni spettacolarizzazione,
musica e colore inclusi. Analogamente
allo stile, anche i rapporti personali – non solo tra ragazzi e adulti, ma
anche tra uomini e donne, padrone e sudditi, medico e pazienti, genitori e
figli, pastore e fedeli – sono di ghiaccio. Un mondo senza calore umano, retto
dalla disciplina ferrea di chi detiene il potere laico e religioso. L’eccesiva
severità porta inesorabilmente al sopruso e alla perversione. Non
c’è da stupirsi, pertanto, se, nella cupa atmosfera di un villaggio degli
orrori, gli esempi di violenza fisica e verbale incidano sulla formazione dei
bambini più delle lezioni del maestro, se non ci sia mai in tutto il borgo un
solo abitante sorridente, se i ricchi cerchino l’evasione e i poveri il
suicidio, se si respiri stupidità e intolleranza, se ci si nutra di rancori e
di torbide passioni, se le uniche note romantiche provengano dall’amore di due
giovani non appartenenti a quella comunità. “Qualsiasi principio – ha
dichiarato il regista - quando viene assolutizzato, diventa disumano.
Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico
produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista
porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo
religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro
sulla Germania o sul nazismo".
Più che alla storia, pertanto, bisogna fare riferimento all’esplorazione
introspettiva. Haneke va alla ricerca delle radici del male con una lucidità
impressionante, guardando a Dreyer (Ordet, Dies irae) e a Bergman (Luci d’inverno, L’uovo del serpente, Fanny e
Alexander). Cinema d’altri tempi, ante Avatar, da vedere con gli occhi della coscienza che,
al tirar delle somme, penetrano ancora più in profondità di quanto non
permettano gli effetti speciali e gli occhialini Dolby 3D.
Il nastro bianco (Das Weisse Band)
Regia: Michael Haneke
Con: Rainer Bock,
Ulrick Tukur, Cristian Friedel, Burghart Klaussner; Leonie Benesch, Susanne
Lothar, Joseph Bierbichler
Austria, Germania, Francia 2009
Durata: 145 minuti