
La speranza di non doverci mai dare una
risposta
Rimini:
“Clochard bruciato vivo. Ignoti gli hanno prima versato addosso una tanica
di benzina, poi gli hanno dato fuoco mentre dormiva su una panchina di via
Flaminia.”
Padova: “Ex
musicista, poi clochard, ha trovato la morte in modo violento: prima picchiato
selvaggiamente alla testa con una spranga o un’ascia, poi dato alle fiamme
dentro a un camper.”
Anzio:
“Immigrato
picchiato e bruciato. Tre ragazzi dopo una notte di sballi, di alcol e droga si
sono procurati una tanica e sono andati in giro alla ricerca di un barbone. I tre, durante l'interrogatorio, hanno detto di
aver voluto compiere un gesto eclatante
per provare una forte emozione".
Se
è accaduto, può accadere di nuovo. E non è detto che faccia sempre da sfondo
una città lontana da noi e che Quei bravi
ragazzi siano solo emuli dei gangster di Martin Scorsese. A volte, e
purtroppo, sono “figli di papà” che abitano nel nostro stesso condominio,
borghesucci con scarpe e jeans alla moda, coccolati dai genitori, con la loro
stanzetta arredata da TV e PC, con il cellulare di ultima generazione. E il
cinema, che prevede e mette sull’avviso, registra e denuncia, non si lascia
scappare l’occasione per ricordarcelo. Non se la lascia scappare Ivano De
Matteo, attento osservatore della fragilità della famiglia borghese, che ha presentato
alla 71° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione
Venice-Days Giornate degli autori I
nostri ragazzi, ispirato al libro La
cena di Herman Koch. Con una
variante non secondaria: questa volta, a differenza di quanto accadeva ne La bella gente (2009) e ne Gli equilibristi (2012), il nemico, il
pericolo e il marcio sono annidati all’interno del nucleo familiare.
Due
fratelli – il chirurgo pediatrico Paolo (Luigi Lo Cascio) e l’avvocato Massimo
(Alessandro Gassmann) – hanno caratteri opposti e, nonostante la poca reciproca
simpatia delle rispettive mogli (Giovanna Mezzogiorno e Barbara Bobulova),
ripetono con scarso entusiasmo il rito mensile di incontrasi a cena. Il caso
vuole che i due si ritrovino coinvolti, ciascuno a suo modo, in un episodio di
ordinaria follia: un litigio tra due automobilisti finito con un morto e un
bambino gravemente ferito. E se il chirurgo Paolo si dovrà occupare della
salute del bambino, l’avvocato Massimo sarà chiamato a difendere e a fare scagionare
l’uomo accusato di omicidio. L’incontrollata violenza di questo episodio di cronaca
resterebbe estranea alle due famiglie se i rispettivi figli adolescenti –
Michele (Jacopo Olmo Antinori) e Benedetta (Rosabell Laurenti Sellers) –
rientrando a casa dopo una serata di alcol e spinelli, non si rendessero
protagonisti di una balorda e gratuita aggressione ad una mendicante che
finisce in coma. E’ notte inoltrata, la strada è deserta e i due ragazzi
credono di averla fatta franca. Non hanno fatto i conti con una telecamera di
sicurezza che li riprende, con la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” che
manda in onda le immagini e con Chiara, la madre di Michele, che sviene quando
crede di individuare in quei mostri il suo bambino
e la cuginetta. I diretti interessati negano, confessano, ritrattano; i
genitori temono, si disperano, discutono, non capiscono dove e perché hanno
fallito, cercano una soluzione, sono di opposti pareri, sono coscienti che
comunque vada le loro vite e quelle dei loro figli sono rovinate, scoprono la
verità, compiono inaspettati e
drammatici gesti. Il buio arriva fulmineo, sullo schermo e in sala, ma
solo per aprire una serie di domande. La prima delle quali non può che essere
“e se fosse capitato a me?” Che sia difficile fare il genitore lo sapevamo già,
ma in casi del genere il compito diventa drammatico perché impone scelte
dolorose. Coprire o denunciare? Rendersi complici o inflessibili giudici? De
Matteo confessa: “Sono partito da queste domande e dalla speranza di non
dovermi mai dare una risposta”. Michele e Benedetta sono colpevoli e non
possono scaricare la loro colpa sulla società, sul degrado, sulla scuola. “Il
film – dice ancora De Matteo – è una provocazione e analizza soprattutto il
punto di vista dei genitori, ma lancia anche un grido di allarme sulla
dipendenza che abbiamo sviluppato da internet. I miei giovanissimi protagonisti
finiscono per confondere la vita con il mondo virtuale: il loro terribile atto
somiglia a un videogame e si illudono di poter resettare la realtà con un
semplice clic. Internet è l’ultima droga, è l’eroina dei nostri giorni: ti
chiude in casa dandoti un’illusione di libertà, mentre smorza qualunque tua
capacità reattiva.” “L'affetto dei genitori per i figli e dei figli per i genitori
può essere una delle più grandi fonti di felicità, ma in realtà al giorno
d'oggi i rapporti tra figli e genitori sono, in nove casi su dieci, una fonte
di infelicità per ambo le parti”. Correva l’anno 1930 quando Bertrand Russel, ne La conquista della felicità, scrisse
questa frase.
Tre anni prima il cinema, con Il cantante
di jazz diretto da Alan Crosland, aveva iniziato l’avventura del sonoro.
Narrava di un ragazzo ebreo che entrava in urto con il padre, lasciava la casa
e se ne andava per la sua strada. Non ammazzava nessuno. Si dipingeva la faccia
di nero e cantava Blue Skies. E i
cieli, 80 anni prima dei fatti di Rimini, Padova e Anzio, erano ancora blu.