L’innocuo
piccolo bullo de La guerra dei fiori rossi
Cina Popolare, intorno alla metà degli anni Novanta. La
rivoluzione maoista, che ha come obiettivo quello di fare diventare grande la
nazione, chiede sacrifici a tutti, bambini inclusi. Se i genitori non possono
badare ai loro figlioli, ci pensa lo Stato, con i suoi asili popolari, con il
suo programma di rieducazione che vuole tutti in fila a scuola, nelle camerate,
nei giochi, a consumare i pasti, a fare pipì. Non c’è
pianto che tenga.
La regola vale anche per Qiang,
affidato a soli 4 anni alle cure dell’austera Maestra Li. Ribelle come può
essere un bambino della sua età, Qiang non riesce ad
inserirsi nel gruppo degli altri bambini e vive questa sua prima esperienza comunitaria
come un prigioniero in un lager. La guerra per conquistare note di merito – quella
dei fiori rossi del titolo – si
combatte su cinque fronti: vestirsi da soli appena alzati, lavarsi le mani
prima di sedersi a tavola, non mancare di rispetto alle maestre, osservare le
regole e andare regolarmente di corpo tutte le
mattine. Sono norme che Qiang non capisce
e non accetta, per questo la sua contestazione si tramuta in avversione contro
tutti, ad eccezione di Beiyan, la bambina che dorme
nel lettino accanto al suo. Da piagnucolone e piscialletto si tramuta in
piccola peste, fa a botte, è prepotente, manca di rispetto, diffonde la voce
che la maestra si trasforma di notte in mostro divoratore di bambini e organizza
contro di lei una spedizione notturna dell’intera scolaresca. Non conquisterà
mai, ovviamente, i fiori rossi e dovrà subire la dura repressione, ma nessuno
riuscirà ad impedirgli di fare sberleffi e di sognare passeggiate notturne
senza vestiti per sporcare con la sua pipì il candido campo di neve.
Zhang Yuan, il regista
di questo grazioso film, già premiato con il Leone d’argento a Venezia per Diciassette anni, ritorna sul tema dell’educazione/rieducazione cinese e sceglie il
terreno vergine dei bambini. Impresa titanica sotto l’aspetto
della regia, risolta brillantemente scegliendo di fare recitare i suoi piccoli
attori con la mimica, l’espressione smarrita dei volti e le smorfie. Ma più delle straordinarie interpretazioni dei bambini – con
quel diavoletto del piccolo esordiente Dong Bowen su tutti –, a rendere interessante questo film è la
denuncia sottile contro un sistema educativo che tende ad annullare l’individuo
a vantaggio della comunità. Trilussa, in un’ epoca in cui gli uomini non potevano esprimere
liberamente il loro pensiero, fece parlare gli animali; Zhang
Yuan lascia da parte le metafore e sceglie i bambini
per fare contestare a un intero popolo i divieti del libretto rosso. Cosicché non sappiamo proprio se ridere di fronte a certe assurde
situazioni che si vengono a creare, oppure rattristarci per un’infanzia
irreggimentata, scandita da filastrocche e cori, premi e castighi, fiori rossi
che si conquistano e si perdono. E’ certo che, ancora una volta, la
simpatia va per chi si ribella e non si può fare a meno di accostare il
cinesino Qiang ai convittori di Zero in condotta, il capolavoro di Jean
Vigo, che andrebbe ripristinato e riproposto a chi ha
la responsabilità dell’educazione e della formazione dei ragazzi. Ribellione portata avanti con pianti e dispetti infantili, ma che
per l’attenta censura cinese avrà avuto ugualmente il suo peso se, per
concedere il visto, ha imposto dei tagli alla produzione. Notizie
d’agenzia, infatti, informano che Zhang Yuan ha dovuto ritoccare il finale. Il film si chiude alla
fine dell’anno scolastico, quando Qiang ritorna a
sorridere per la libertà riconquistata. La maestra, nel salutarlo, gli
impartisce l’ultima lezione: “Non essere così contento di andartene. Ti
ricorderai gli anni all’asilo come i più felici e spensierati della tua vita. Ma non potrai tornare indietro, anche se lo vorrai. Quando sarai grande capirai”. Qiang
non la sta a sentire e, appena fuori dall’asilo, si
ferma a guardare un corteo di lavoratori con le fasce rosse. Se essere grandi
significa mettersi ancora una volta in fila, vuol dire che c’è poco da stare
allegri per il futuro della Cina e dei cinesi. Le
immagini della versione definitiva si bloccano sul primo piano malinconico del
bambino, lasciando allo spettatore l’interpretazione dell’ultima inquadratura.
Nella versione originale, invece, Qiang reagiva a modo suo: faceva ancora una volta la pipì e si
candidava a diventare compagno del giovane studente che, 40 anni dopo, nella
Piazza Tien’ Ammen di Pechino, con la sua
busta di plastica in mano, si opponeva all’avanzare dei carri armati, fiero del
suo coraggio e della sua solitudine.
Lontana anni
luce dal deprecabile bullismo
che per alcuni nostri ragazzi sta diventando lo sport scolastico preferito, la
contestazione di Qiang non è prepotenza, ma tentativo
di dire ai responsabili politici che un popolo non può assomigliare in tutto e
per tutto a un formicaio. Non avere voglia di ubbidire
non è una malattia, ma innato desiderio di autonomia e
libertà. Ci sarà tempo per regolare i bisogni corporali e acquisire
autodisciplina. E se, per realizzare questa legittima
aspirazione, anche i bambini di quattro anni sono costretti a ricorrere ai
sogni, allora vuol dire che qualcosa non funziona nella gestione del potere. In
questo senso, La
guerra dei fiori rossi, pur con i suoi momenti di stasi che
rallentano il ritmo del racconto, sconfina dalla Cina
di Mao e diventa invito a riflettere sul mondo interiore dei bambini di tutto
il mondo e sui loro diritti. Come – e scusate se è poco - un film di Truffaut.
La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu Hen mei)
Regia: Zhang Yuan
Con: Dong Bowen, Ning
Yuanyuan, Chen Manyuan, Zhao Rui,
Li Xiaofeng
Cina,
2006
Durata: ‘92