La generazione rubata

 

Aborigeni da eliminare: la generazione rubata

 

 

C’è una cosa che va chiarita per evitare di incorrere in equivoci: questo film, pur essendo tratto dal romanzo di Doris Pilkington Garimara (figlia di Molly, una delle protagoniste), narra una vicenda realmente accaduta. Ed è questa, in fondo, la cosa che impressiona di più. Abituati a leggere, sentire e deprecare ciò che accadeva in Europa con le leggi razziali naziste e fasciste, ci siamo dimenticati delle ingiustizie che si commettevano altrove. E, ancora una volta, le vittime più indifese sono i bambini.

 

Ovest dell’Australia, 1931. L’Inghilterra si propone di rieducare gli aborigeni avviando una costante depurazione dei meticci, anche a costo di privarli della loro identità. Per ottenere questo scopo, deporta le bambine in colonie che hanno tutte le caratteristiche di campi di concentramento, permette loro di avere rapporti sessuali solo con "esemplari" di razza bianca e le prepara ad una nuova vita nella società civilizzata.

 

Molly Craig è una di queste ragazze mezzo-sangue. Ha 11 anni e vive a Jigalong, nello sterminato deserto pietroso, accanto al recinto costruito dagli inglesi per tenere lontani dalle piantagioni i voraci conigli; una barriera lunga 3.000 chilometri, considerata per molti anni la più lunga del mondo. Un giorno, piombano nel suo villaggio i funzionari statali e Molly, la sorellina Daisy e la cuginetta Gracie, vengono strappate alle loro famiglie e deportate nel campo di Moore River. Resasi subito conto di ciò che l’aspetta, Molly si  ribella al programma di inserimento forzato e  scappa via portando con sé la cugina e la sorellina, pur sapendo che le separano da casa millecinquecento miglia di impervio cammino attraverso il deserto. Questa fuga è però considerata una sconfitta per il governo rappresentato dal “protettore” degli aborigeni, Mr. “Diavolo” Neville. La polizia, allora, intraprende nei confronti delle tre ragazzine una vera e propria caccia. Gracie sarà ripresa, ma Molly, trascinandosi dietro la sorellina, camminerà per ben tremila chilometri, riuscendo a sfuggire alla cattura e a riabbracciare la mamma.

 

Quando il film è stato realizzato (2002)  Molly Craig aveva ottantaquattro anni. Intervistata, racconta: "Gli altri bambini che sono stati presi erano molto più piccoli. Non conoscevano la mamma. Ma io ero più grande. Io conoscevo mia mamma. Volevo tornare dalla mia mamma".

 

Il  tema del ritorno a casa, non nuovo nel cinema, si arricchisce in questo film di nuovi significati, quali il ritorno alle proprie origini, la voglia di non rinunciare alla propria identità culturale e sociale, l’accettazione di una sfida impossibile, il coraggio dell’uomo libero che lotta contro una società civilizzata. La rete di recinzione anticonigli, che Molly prende come riferimento per il suo cammino, attraversa l’Australia da nord a sud e dà significativamente il titolo originale al film (sostituito nella versione italiana da La generazione rubata). Simbolo del paradosso che spesso contraddistingue la società moderna, dato che fu costruita a inizio secolo dai coloni bianchi contro una “peste” da essi stessi introdotta, questo recinto fa anche da barriera contro un mondo non governato da leggi, che spaventa perché esprime la natura senza tabù. Visto con gli occhi di una bambina in fuga, il recinto capovolge la sua funzione e diventa filo d’Arianna, cordone ombelicale che può ancora ricondurre l’uomo moderno smarrito a casa, alle proprie origini, nella propria coscienza.

 

Esce, invece, condannata senza appello la politica dei colonizzatori bianchi, giustificata dalle autorità governative come provvedimento per il bene dei meticci. I bambini che ne rimasero vittime sono oggi conosciuti come “la generazione rubata”.

 

Il pericolo, tra revisionisti che negano il carattere razzista delle deportazioni ed altri che puntano il dito sulla vergogna morale di una simile operazione, è quello di guardare la storia narrata in questo film come qualcosa che tocca una realtà estranea ai nostri interessi immediati, problemi di culture lontane nello spazio e nel tempo, anche se inseriti all’interno di un continente che di norma si considera ricco, evoluto, civile. L’argomento, al contrario, è di interesse universale e ci riguarda da vicino, perché si collega a questioni di diritto e di rispetto per chi ha cultura e modi di vita diversi dai nostri.

 

Quanto si narra nel film, quindi, è parte della storia australiana.

 

Noyce ha detto: "Gli australiani devono conoscere questa storia. L’ignoranza non è felicità, è solo ignoranza.

 

Aggiunge una giornalista australiana: "Le immagini, il grido lamentoso e il genio di sopravvivenza storica di queste ragazzine australiane protagoniste del film mi creano rabbia e tristezza. Mi scendono lacrime per la sofferenza e sento rabbia per la brutalità messa in evidenza. E sono anche orgogliosa di poter considerare questa gente parte della mia famiglia australiana. Hanno una bellezza d’anima e una dignità che è, o almeno è stata, oltre la miope visione di tanti".

 

 

La generazione rubata

(Rabbit Proof Fence)

 

Regia: Phillipp Noyce

Con: Everlyn Sampi, Tianna Sansbury, Laura Monaghan, Ningali Lawford, Kenneth Branagh

Colonna sonora di Peter Gabriel.

Australia, 2002

Durata: 96’