
Stranezza e (è) normalità
I ragazzi
stanno bene
Una coppia tranquilla, con due figli adolescenti, una bella
casa, il lavoro. Arriva il terzo incomodo. E’ crisi. Poi, come spesso accade,
tutto si normalizza e ritorna il sereno. La storia de I ragazzi stanno bene (titolo preso in prestito da una canzone di
Pete Townshend degli Who) è tutta qui, e sarebbe una storia come tante altre se
non ci fossero almeno quattro particolari complicazioni. La prima: la coppia in
questione è formata da Nic e Jules, due innamorate donne lesbiche. Seconda: i
due figli adolescenti, Joni e Laser, pur
essendo bene inseriti nella famiglia e affezionati alle due Moms, trovano più che giusto
rintracciare e conoscere anche il loro padre biologico. Terza: l’intruso, Paul,
non è un uomo qualsiasi, ma lo sconosciuto donatore che 18 e 15 anni prima ha
avuto un ruolo non proprio secondario nell’inseminazione artificiale delle due
donne. Quarta: la meno realizzata delle due donne, Jules, si innamora (riamata)
di Paul, che è rimasto scapolo non perché è un brutto uomo, ma perché ha scelto
di godersi la vita facendo il galletto e lo spensierato ristoratore.
“Ma tu guarda che storia!”, direbbe chi è convinto che il cinema
attinge a piene mani nel pozzo della fantasia. E allora è bene rendere noto che
la regista americana Lisa Cholodenko (la stessa di High Art del 1998 e di Laurel Canyon – Dritto in fondo al cuore
del 2005), dichiaratamente lesbica e compagna della musicista Wendy Melvoin, ha
concepito un figlio tramite inseminazione artificiale. Come dire che, almeno in questo caso, realtà
e fantasia si fondono; con il risultato che, a volte, ciò che sembra strano è
normale e viceversa. Ed è questa, in fondo, la sensazione che si ricava nel
vedere una famiglia non convenzionale che vive nella maniera più tradizionale.
Genitori che vanno d’accordo e si
scambiano tenerezze, fratello e sorella deliziosamente complici, intero nucleo
familiare riunito a tavola e davanti alla TV, genitori che giocano a ping-pong
con i figli, discussioni e rimproveri, momenti di relax e di tensione. Una
bella famiglia, non c’è che dire. Una famiglia che vive serenamente e che non andrebbe
disturbata. Eppure, quando Jules tradisce, il coro degli eterosessuali fa il
tifo per lei. Visto che Nic non è suo marito, fa bene questa splendida
cinquantenne, pecorella smarrita nel bosco della devianza, a cercare
consolazione altrove. E ben le sta a quella depravata della sua compagna subire
il trauma della scoperta della tresca. Che succederà ora? C’è da scommettere
che tutto rientrerà nei canoni della normalità: uomo e donna andranno a vivere
insieme, a curare il ristorante e l’orto e a scorazzare in motocicletta.
L’altra? Chi se ne importa; peggio per lei. E invece no. La coppia lesbica si
ricompone, la famiglia fa quadrato, l’intruso viene estromesso, Joni esce di
casa per entrare nel college, Laser continuerà a godersi le carezze e le preoccupazioni
delle mamme. Confessiamolo: alla fine, davanti al ritrovato accordo delle due
donne, il tifo si rovescia e ci si schiera dalla loro parte: la mamma è sempre
la mamma, anche quando è al quadrato; e la famiglia è sempre la famiglia.
Mettere in dubbio alcune certezze non è
l’unico pregio di questo film. Ci saranno pure dei buoni motivi se è stato
premiato al 60° Festival di Berlino, al Golden Globe 2011, all’ Indipendent
Spirit Awards 2011 e, soprattutto, se si è guadagnato ben quattro nomination
agli Oscar. A parte l’indiscutibile bravura degli attori - Julianne Moore e Annette Bening su tutti -, la funzionalità della colonna sonora, la bella fotografia e la
sceneggiatura mai volgare e banale, c’è in questa “gradevole commedia”
un’astuzia (o bravura?) di fondo che spinge gli spettatori non solo a sorridere,
ma anche a riflettere e addirittura ad emozionarsi.
Ora, com’è noto, l’emozione è uno stato
d’animo che ci agita, ci scuote e (da emotus)
ci trasporta fuori. Accade, così, che
di sequenza in sequenza veniamo “trasportati” nella lecita e comprensibile
curiosità dei ragazzi che vogliono conoscere il loro padre biologico, nell’attrazione
fisica di Jules per l’uomo che le ha regalato un figlio, nella delusione di Nic
quando da una ciocca di capelli trovata per caso nel lavandino risale al tradimento
della compagna, nella tristezza di Paul, il vero sconfitto, che dopo avere assaporato
la gioia della paternità viene cacciato fuori di casa. Restiamo nel campo delle
emozioni, perché un “trasporto” tira l’altro. Messa in secondo piano la particolarità
della coppia di mamme, infatti, si scopre che a rendere interessante questo
film non è tanto l’avere affrontato il tema dell’omosessualità, quanto l’avere
trattato, con calibrata combinazione di commedia e dramma, problemi più
generali, come la crisi di una relazione affettiva, le preoccupazioni legate
alla crescita e alla formazione dei figli, la legittima curiosità dei ragazzi, il
desiderio della paternità, la difesa della sfera affettiva. Tutta roba
normalissima, insomma. Altro che stranezze.
I ragazzi
stanno bene (The Kids Are All Right)
Regia: Lisa Cholodenko
Con: Julianne Moore, Annette Bening, Mark Ruffalo,
Mia Wasikowska, Josh Hutcherson, Yaya DaCosta, Kunal Sharma,
Eddie Hassell, Rebecca Lawrence
USA, 2010
Durata:
104’