
I ragazzi di Gomorra
Totò,
una dozzina di minicamionisti e il duo Marco e Ciro. Ragazzi
che nella Gomorra di Scampia e
del casertano giocano a fare i grandi.
Perdendo, ovviamente, vita e dignità. Sono questi i personaggi che rendono
ancora più cupo il film di Matteo Garrone, Gran
Premio della Giuria a Cannes 2008. Un
film che non si riesce a vedere senza rimanere scossi, anche se si entra in
sala avendo già letto il libro di Roberto Saviano. Tra adulti assetati
di sangue e soldi – camorristi, faccendieri, assassini – gli scugnizzi di una
terra che sembra costruita sulle ceneri di quella
biblica e già maledetta da Dio per la corruzione dei suoi abitanti si muovono
come vittime predestinate. La fretta di diventare grandi prima del tempo li
spinge verso un destino dal fascino perverso: morire con un’arma in pugno e
contando soldi.
Totò
ha tredici anni. E’ un bravo ragazzo che aiuta la madre, ama gli animali e
porta la spesa a domicilio. Respira, purtroppo, l’aria del sistema in cui vive e non vede l’ora di diventare grande, di
cambiare il motorino con la macchina e la canottiera con un giubbotto
antiproiettile. Accettato nel clan, scala uno dopo l’altro i gradini
dell’iniziazione camorristica, fino a quando è
costretto a fare il salto di qualità attirando in un
agguato la vicina di casa, condannata ad espiare colpe non sue. Non sarà lui a
sparare alla donna, ma è come se lo avesse fatto. Si
allontana dal luogo dell’esecuzione sentendo i colpi dell’arma, ma senza
girarsi indietro, come se accettando quel ruolo avesse scelto
definitivamente di tagliare i ponti con l’adolescenza.
Altri
bambini, altra storia. Meno cruenta, ma ugualmente amara. In un’enorme cava
clandestina si smaltiscono rifiuti tossici. A causa di un incidente sul lavoro,
i camionisti si rifiutano di guidare gli automezzi. Per il losco Franco (un
Toni Servillo sempre incisivo) lo sciopero dei “morti
di fame” non è un problema e si risolve facilmente reclutando dei ragazzini. La
sequenza, costruita con poche battute e splendide inquadrature, è una perla di abbozzo da sviluppare in un film sullo sfruttamento dei
minori. Si sorride quando, per migliorare la visione di guida, vengono distribuiti cuscini ai più piccoli, ma non si può
fare a meno di ritornare tristi quando si mette in moto la carovana dei camion.
La camorra è anche questo: minicamionisti in marcia verso l’illegalità.
Marco e Ciro, infine: due giovani
delinquenti che confondono Scampia con Miami, la loro
vita con una pellicola di gangsters. Attratti dal mito di Scarface,
raccontato da Brian De Palma, cercano di emularne le gesta sfidando la malavita
locale. E così, dopo il furto di una partita di droga ai danni di un gruppo di extracomunitari, si impossessano di un arsenale di
proprietà del clan dei casalesi. Armi in pugno, si
sbronzano di onnipotenza e sottovalutano persino il
pesante avvertimento di calci e pugni che dovrebbe ristabilire le gerarchie nel
territorio. Non ci sarà per loro una seconda lezione: attirati in un tranello, vengono giustiziati senza pietà.
“Negli
ultimi trent’anni – denuncia Roberto Saviano - la
camorra ha ucciso quattromila persone, più di ogni
altra organizzazione criminale o terroristica. Più dell’Ira,
più dell’Eta, più del terrorismo islamico, più di
Cosa Nostra. Le vicende narrate in Gomorra si ispirano
a fatti realmente accaduti e che continuano ad accadere nei quartieri
napoletani come Scampia e nelle zone del Casertano. Lì, come in altri luoghi, la vita di migliaia di uomini e donne, molti dei quali giovani, è condizionata
dal potere criminale e dalla sua violenza”.
Dal suo libro, Matteo Garrone estrapola e
intreccia solo alcune storie, sufficienti comunque a
ricreare l’atmosfera del testo letterario. C’è, soprattutto, la sensazione di
assistere a un film-verità che vuole denunciare lo
scempio di una città, anche a costo di apparire eccessivamente violento. Per
assurdo, tuttavia, questo pregio rischia di diventare il vero lato debole di
tutto il film. Si corre il rischio, infatti, di credere che la “messa in scena”
abbia esasperato la realtà e che tutto quello che si vede nel film non sia
frutto di una ricerca accurata e di una coraggiosa denuncia. “La realtà è
peggio del film”, sostiene qualcuno; e diventa francamente difficile immaginare
qualcosa che vada oltre il finale angosciante, quando i corpi di Marco e Ciro vengono caricati su
una ruspa come monnezza da eliminare, zavorra da seppellire in
un litorale deserto. Se non fosse per Roberto, il
giovane che rifiuta di lavorare per lo smaltimento illegale dei rifiuti, si
direbbe che i ragazzi di Gomorra non hanno alcuna speranza di
sopravvivere. Ma Roberto ha studiato, è riuscito a
laurearsi, ha avuto tempo per crescere. Nel 1969, Sydney Pollack
trasforma una gara di ballo organizzata nella California
degli anni Trenta in una lotta per la sopravvivenza, con tanto di colpo di
pistola finale. Il libro di Saviano e il film di Garrone
raccontano come si mette in ballo
la vita nel casertano
dei giorni nostri. E si ha la sensazione che anche per
Gomorra andrebbe bene il titolo del film di Pollack: Non si
uccidono così anche i cavalli?
Gomorra
Regia: Matteo Garrone
Con: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore
Abbruzzese, Marco Macor,
Ciro Petrone
Italia,
2008
Durata: ‘135